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PoetósferaLa BibliotecaGiambattista Felice Zappi

Giambattista Felice Zappi · Ilustración

M'hai tu condotto alle Magion celesti

italiano

Tirsi

M’hai tu condotto alle Magion celesti,

Alfesibeo? Chi fia, che il Ver mi mostre

Ove sono? ove sei? sogno, o siam desti?

E dove son l’ombrose Arcadi chiostre

.mw-parser-output .numeroriga{float:right;color:var(--color-subtle,#666);font-size:70%;user-select:none}5Le nostre pecorelle, e i nostri armenti,

Le nostre selve le capanne nostre?

Vaghi sedili, e d’ostro e d’or splendenti,

Premo col fianco, e i fonti al piè mi nascono,

Come non so, tra i calpestati argenti.

10Oh di quanto stupor gli occhi si pascono!

Van pensando ov’io sono i miei pensieri

Ne pon capirlo, e tra di lor s’irascono.

Licone appunto mi dicea l’altr’jeri

Ch’una tal Donna con pupilla infida

15Cangiava in marmo Uomini vivi e interi:

E Silvie m’insegnò, ch’un certo Mida

Cangia in Or ciò che tocca, ed ha di tardo

Giumento orecchi, onde n’avvien, chio grida.

Ma, se questo è pur Ver, per quel ch’io guardo

20Certo quì Mida, e quì Medusa è intorno,

L’uno stanco la man, l’altra lo sguardo.

Chi mai sarà quel, che fa quì soggiorno?

Deh dimmi, Alfesibeo, se forse è Nume:

Ch’io Nume il credo a sì bel tempio adorno.

Alfesibeo.

25Nume non è ma suo chiaro costume

Ben può renderlo in Terra a’ Numi eguale

Che l’arricchì d’inusitato lume:

O se guardi la grande alma reale

O se l’invitto generoso cuore;

30Che sormonta d’assai l’uso mortale.

Egli è ben pio, magnanime Signore,

Cui fer d’impero i proprj merti degno,

Dell’Adria e del Tarpèo gloria ed amore.

Fenice altera nel divino ingegno

35Ch’in sè racchiude, e poscia a noi diffonde

Quant’ha di raro l’Apollineo regno.

Egli è colui, che dell’augusta fronde

Cingendo, e d’ostro, e d’or l’altera fronte,

Il pensier, non che ’l guardo altrui confonde.

40Egli è Crateo, le cui famose e conte

Opre immortali dell’età nemiche

Il nome sno già vendicar dall’onte;

E cui ridon così le stelle amiche,

Che ’l Mondo un dì si mirerà per Lui

45Aureo per tutto, e pien dell’opre antiche.

E questo è il loco de’ soggiorni sui,

Chiaro per ogni bel nobil lavoro

Di quei, che mai non fur visti fra nui;

Ma vie più che di marmi illustri e d’oro,

50Ricco d’amor, di cortesìa, di fede:

Tesor, cui non agguaglia alcun tesoro.

Tirsi.

Primo è un tal dì, ch’in Corte io posi il piede,

Nè sperava io veder la sua grandezza,

Ch’a nobil speme Uom povero non crede.

55Ma non parliam di lui, ch’a tanta altezza

Mio dir non giunge; e so, ch’il di lui cuore

Il nostro amor, non le sue lodi apprezza.

Dimmi, che son quell’armonàe sonore,

Ch’udimmo, e scusa il mio semplice ingegno,

60Scusa le mie domande e ’l mio rossore;

Ch’è mai quel rauco strepitoso legno,

Padre all’altre zampogne? Ah non si vide

Mai tra l’Arcadi orchestre un tal’ordegno

Certo fè un zuffol di sua clava Alcide,

65O è quel di Polifemo, che rubella

Galatea chiama, e Galatea sen ride.

E poi qual turba di Cupidi è quella,

Che l’arco muove sopra una faretra,

E ne ritragge melodìa sì bella?

70Talchè vincer ben può zampogna, o cetra,

E flauto e sistro, anzi pur gli Astri eterni,

S’è ver, che gli Astri hanno armonìa sull’Etra.

Alfesibeo.

Dì grossamente: vuoi tu quì, ch’alterni,

Ove regna grandezza, i rozzi accenti

75La canna e ’l bosso, che tra noi discerni

Quei, ch’ascoltasti, armonici stromenti,

L’arte più singolar produtti gli ave,

Perchè uniti dian forma a’ bei concenti.

