Gran popolo di garbo era già il Greco,
Allor quando fiorian Corinto e Atene,
Grazie e Muse soleano abitar seco,
E i dotti ingegni si pagavan bene,
Gli architetti, i poeti, ed i pittori
Eran proprio trattati da signori.
Nè si premiavan sol gli uomini dotti,
Premiavani ancor più gli uomini onesti,
I vecchi generosi, i giovinotti
Seguaci di virtù, saggi e modesti,
E ogn’anno si premiavano gli amanti
Più fidi, più sinceri, e più costanti.
D’Atene nel Teatro n’ coturnata
Di poi sen venne a passeggiar le scène
Di neri toschi, e di pugnale armata
La grandiloque altèra Melpomène
Della più bella donna entro ’l consesso,
Il premio dell’amore era concesso.
Quel giovinetto, che nell’anno scorso
Avea di salda fè, di tenerezza
Date più prove senza aver trascorso
Nel lubrico sentier della mollezza,
Era di sacro mirto incoronato,
E degli amanti principe acclamato.
Ma doveasi però dalle donzelle
Espor le gesta degli amanti loro,
Doveansi arringhe far semplici e belle,
E salvate le leggi del decoro
Senza l’orpello, e l’esagerazione
Narrar de’ fidi loro ogni azione.
E chi v’avesse intrusa una bugia
Escludeva l’amante dal concorso,
La legge era un po’ dura in fede mia!
Non incastrar menzogne in un discorso;
Ma sappiamo che donne innamorate
Son di frodi, e bugie tutte impastate.
In due famosi antichi manoscritti
Da tarme e topi rosi e rifiniti
Di tre Greche i discorsi io lessi scritti,
Che in tale occasion fur proferiti
Ver l’olimpiade ottava, o poco innante
Sotto il celebre arconte Euridamante.
Dice dunque la storia che la bella
Egle, la vivacissima Apamèa,
E la bionda patetica Nigella
Che destava l’invidia in Citerèa,
Comparvero a quei giudici davanti
La causa a perorar de’ loro amanti.
I belli ingegni della Grecia tutti
I dotti, i semidotti, ed i dottori
Quel giorno ad ascoltar s’eran ridutti
La discussion de’ concorrenti amori
Venere e il figlio entro a una nube d’oro
Si vennero a posare in mezzo a loro.
Egle la prima fu (così deciso
Avea la sorte) a far la sua concione:
Le risplendea l’ingenuità sul viso,
Che ognun a suo favor muove e dispone,
E con il metro dell’ottava rima
Così l’arringa sua fregia e sublima.
Erotimo il mio padre ha consagrati
I suoi giorni alle Muse, ed ai talenti,
Delle bell’arti amante ha dispregiati
Gli onori, che seducono le genti;
Non aveva in sua casa accumulati
A prezzo di delitti ori ed argenti,
Non batteva de’ Grandi unqua alle porte
Ne i fasti invidiò mai della corte,
Del suo tenero amore unico pegno
Sotto la sua custodia io mi crescea,
E non spregievol figlia a più d’un segno
Di si buon genitore esser parea
Ad ogni lampo di vivace ingegno
Che in miei detti confantili egli scorgea,
Ringraziava la mia diletta madre
Che avealo fatto di tal figlia padre.
Giunta che fui dal terzo lustro fuore
„Sceglier ti vuo’, dissemi un dì, marito,
„Ma lo vuo’ gran poeta e gran pittore,
„E della gloria nel desio nudrito.”
Io già donato avea questo mio cuore
A un giovinetto amabile e compito,
Compito sì che un altro Adon parea,
Ma nè dipinger, nè cantar sapea.
Mi amava quanto amar puonno i mortali,
E molto ingegno avea senza coltura,
Ne’ sguardi suoi, sguardi per me fatali!
Trasparir si vedea l’alma più pura,
I suoi detti, i suoi moti erano quali
D’innocenza nel cuor spira natura,
Che in lui mostrava, come ancor senz’arte
Spirito e cortesia spesso comparte.
Amar sapea, e in ciò la sua dottrina
Quella vinceva de’ più gran sofisti,
Amar sapea di quell’amor che affina
Le menti, e giubilar fa i cuor più tristi:
Ma poi ch’ei sa che il padre me destina
Al miglior fra i poeti, e i grandi artisti,
Per man mi prese ed esclamò; „Ben mio,
„Vado a morire o a meritarti; addio,
Disse, e partì: qual mi restassi allora
Lo può dir chi per prova amore intende;
La più barbara fiamma mi divora
La più cruda puntura il cuor mi fende,
E il filial dover mi grida ognora,
„Che speri dall’amor, che il padre offende?
