Tirsi
M’hai tu condotto alle Magion celesti,
Alfesibeo? Chi fia, che il Ver mi mostre
Ove sono? ove sei? sogno, o siam desti?
E dove son l’ombrose Arcadi chiostre
.mw-parser-output .numeroriga{float:right;color:var(--color-subtle,#666);font-size:70%;user-select:none}5Le nostre pecorelle, e i nostri armenti,
Le nostre selve le capanne nostre?
Vaghi sedili, e d’ostro e d’or splendenti,
Premo col fianco, e i fonti al piè mi nascono,
Come non so, tra i calpestati argenti.
10Oh di quanto stupor gli occhi si pascono!
Van pensando ov’io sono i miei pensieri
Ne pon capirlo, e tra di lor s’irascono.
Licone appunto mi dicea l’altr’jeri
Ch’una tal Donna con pupilla infida
15Cangiava in marmo Uomini vivi e interi:
E Silvie m’insegnò, ch’un certo Mida
Cangia in Or ciò che tocca, ed ha di tardo
Giumento orecchi, onde n’avvien, chio grida.
Ma, se questo è pur Ver, per quel ch’io guardo
20Certo quì Mida, e quì Medusa è intorno,
L’uno stanco la man, l’altra lo sguardo.
Chi mai sarà quel, che fa quì soggiorno?
Deh dimmi, Alfesibeo, se forse è Nume:
Ch’io Nume il credo a sì bel tempio adorno.
Alfesibeo.
25Nume non è ma suo chiaro costume
Ben può renderlo in Terra a’ Numi eguale
Che l’arricchì d’inusitato lume:
O se guardi la grande alma reale
O se l’invitto generoso cuore;
30Che sormonta d’assai l’uso mortale.
Egli è ben pio, magnanime Signore,
Cui fer d’impero i proprj merti degno,
Dell’Adria e del Tarpèo gloria ed amore.
Fenice altera nel divino ingegno
35Ch’in sè racchiude, e poscia a noi diffonde
Quant’ha di raro l’Apollineo regno.
Egli è colui, che dell’augusta fronde
Cingendo, e d’ostro, e d’or l’altera fronte,
Il pensier, non che ’l guardo altrui confonde.
40Egli è Crateo, le cui famose e conte
Opre immortali dell’età nemiche
Il nome sno già vendicar dall’onte;
E cui ridon così le stelle amiche,
Che ’l Mondo un dì si mirerà per Lui
45Aureo per tutto, e pien dell’opre antiche.
E questo è il loco de’ soggiorni sui,
Chiaro per ogni bel nobil lavoro
Di quei, che mai non fur visti fra nui;
Ma vie più che di marmi illustri e d’oro,
50Ricco d’amor, di cortesìa, di fede:
Tesor, cui non agguaglia alcun tesoro.
Tirsi.
Primo è un tal dì, ch’in Corte io posi il piede,
Nè sperava io veder la sua grandezza,
Ch’a nobil speme Uom povero non crede.
55Ma non parliam di lui, ch’a tanta altezza
Mio dir non giunge; e so, ch’il di lui cuore
Il nostro amor, non le sue lodi apprezza.
Dimmi, che son quell’armonàe sonore,
Ch’udimmo, e scusa il mio semplice ingegno,
60Scusa le mie domande e ’l mio rossore;
Ch’è mai quel rauco strepitoso legno,
Padre all’altre zampogne? Ah non si vide
Mai tra l’Arcadi orchestre un tal’ordegno
Certo fè un zuffol di sua clava Alcide,
65O è quel di Polifemo, che rubella
Galatea chiama, e Galatea sen ride.
E poi qual turba di Cupidi è quella,
Che l’arco muove sopra una faretra,
E ne ritragge melodìa sì bella?
70Talchè vincer ben può zampogna, o cetra,
E flauto e sistro, anzi pur gli Astri eterni,
S’è ver, che gli Astri hanno armonìa sull’Etra.
Alfesibeo.
Dì grossamente: vuoi tu quì, ch’alterni,
Ove regna grandezza, i rozzi accenti
75La canna e ’l bosso, che tra noi discerni
Quei, ch’ascoltasti, armonici stromenti,
L’arte più singolar produtti gli ave,
Perchè uniti dian forma a’ bei concenti.