Altri d’acuto suono, altri di grave,

80Altri di chiara, altri di fosca voce,

Forman concordi un’armonìa soave,

Quel, che tardo degli altri il suon veloce

Segue, e rimbomba con orror profondo,

Sì, ch’all’orecchie dolcemente nuoce;

85D’Ercol non è, nè di Ciclope immondo

Ordigno, ma Passione egli si noma,

De’ Franchi trovator dono giocondo.

La turba che tu dici, Amor non doma,

Nè d’archi onusta va, nè di faretre;

90Ma il pondo lor maravigliar fa Roma.

Seguon zampogne, e lire, e flauti, e cetre,

Loro strumento sì soave e grato,

Che sovr’ogn’altro par, ch’i cuor penetre.

La violetta il bel nome gli ha dato,

95La violetta primo onor d’Aprile,

Fior tra i fiori il più vago e delicato.

Or vedi lui, ch’al Coro almo e gentile

Sovrasta, e par la destra armi di penne?

Egli è a sè solo, e a null’altro simile.

100egli angelici Spirti ei già sostenne

Le melodie, poscia a beare il Suolo,

Lasciò il celeste Coro, e a noi sen venne.

E seco trasse dal suo chiaro Polo.

L’unisonanza non più in Terra udita,

105Onde crediam cento stromenti un solo.

Tirsi.

Perdona, o Pastor saggio a un’imperita

Semplicità, che quel, ch’a prima fronte

Stiano mi sembra, domandar m’invita,

La prima volta, che sull’Orizzonte

110Uscì l’Iride bella, ognun dicea:

Giove passerà il Mar, che fatto ha il Ponte:

Ma ritorniamo al ragionar, ch’io fea;

Quel suon, ch’udimmo, e questo dì festivo,

Sacro è a Cerere, a Pale, o ad altra Dea

Alfesibeo.

115Sacro a’ Numi non è; ma al dì giulivo

Natal d’Agosto, ch’oggi appunto è quello,

D’Agosto altier più ch’altro mese estivo,

Tirsi.

Ho ben’udito a piè d’un monticello

Cantar la Merla, e ’l Calandrin selvaggio

120Quand’April nasce, April leggiadro e bello.

E visto ho ben sovra un crescente faggio

Le Ninfe appender le ghirlande e i fiori

Liete cantando: or ben rinasca Maggio

Ma non ho visto mai Ninfe, e Pastori

125Del fero Agosto che sol fiamme serba,

Cantar la cuna e celebrar gli onori

Empia stagion, ch’i fiori uccide e l’erba,

E gli armenti e i Pastori abbatte e sfianca

E ’l Mal rappella, e Morte ir fa superba.

130Manca alle piante il verde sangue, e manca

Il latte al rivo, onde ristori un poco

Il viso e ’l sen la Pastorella stanca.

Leon, ch’in Neme Ercol sbranò per giuoco,

Or sorge in Cielo, e dalla gola ardente

135Sparge ruggiti, e da’ crud’occhj fuoco.

Sirio si desta e latra, ed ambo sente

Zeffiro, e fugge. Chi vuol batter piume

Tra l’infuocato Ciel e ’l Mar bollente?

Or come fia, ch’il cittadin costume

140Liet’oggi applauda al proprio incendio, e n’abbia

Diletto e gaudio? Ah sol gonfio di spume

Le goda l’Aspe in sull’arsiccia sabbia,

Che quando in Libia il Sol più vibra ardore,

Più forze acquista, e più veleno, e rabbia.

Alfesibeo.

145Non puoi dimenticar d’esser Pastore;

E stimi, che siam noi signor del Mondo,

E Mondo non vi sia d’Arcadia fuore.

E quando hai detto del Vallon profondo,

Dell’alto Monte, e di quel Ciel, che vedi

150Sovra i tuoi campi or fosco, ed or giocondo,

Di poter favellar del Tutto credi,

Rendendo d’ogni cosa ampia ragione,

E de’ Saggi occupar le prime sedi,

Ma il Mondo è ignota nostra Regìone,

155Sendo del Mondo noi l’ultima cura.

E s’egli è bello, ogn’altra è la cagione.

Or la tua lingua, che biasmar procura

La gioja, ch’accompagna il bel natale

Dell’almo Agosto, troppo s’assicura;

160E stolta là, ove non può giunger, sale

Biasmando ciò, che vivo il giorno serba

Alla Romana libertà fatale.

Che questo appunto è il dì, che la superba

Sorte Augusto domò di lui, ch’insano

165Clèopatra legò tra i fiori e l’erba.

