Qual insano furor, empj, vi spinse
A trarre a morte chi vi diè la vita?
Già del suo sangue il terren sparſe e tinse
Per vostra crudeltà fiera, inaudita!
.mw-parser-output .numeroriga{float:right;color:var(--color-subtle,#666);font-size:70%;user-select:none}5Qual nuova smania vi destò nel core
Questi sensi di rabbia e di furore?
Colui che affiso al feral tronco avete
E’ quel che l’uomo un dì trase dal niente:
Ed i sdegni divini or non temete,
10Ed il noto suo braccio onnipossente?
Forse controcambiar sapete il bene
Dando al Benefattor tormenti e pene?
Ben de’ vostri Profeti obblio profondo
Scordar vi fe’ le memorande note:
Scosso vedeste al suo morire il mondo,
E l’empie vostre idèe restaro immote?
Squarciato pur miraste il vel del Tempio!
Nè l’oscurato Sol vi fu d’esempio?
Sia pur, che sotto quell’umane spoglie,
Veder, turba crudele, un Dio non puoi,
Che vita a suo piacer dona e ritoglie:
Poichè mortali alfin son gli occhi tuoi;
Almen dovria placarvi, indegne squadre,
Il duclo acerbo dell’afflitta madre.
Veggo le guance scolorate e smorte,
E ’l ciglio che di perle inonda il suolo;
Tutta è dipinta di pallor di morte,
Nè v’ha chi rechi al suo martir consuolo;
Da’ più fedeli amici abbandonata
Giace la Madre mesta e addolorata.
Chieder vorria pietà, chieder aita
L’affitta Donna appiè l’estinto Figlio;
Dargli vorrebbe la seconda vita,
Vorria dir le sue pene, il suo periglio;
Ma vinta e stanca dal dolore atroce
Cade, e sul labbro a Lei manca la voce.
Par che lo spirto fia da Lei diviso,
Se non che spesso la palpebra oppressa
Tenta guardare l’innocente ucciso,
Di cui l’immago in Se ritiene impressa;
Ma tal sollievo il reo dolor delude,
Che a forza di stanchezza omai la chiude,
E questa fu la rinascente Aurora?
Bianca qual Luna, e come il Sole eletta?
Quella che benedetta ognuno onora?
Ora è cipresso di Sionne in vetta;
Che al caro parto suo trafitto innante
Giace al suolo svenuta e palpitante.
Ma bianca nube dall’Empireo scende,
E colà giunta accanto a Lei si posa,
Che disciolta ad un tratto, al guardo rende
Eletta schiera che serbava ascosa:
Al volto, ai portamenti io li ravviso
Mille spirti son quei del Paradifo.
In vaghi anelli attori hanno i crin d’oro,
Alati il dorso, ed un leggiadro ammanto
Appena la metà copre di loro;
E benchè molle il ciglio abbian di pianto,
E adombrin anche nostra salma frale,
Mostrano che non son cosa mortale.
In varie guise intorno a Lei ridutti
Chi terge il pianto col dorato crine,
Chi si affanna al suo duol, geme a’ suoi lutti,
E chi raccoglie le grondanti brine,
Chi le lagrime amare a Lei tributa,
Chi a sorgere dal suol pronto l’ajuta.
Gli occhi, pria che alla luce, al pianto aprio
Quindi gridò con meste voci e grate,
Largo spargendo da’ begli occhi un rio,
Queste note gentili e addolorate;
O voi mortali, che passate in via
Dite se doglia fu pari alla mia!
Qual tornando all’ovile agna innocente
Bramosa di nudrire il picciol figlio,
Se lo mira disteso al suol languente,
Per opra di crudel nemico artiglio:
Geme, lo guarda, e con i suoi belati
Assorda i monti, e impietosisce i prati.
Tal poichè ritornaro i sensi a Lei
Volse all’estinto Figlio il guardo intente,
E con dogliosi ed incessanti omei
Spiega d’aspro dolor grave lamento,
Tal che dall’atre grotte ombrose e cupe
Del Calvario sonò mesta la rupe.
Misera! che farò! mio dolce amore,
Figlio, dicea, sei morto, ah teco ancora,
Mosso dalla pietà del mio dolore,
Fa che la Madre tua per duol sen mora:
Deh se tanto sperare a me pur lice,
Figlio, dirmi potrò Madre felice.
Queste le spoglie son, queste le chiome
Già gloria mia, già mio gentil contente,
Di sangue asperse e polve; oh come, oh come
Hanno il bel che le ornava estinto e spento:
E queste son le labbra porporine
Che solean tramandar voci divine.
E quello è il paro, il mansueto petto
Nido di carità, fede di onore,
Dove amica pietà facea ricetto,
Dove di un Dio regnò tutto l’ardore?
Sì, per quel sen ferito a me si addita,
Che sei la via, la verità, la vita.
La destra vincitrice amica e pia
Assisa miro a quell’infame legno;
Quella che al bene oprar mai fu restìa,
Seguendo i moti del Divino ingegno:
Quella che sciolse l’uom dalle ritorte,
Quella che a lui del cielo aprì le porte.
Il piè, che un dì calcò le pure vie,
E la strada segnò, che al ciel conduce,
Trafitto ancor da larghe plaghe e rie
L’Averno preme, e l’uomo a Dio riduce,
Talchè ne’ chiodi, ond’è così trafitto,
Mi dimostra qual fu l’altrui delitto.
Mentre così dicea la Madre amante,
Tentò più volte d’innalzar la mano
Del caro Figlio ad abbracciar le piante
Ergendo il piè, ma lo sperava invano;
Che contrario al desio debile il piede
Di vigor manca, non resiste, e cede.
All’amoroso ufficio invan ritenta
La forza ricondurre in Lei mancata,
L’alma all’atto pietoso è tutta intenta,
Ma ripugna la salma all’opra usata;
Che facile l’amor ne pinge spesso
Ciò, che di rado o mai ne vien concesso.
Ah chè ti affanni invan, Madre pietosa,
Non è la salma che resiste all’opra,
Non è che manchi a Lei la forza ascosa,
Non letargo mortal che la ricuopra;
Noi siamo i rei che tanto mal formiamo,
Per noi languir le forze tue miriamo.
Che non oprò del Figlio tuo la mano
Per ricondurne al desiato ovile?
Ma nosco sparse le sue cure invano,
Di gregge obbietta e vil, Pastor gentile;
Nè furo i nostri cuor paghi e contenti
Di santi detti, e portentosi eventi.
Ciechi alla luce, che in sua man splendea
Cercammo di seguir lume fallace:
Tratti da voglia iniqua, insana e rea
Perdemmo in Lui chi ne diè vita e pace;
E cangiando così la nostra sorte
Dalla vita passammo in grembo a morte.
Perdemmo il frutto di tanti anni e tanti
Frutto aspettato dalle prische genti;
Quelle sparser per Lui sospiri e pianti,
Noi d’oltraggi il colmammo e di tormenti:
Ma riconobbe omai, pentito il core,
L’esecrato delitto, il grave errore.
Tu riconduci al tuo Figliuolo estinto
Noi, che forse alla grazia estinti siamo:
Tu il nostro cor fa del suo sangue tinto,
Del sangue in cui sperar tutto possiamo:
Tu per lui ne soccorri, in Lui ne ajuta,
Nè sia vana per noi la sua venuta.