Altri d’acuto suono, altri di grave,
80Altri di chiara, altri di fosca voce,
Forman concordi un’armonìa soave,
Quel, che tardo degli altri il suon veloce
Segue, e rimbomba con orror profondo,
Sì, ch’all’orecchie dolcemente nuoce;
85D’Ercol non è, nè di Ciclope immondo
Ordigno, ma Passione egli si noma,
De’ Franchi trovator dono giocondo.
La turba che tu dici, Amor non doma,
Nè d’archi onusta va, nè di faretre;
90Ma il pondo lor maravigliar fa Roma.
Seguon zampogne, e lire, e flauti, e cetre,
Loro strumento sì soave e grato,
Che sovr’ogn’altro par, ch’i cuor penetre.
La violetta il bel nome gli ha dato,
95La violetta primo onor d’Aprile,
Fior tra i fiori il più vago e delicato.
Or vedi lui, ch’al Coro almo e gentile
Sovrasta, e par la destra armi di penne?
Egli è a sè solo, e a null’altro simile.
100egli angelici Spirti ei già sostenne
Le melodie, poscia a beare il Suolo,
Lasciò il celeste Coro, e a noi sen venne.
E seco trasse dal suo chiaro Polo.
L’unisonanza non più in Terra udita,
105Onde crediam cento stromenti un solo.
Tirsi.
Perdona, o Pastor saggio a un’imperita
Semplicità, che quel, ch’a prima fronte
Stiano mi sembra, domandar m’invita,
La prima volta, che sull’Orizzonte
110Uscì l’Iride bella, ognun dicea:
Giove passerà il Mar, che fatto ha il Ponte:
Ma ritorniamo al ragionar, ch’io fea;
Quel suon, ch’udimmo, e questo dì festivo,
Sacro è a Cerere, a Pale, o ad altra Dea
Alfesibeo.
115Sacro a’ Numi non è; ma al dì giulivo
Natal d’Agosto, ch’oggi appunto è quello,
D’Agosto altier più ch’altro mese estivo,
Tirsi.
Ho ben’udito a piè d’un monticello
Cantar la Merla, e ’l Calandrin selvaggio
120Quand’April nasce, April leggiadro e bello.
E visto ho ben sovra un crescente faggio
Le Ninfe appender le ghirlande e i fiori
Liete cantando: or ben rinasca Maggio
Ma non ho visto mai Ninfe, e Pastori
125Del fero Agosto che sol fiamme serba,
Cantar la cuna e celebrar gli onori
Empia stagion, ch’i fiori uccide e l’erba,
E gli armenti e i Pastori abbatte e sfianca
E ’l Mal rappella, e Morte ir fa superba.
130Manca alle piante il verde sangue, e manca
Il latte al rivo, onde ristori un poco
Il viso e ’l sen la Pastorella stanca.
Leon, ch’in Neme Ercol sbranò per giuoco,
Or sorge in Cielo, e dalla gola ardente
135Sparge ruggiti, e da’ crud’occhj fuoco.
Sirio si desta e latra, ed ambo sente
Zeffiro, e fugge. Chi vuol batter piume
Tra l’infuocato Ciel e ’l Mar bollente?
Or come fia, ch’il cittadin costume
140Liet’oggi applauda al proprio incendio, e n’abbia
Diletto e gaudio? Ah sol gonfio di spume
Le goda l’Aspe in sull’arsiccia sabbia,
Che quando in Libia il Sol più vibra ardore,
Più forze acquista, e più veleno, e rabbia.
Alfesibeo.
145Non puoi dimenticar d’esser Pastore;
E stimi, che siam noi signor del Mondo,
E Mondo non vi sia d’Arcadia fuore.
E quando hai detto del Vallon profondo,
Dell’alto Monte, e di quel Ciel, che vedi
150Sovra i tuoi campi or fosco, ed or giocondo,
Di poter favellar del Tutto credi,
Rendendo d’ogni cosa ampia ragione,
E de’ Saggi occupar le prime sedi,
Ma il Mondo è ignota nostra Regìone,
155Sendo del Mondo noi l’ultima cura.
E s’egli è bello, ogn’altra è la cagione.
Or la tua lingua, che biasmar procura
La gioja, ch’accompagna il bel natale
Dell’almo Agosto, troppo s’assicura;
160E stolta là, ove non può giunger, sale
Biasmando ciò, che vivo il giorno serba
Alla Romana libertà fatale.