E posto il giogo al gran Colle Romano,

Poichè tornò dal soggiogato Egitto,

Dell’Universo il fren recossi in mano.

Da in li’n quà dal gran Signore invitto

170Il bel Mese, ch’or nasce, il nome ottiene;

E festa e giuoco è al suo natal prescritto,

Vive sì nobil uso e si mantiene

Del Mondo in ogni luogo illustre e degno,

E tra i più rinomati il pregio tiene.

175Qui dunque, ov’ha magnificenza il regno,

Il gran Crateo con lieti canti eletti

Festeggiar questo dì non prende a sdegno.

E se già non gli spiacque i vil negletti

Nostri alberghi onorar di sua presenza,

180Or fa noi degni de’ suoi regj tetti.

Ma facciam, Tirsi mio: scorgi, che senza

Ordin s’appressa dei Cantor lo stuolo,

A tutti son de’ nostri all’apparenza.

V’è Coralbo e Benaccio, e ’l pien di duolo

185Ila, e con Palemon Niso, e Amaranto

Udiamli, che già al canto aprono il volo.

Oh come lieto avrò d’udirli il vanto!

Piace alle pecchie il timo, agli orsi il mele,

A i capri il sale, ai cor gentili il canto

Coro di Pastori, fatto da TIRSİ.

190Di flauti e cetere

Risuoni l’etere,

E i lidi echeggino;

Con noi festeggino

Sì lieto dì.

195Cingiam la fronte

D’edre e di bacchere;

La valle e ’l monte

Di pive e nacchere

Risuoni sì,

Di ec.

220Adorni di pensier saggi e modesti

Anzi, per esser di modestia esempio,

Son da giusto comando oggi costretti

A far de lor capei lodevol scempio,

Ma già veggo, che scioglie un de’ più eletti

225La voce al canto, ed egli è quel, ch’in seno

Cento e cento usignnol porta ristretti.

Cantata a solo, fatta da Alfesibeo.

Or che dolce n’invita

A nobil festa generosa cura,

Ogni torbida oscura

230Nube dal pensier nostro abbia l’esiglio:

Sol di lieto consiglio

S’empia la mente, e dell’età fugace,

In mezzo al riso con soave affanno,

Ognun s’appresti a prevenire il danno

235In giorno sì beato

dardo impugni Amore,

Difenda Gioventù.

Del tempo dispietato

La tragga dal furore,

240A cui soggetta fu.

Oh fortunato giorno,
In ec.

Alfesibeo.

Canto leggiadro in ver, canto soave!

255Ma, Tirsi, vedi (io ’l veggio, e ’l credo appena)

Vedi Licida là, ch’ascolta e pave?

Chi condolto l’avrà? poich’egli mena

I dì nascosto entro la selva oscura,

E fugge dalla gente a tutta lena.

Tirsi.

260L’avrà condotto Alessi: egli n’ha cura,

Nè solo il lascia dal dì, che cercando

Lucerne antiche, ei cadde in sepoltura.

Licida mio, non ti fidar cantando

Di chi ti guida: Alessi ama e dir sento

265Ch’Amore il senno un dì tolse ad Orlando,

Alfesibeo.

Tu ben favelli; ed io forte pavento,

Che dallo spiritel di pietà nudo

In altri ancor non sia ’l bel lume spento;

Poichè veggio a lui presso un, che lo scudo

270Opra in van di Ragione, e cerea in vano

Schiavo non apparir del garzon crudo.

Felice chi dell’empio esce di mano

Come fè il saggio Uranio, e far dovrìa

A Pan sì caro il nostro buon Montano.

275E se pur mai talun d’amar desìa,

Dall’amoroso Olenco almeno impari,

Ch’ama senza provar mai gelosia;

Perchè sol d’amar vago, ovunque appare

Beltà, di vagheggiarla ha per costume,

280Mal grado ancor dell’aspre Ninfe avare.

Tu mi risponderai, ch’ei si consume

Per non sò qual Giunchiglia. Ma col canto

Ecco che sparge di dolcezza un fiume.

Cantata a due, fatta da TIRSI,
Daliso, e poi Silvia.

Daliso.

Vorrei un zefiretto,

Ch’andasse alla mia bella,

Alla mia bella Ninfa a dir così:

Vezzosa Pastorella

Lascia quel bel boschetto,

E dov’è il tuo Daliso

Vanne e ’l tuo vago viso

Renda più vago il dì.

Vorrei ec.

Dal. Mi brilla il cuore in petto,

Sil. L’alma mi ride in seno,

a 2. Dolce mio caro amor.