Che questo appunto è il dì, che la superba
Sorte Augusto domò di lui, ch’insano
165Clèopatra legò tra i fiori e l’erba.
E posto il giogo al gran Colle Romano,
Poichè tornò dal soggiogato Egitto,
Dell’Universo il fren recossi in mano.
Da in li’n quà dal gran Signore invitto
170Il bel Mese, ch’or nasce, il nome ottiene;
E festa e giuoco è al suo natal prescritto,
Vive sì nobil uso e si mantiene
Del Mondo in ogni luogo illustre e degno,
E tra i più rinomati il pregio tiene.
175Qui dunque, ov’ha magnificenza il regno,
Il gran Crateo con lieti canti eletti
Festeggiar questo dì non prende a sdegno.
E se già non gli spiacque i vil negletti
Nostri alberghi onorar di sua presenza,
180Or fa noi degni de’ suoi regj tetti.
Ma facciam, Tirsi mio: scorgi, che senza
Ordin s’appressa dei Cantor lo stuolo,
A tutti son de’ nostri all’apparenza.
V’è Coralbo e Benaccio, e ’l pien di duolo
185Ila, e con Palemon Niso, e Amaranto
Udiamli, che già al canto aprono il volo.
Oh come lieto avrò d’udirli il vanto!
Piace alle pecchie il timo, agli orsi il mele,
A i capri il sale, ai cor gentili il canto
Coro di Pastori, fatto da TIRSİ.
190Di flauti e cetere
Risuoni l’etere,
E i lidi echeggino;
Con noi festeggino
Sì lieto dì.
195Cingiam la fronte
D’edre e di bacchere;
La valle e ’l monte
Di pive e nacchere
Risuoni sì,
Di ec.
220Adorni di pensier saggi e modesti
Anzi, per esser di modestia esempio,
Son da giusto comando oggi costretti
A far de lor capei lodevol scempio,
Ma già veggo, che scioglie un de’ più eletti
225La voce al canto, ed egli è quel, ch’in seno
Cento e cento usignnol porta ristretti.
Cantata a solo, fatta da Alfesibeo.
Or che dolce n’invita
A nobil festa generosa cura,
Ogni torbida oscura
230Nube dal pensier nostro abbia l’esiglio:
Sol di lieto consiglio
S’empia la mente, e dell’età fugace,
In mezzo al riso con soave affanno,
Ognun s’appresti a prevenire il danno
235In giorno sì beato
dardo impugni Amore,
Difenda Gioventù.
Del tempo dispietato
La tragga dal furore,
240A cui soggetta fu.
Oh fortunato giorno,
In ec.
Alfesibeo.
Canto leggiadro in ver, canto soave!
255Ma, Tirsi, vedi (io ’l veggio, e ’l credo appena)
Vedi Licida là, ch’ascolta e pave?
Chi condolto l’avrà? poich’egli mena
I dì nascosto entro la selva oscura,
E fugge dalla gente a tutta lena.
Tirsi.
260L’avrà condotto Alessi: egli n’ha cura,
Nè solo il lascia dal dì, che cercando
Lucerne antiche, ei cadde in sepoltura.
Licida mio, non ti fidar cantando
Di chi ti guida: Alessi ama e dir sento
265Ch’Amore il senno un dì tolse ad Orlando,
Alfesibeo.
Tu ben favelli; ed io forte pavento,
Che dallo spiritel di pietà nudo
In altri ancor non sia ’l bel lume spento;
Poichè veggio a lui presso un, che lo scudo
270Opra in van di Ragione, e cerea in vano
Schiavo non apparir del garzon crudo.
Felice chi dell’empio esce di mano
Come fè il saggio Uranio, e far dovrìa
A Pan sì caro il nostro buon Montano.
275E se pur mai talun d’amar desìa,
Dall’amoroso Olenco almeno impari,
Ch’ama senza provar mai gelosia;
Perchè sol d’amar vago, ovunque appare
Beltà, di vagheggiarla ha per costume,
280Mal grado ancor dell’aspre Ninfe avare.
Tu mi risponderai, ch’ei si consume
Per non sò qual Giunchiglia. Ma col canto
Ecco che sparge di dolcezza un fiume.
Cantata a due, fatta da TIRSI,
Daliso, e poi Silvia.
Daliso.