Dal. Qual’è l’alma, che ride

Se l’alma tua non v’è?

Sil. Qual’è quel cuor, che brilla

Se ’l cuor l’hai dato a me?

Dal. Il tuo nel sen mi ride,

Sil. La tua nel sen mi brilla,

Tirsi.

Dolce l’udir due giovanetti amanti,

Or dentro la capanna, or lungo il rio,

Quand’alternan tra lor la gioja e i canti.

Dolce l’udir quel caro Idolo mo,

Dolce così, che mi sorprende brama,

Brama gentil d’innamorarmi anch’io.

Innamorarmi, ma non già per fanna.

Come fa quel Pastor, ch’ama per giuoco,

Nè amare il suo, ma delirar si chiama.

Nè amar vorrei come in istranio loco

Ama Lagisto, e va solo e scontento,

Ch’ei non vive in annor, ma vive in fuoco

Amar vorrei, come per suo contento

Amar suole il Pastor vaga agneletta;

Amar, scherzar, e non aver tormento.

Sedersi ora su i fiori, or sull’erbetta,

Gioir cantando, e ne’ begli occhi fiso

Goder del lampo, e non sentir saetta.

Alfesibeo.

L’amore, figliuol mio, non è diviso

Mai dal penare; e invan si cerca in Terra

Perfetta gioja e non instabil riso.

Quei, ch’in dettar leggi d’amor non erra,

Assomigliò l’amante ad un guerriero,

E l’amare chiamò continua guerra.

Che quinci al Senso indomito ed altero,

E quindi la Ragion stan sempre intenti

Dell’alma nostra a conquistar l’impero.

Ma opportuni non son tali argomenti

In questo loco, ove ci siam condutti

Sol per godere de’ canori accenti.

Cerca nel sommo Ben d’amore i frutti:

Sol quivi il porto avrai senza procella;

E riso e gioja senza pere e lutti.

Tirsi.

Ed oh che graziosa Pastorella

S’appresta al canto! Bella è la virtute

Sempre; ma in un bel volto è assai più bella.

Cantata a voce sola, fatta da TIRSI.

Quando nel patrio Egitto

Tu vorrai far ritorno

Rondine pellegrina,

Più non ritrovai la Tua Reina.

Io lo sento, ch’Augusto

Oggi vinse Cleopatra, e la fè serva,

E in lei l’Egitto, e coll’Egitto il Mondo.

Tutto ride giocondo.

In sì bel giorno il Lazio; e tu sol piangi,

Rondine pellegrina,

Che più non rivedrai la tua Reina.

Ma tu non ti partir dal nostro lido:

Scordati il Nilo infido o Rondinella.

Ti spargerò di vaghe rose il nido;

Io sarò più contenta, e la più bella.

Ma ec.

Corse con mille al crin pampini e bacchere,

Pare un Satiro uscito dalle grottole 5

Ma quanto altin s’inganna! A labri asciutti

Via se n’andrà, quando andran via le nottole,

coro di Satiri, e Fauni fatto da ALFESIBEO

Coro. Evoè, viva evoè,

Il caldissimo de’ mesi,

Viva Agosto nostro Rè.

Uno del Coro.

Ove, o Fauni, vi celate?

Sù sgombrate ed antri e grotte,

E ’l trionfo accompagnate

Di colui, che giorno e notte

Da trincar forza vi diè,

Coro. Evoè, viva Evoè, ec.

Un’altro del Coro.

Sù, si bea

A colui, che ne ricrea

sue fiamme cocenti

Lieti accenti poi sciogliamo,

E cantiamo. La virtù dell’almo Mese

E l’imprese,

Ch’era armato

Di Gensano delicato,

Or di buon Monte Pulciano,

Non mai stanco ei sempre fè.

Coro. Evoè, viva Evoè, ec.

Un’altro del Coro.

Oh dì felici!

Fiamme beate!

Nuove fenici,

Da’ vostri ardori

I nostri cuori

Risorger fate.

Sù dunque, Amici, al glorioso Agosto,.

Sacriamori cuor, li menti

E ’l suo gran nome alle più ignole genti

Voli sull’ali ormai di nostra fè.

Coro. Evoè, viva Evoè, ec.

Tirsi.

Questo bel gaudio si m’allegra, e queste

Liete armonie sì ben mi vanno al cuore...

Che par, ch’al canto anch’il mio coor si deste.

Perchè, o mie selve, entro il bel vostre orrore

Solo non son con voi? Vorrei dir cose .....