Vorrei un zefiretto,
Ch’andasse alla mia bella,
Alla mia bella Ninfa a dir così:
Vezzosa Pastorella
Lascia quel bel boschetto,
E dov’è il tuo Daliso
Vanne e ’l tuo vago viso
Renda più vago il dì.
Vorrei ec.
Dal. Mi brilla il cuore in petto,
Sil. L’alma mi ride in seno,
a 2. Dolce mio caro amor.
Dal. Qual’è l’alma, che ride
Se l’alma tua non v’è?
Sil. Qual’è quel cuor, che brilla
Se ’l cuor l’hai dato a me?
Dal. Il tuo nel sen mi ride,
Sil. La tua nel sen mi brilla,
Tirsi.
Dolce l’udir due giovanetti amanti,
Or dentro la capanna, or lungo il rio,
Quand’alternan tra lor la gioja e i canti.
Dolce l’udir quel caro Idolo mo,
Dolce così, che mi sorprende brama,
Brama gentil d’innamorarmi anch’io.
Innamorarmi, ma non già per fanna.
Come fa quel Pastor, ch’ama per giuoco,
Nè amare il suo, ma delirar si chiama.
Nè amar vorrei come in istranio loco
Ama Lagisto, e va solo e scontento,
Ch’ei non vive in annor, ma vive in fuoco
Amar vorrei, come per suo contento
Amar suole il Pastor vaga agneletta;
Amar, scherzar, e non aver tormento.
Sedersi ora su i fiori, or sull’erbetta,
Gioir cantando, e ne’ begli occhi fiso
Goder del lampo, e non sentir saetta.
Alfesibeo.
L’amore, figliuol mio, non è diviso
Mai dal penare; e invan si cerca in Terra
Perfetta gioja e non instabil riso.
Quei, ch’in dettar leggi d’amor non erra,
Assomigliò l’amante ad un guerriero,
E l’amare chiamò continua guerra.
Che quinci al Senso indomito ed altero,
E quindi la Ragion stan sempre intenti
Dell’alma nostra a conquistar l’impero.
Ma opportuni non son tali argomenti
In questo loco, ove ci siam condutti
Sol per godere de’ canori accenti.
Cerca nel sommo Ben d’amore i frutti:
Sol quivi il porto avrai senza procella;
E riso e gioja senza pere e lutti.
Tirsi.
Ed oh che graziosa Pastorella
S’appresta al canto! Bella è la virtute
Sempre; ma in un bel volto è assai più bella.
Cantata a voce sola, fatta da TIRSI.
Quando nel patrio Egitto
Tu vorrai far ritorno
Rondine pellegrina,
Più non ritrovai la Tua Reina.
Io lo sento, ch’Augusto
Oggi vinse Cleopatra, e la fè serva,
E in lei l’Egitto, e coll’Egitto il Mondo.
Tutto ride giocondo.
In sì bel giorno il Lazio; e tu sol piangi,
Rondine pellegrina,
Che più non rivedrai la tua Reina.
Ma tu non ti partir dal nostro lido:
Scordati il Nilo infido o Rondinella.
Ti spargerò di vaghe rose il nido;
Io sarò più contenta, e la più bella.
Ma ec.
Corse con mille al crin pampini e bacchere,
Pare un Satiro uscito dalle grottole 5
Ma quanto altin s’inganna! A labri asciutti
Via se n’andrà, quando andran via le nottole,
coro di Satiri, e Fauni fatto da ALFESIBEO
Coro. Evoè, viva evoè,
Il caldissimo de’ mesi,
Viva Agosto nostro Rè.
Uno del Coro.
Ove, o Fauni, vi celate?
Sù sgombrate ed antri e grotte,
E ’l trionfo accompagnate
Di colui, che giorno e notte
Da trincar forza vi diè,
Coro. Evoè, viva Evoè, ec.
Un’altro del Coro.
Sù, si bea
A colui, che ne ricrea
sue fiamme cocenti
Lieti accenti poi sciogliamo,
E cantiamo. La virtù dell’almo Mese
E l’imprese,
Ch’era armato
Di Gensano delicato,
Or di buon Monte Pulciano,
Non mai stanco ei sempre fè.
Coro. Evoè, viva Evoè, ec.
Un’altro del Coro.
Oh dì felici!
Fiamme beate!
Nuove fenici,
Da’ vostri ardori
I nostri cuori
Risorger fate.
Sù dunque, Amici, al glorioso Agosto,.
Sacriamori cuor, li menti
E ’l suo gran nome alle più ignole genti
Voli sull’ali ormai di nostra fè.
Coro. Evoè, viva Evoè, ec.
Tirsi.
Questo bel gaudio si m’allegra, e queste
Liete armonie sì ben mi vanno al cuore...
Che par, ch’al canto anch’il mio coor si deste.
Perchè, o mie selve, entro il bel vostre orrore
Solo non son con voi? Vorrei dir cose .....
Alfesibeo.
E che vorresti dir gentil Pastore?
Tirsi.
Direi.... che non direi? Sento ben’io
Il biondo Dio; sento, ch’a poco a poco
M’empie l’alma di fuoco; oh bel portento!
Ecco un’altr’Uom divento; in veggio, o parmi..
Fuggon cavalli ed armi: io veggio Marte,
Ch’ad altra parte rivoltò l’insegne
Se non si spegne la verace fiamma,
Almeno infiamma più remote ville,
E le faville al nostro cuor perdona.
Ahimè Bellona! Tra le nostre biade
Splendean le spade, e non più nò le torte
Falci, che sol la Morte in mano avea.
Parea, ch’avesse seminato i denti
Cadmo ne’ suoi serpenti, i nostri prati
Tanta messe d’armati avean produtto.
Fu reso asciutto da caval straniero
Il Pò ch’albero di tant’acque abbonda,
E andò senz’onda vergognoso al Mare
E invan chiedea le chiare onde a’ ruscelli
Che dicen quelli: vuoi tu l’acque, o ’l sangue?
Or non più langue di timor la nostra
Arcada chiostra: a far l’empie sue prove
Portò Discordia altrove i rei colubri:
Chiuse i delubri a noi l’Amico Giano.
Ch’il grand’ALNANO, e suoi teneri pianti,
Ei gloriosi e santi aurei costumi
Fer forza a i Numi. Ei sol fu, che tratenne
L’alta bipenne, che già stava in alto:
Ei diede al Ciel l’assalto, e il Ciel s’arrese.
Oh belle imprese! Oh memorandi giorni
Ch’i bei Contorni han libertà sì presto!
E sol per questo io vò di gioja onusto,
Non s’oggi Augusto sull’Egizie arene
Pose in catene Cleopatra e ’l Nilo.
Qui dove asilo han le bell’arti, e reggia,
Perciò forse festeggia il gran Crateo!
Ei fa trofeo di gaudio il nobil petto:
Tanta l’Eletto agli Elettor fa gloria.
Oh venga il dì, che il Ciel sù tante spade
Piova rugiade, e smorzi i fieri sdegni.
E se sete di regni, anzi d’onore,
Sembra, ch’il cuore a bella pugna invite,
E voi gitene unite, o nobil’Alme,
Ite di palme a impoverir l’Idume;
Ch’il sepolcro del Nume è in man de’ Cani.
Vessili Mauritani aspetta il Tempio:
E tolti all’empio usurpator ribaldo
Gli ovil del caldo, e quei del freddo Polo
Governi un Pastor solo, e ALNAN sia quello.
Allor d’un bello mormorar di trombe,
Fia, che rimbombe il Mar, la Terra, e ’l Cielo,
Allora .....
Alfesibeo..... E qual voglia ti prende, e dove
Mandi i pensier, che per obbliqua via
In traccia va di strane mete, o nuove?
Tanto dal nostro oggetto ei ti disvia,
Che sembri quel Pittor, ch’in mezzo al Mare
Cipresso annoso d’innalzar desia.
E poi, cosa egli è mai quel tuo cantare,
Che senz’ordine e legge allo scompiglio
De’ Satiri, ch’udimmo eguale appare?
Se, qual divoto ossequioso Figlio,
Tributar brami al somma Padre il canto
Fallo, che ’l dei; ma con miglior consiglio.
Questi stessi aurei tetti han spesso il vanto
D’udir tra chiari versi e illustri note
L’altero Nome glorioso e santo.
Al gran soggetto assuefarsi puote
Pria qui tu Musa, e poi con saggio avviso
Sciorre al gran Vice-Dio rime divote.
Ma, Tirsi, siam scoperti, e ’l tuo improvviso
Carme ne fu cagione: io già ’l conosco.
Tirsi..
Ahimè quanto rossor mi vien sul viso!
Lascia, ch’io fugga, e men ritorni al bosco.