Alfesibeo.

E che vorresti dir gentil Pastore?

Tirsi.

Direi.... che non direi? Sento ben’io

Il biondo Dio; sento, ch’a poco a poco

M’empie l’alma di fuoco; oh bel portento!

Ecco un’altr’Uom divento; in veggio, o parmi..

Fuggon cavalli ed armi: io veggio Marte,

Ch’ad altra parte rivoltò l’insegne

Se non si spegne la verace fiamma,

Almeno infiamma più remote ville,

E le faville al nostro cuor perdona.

Ahimè Bellona! Tra le nostre biade

Splendean le spade, e non più nò le torte

Falci, che sol la Morte in mano avea.

Parea, ch’avesse seminato i denti

Cadmo ne’ suoi serpenti, i nostri prati

Tanta messe d’armati avean produtto.

Fu reso asciutto da caval straniero

Il Pò ch’albero di tant’acque abbonda,

E andò senz’onda vergognoso al Mare

E invan chiedea le chiare onde a’ ruscelli

Che dicen quelli: vuoi tu l’acque, o ’l sangue?

Or non più langue di timor la nostra

Arcada chiostra: a far l’empie sue prove

Portò Discordia altrove i rei colubri:

Chiuse i delubri a noi l’Amico Giano.

Ch’il grand’ALNANO, e suoi teneri pianti,

Ei gloriosi e santi aurei costumi

Fer forza a i Numi. Ei sol fu, che tratenne

L’alta bipenne, che già stava in alto:

Ei diede al Ciel l’assalto, e il Ciel s’arrese.

Oh belle imprese! Oh memorandi giorni

Ch’i bei Contorni han libertà sì presto!

E sol per questo io vò di gioja onusto,

Non s’oggi Augusto sull’Egizie arene

Pose in catene Cleopatra e ’l Nilo.

Qui dove asilo han le bell’arti, e reggia,

Perciò forse festeggia il gran Crateo!

Ei fa trofeo di gaudio il nobil petto:

Tanta l’Eletto agli Elettor fa gloria.

Oh venga il dì, che il Ciel sù tante spade

Piova rugiade, e smorzi i fieri sdegni.

E se sete di regni, anzi d’onore,

Sembra, ch’il cuore a bella pugna invite,

E voi gitene unite, o nobil’Alme,

Ite di palme a impoverir l’Idume;

Ch’il sepolcro del Nume è in man de’ Cani.

Vessili Mauritani aspetta il Tempio:

E tolti all’empio usurpator ribaldo

Gli ovil del caldo, e quei del freddo Polo

Governi un Pastor solo, e ALNAN sia quello.

Allor d’un bello mormorar di trombe,

Fia, che rimbombe il Mar, la Terra, e ’l Cielo,

Allora .....

Alfesibeo..... E qual voglia ti prende, e dove

Mandi i pensier, che per obbliqua via

In traccia va di strane mete, o nuove?

Tanto dal nostro oggetto ei ti disvia,

Che sembri quel Pittor, ch’in mezzo al Mare

Cipresso annoso d’innalzar desia.

E poi, cosa egli è mai quel tuo cantare,

Che senz’ordine e legge allo scompiglio

De’ Satiri, ch’udimmo eguale appare?

Se, qual divoto ossequioso Figlio,

Tributar brami al somma Padre il canto

Fallo, che ’l dei; ma con miglior consiglio.

Questi stessi aurei tetti han spesso il vanto

D’udir tra chiari versi e illustri note

L’altero Nome glorioso e santo.

Al gran soggetto assuefarsi puote

Pria qui tu Musa, e poi con saggio avviso

Sciorre al gran Vice-Dio rime divote.

Ma, Tirsi, siam scoperti, e ’l tuo improvviso

Carme ne fu cagione: io già ’l conosco.

Tirsi..

Ahimè quanto rossor mi vien sul viso!

Lascia, ch’io fugga, e men ritorni al bosco.

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Autor
Giambattista Felice Zappi
Título
M'hai tu condotto alle Magion celesti
Lengua
italiano
Época
Ilustración
Sala
La Biblioteca
Identificador
ws-it-m-hai-tu-condotto-alle-magion-celesti--giambattista-felice-zappi-3a4eb5
Cita recomendada
Giambattista Felice Zappi, «M'hai tu condotto alle Magion celesti», Poetósfera, poetosfera.com/p/ws-it-m-hai-tu-condotto-alle-magion-celesti--giambattista-felice-zappi-3a4eb5.html

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