„Membrati, ch’egli è autor de’ giorni tui
»Muori se vuoi, ma ubbidiente a lui.”
Intanto il genitor fece palese,
Che al poeta, al pittor io sarei sposa
Che avria compito dopo il sesto mese
In rima o in tela la più bella cosa.
Detta m’avea la fama entro il paese
D’ogni giovin beltà la più vezzosa,
E al termine preferito più di venti
Furono alla mia destra i concorrenti.
Il superbo, il crudele, il duro Arpago
Superò tutti quanti i suoi rivali,
Nè più bel colorito, nè più vago
Disegno feron mai pennei mortali,
Pinse egli amor, cui d’acutissim’ago
Punto avea un ape, ei dibattendo l’ali
Piangendo forte alla madre correa,
Che dolce lo guardava e sorridea.
Quindi cantò sulla smarrita cetra
Dell’infelice Adon la dura morte;
Poscia i giganti, che assaltaron l’etra,
E voleano con Giove ugual la sorte,
E Andromeda legata in sulla pietra,
E Orfeo che varca l’Acheronzie porte:
Ogni competitor tosto a lui cesse,
E il padre la mia destra a lui concesse.
Già l’aborrito vincitor s’avanza
Ad abbracciar me vittima dolente,
Quand’ecco comparire entro la stanza
Un nuovo inaspettato concorrente
Nel manto avea coperta la sembianza,
E un quadro presentò velocemente,
In cui ciascun ravvisa stupefatto
Opra degna d’un nume il mio ritratto.
Mancavagli soltanto la favella,
Che negli occhi brillava il sentimento
La dolce voluttà, che tutto abbella
La speranza, il desire eran là drento,
Amor parea vibrar le sue quadrella
Dal roseo volto, e dal tornito mento
Arpago stesso pien di meraviglia
Fremè di rabbia, ed aggrottò le ciglia.
„Che mortal, disse il padre, oppur che Dio
„A tal perfezion l’arte ha sospinta?”
L’incognito scuoprissi, e al padre mio
Disse „È un mortal, che la tua figlia ha pinta,
„Guardami in volto Liddamon son io,
„E della figlia tua la mano ho vinta,
„La speme di tal ben mi fu maestra,
„E amore istesso mi guidò la destra.”
Quindi prendendo in man l’eburnea lira
Un inno egli intuonò sacro ad amore,
Tanta dolcezza la sua voce spira,
Che tratta io son da me medesima fuore,
E vincendo il pudor che mi ritira
Ne corro a lui che m’ha rapito il cuore.
E del padre abbracciandolo al cospetto,
Sposo lo acclamo, unico mio diletto.
Se già dipinto avea qual Zeusi, o Apelle
Allor cantò come cantava Orfeo
Arpago l’ire sue maligne e felle
A freno ritener più non poteo.
„Io son vinto, ei gridò, barbare stelle!
„Ma non cedo per anco al destin reo!...
Ed in ciò dir l’empio la spada impugna,
Ed il mio Liddamon sfida alla pugna.
Svenuta caddi al genitore in braccio
All’assalto terribile e improvviso,
Qual corpo morto più fredda che ghiaccio,
E di letal sudor aspersa in viso,
Ma Liddamone si levò d’impaccio
Arpago rovesciando al suol conquiso,
E lasciandogli poi la vita in dono
Lo coprì di rossor col suo perdono.
Or giudicate voi se il caro amante,
Se il dolce oggetto del mi’ amor primiero
Deve il premio ottenere a ogni altro avante
Da voi serbato a un amator sincero,
Ei che egregio pittor, cigno prestante
Mostrossi a un punto e intrepido guerriero,
Ei che sì a tempo in mio soccorso venne,
E colla sua virtù mia destra ottenne!
Egle così parlò, Vener, Cupido
Furono i primi a batter palma a palma,
E nel consesso, universale un grido
Offerir parve a Liddamon la palma,
Egle intanto chinava a terra il ciglio
E fea il bel volto suo vieppiù vermiglio.
Surse allora Apamèa, null’era in Lei
Di severo, di grave, e ricercato,
Annunziava il bel labbro di costei
Il brio giocondo, il riso delicato,
E in versetti parlò d’altra misura
Quali a Frugoni ne ispirò natura.
Ben conosce ognun di voi
Il mio tenero Cimone,
Vince in grazie Endimione
In coraggio i primi Eroi.
Le sue guance giovinette
Biondo pelo adombra appena,
Luce vivida e serena
Dai begli occhi ognor saetta.
La sua chioma è d’oro fino,
E il più vivido cinabro
Non pareggia il suo bel labro
Tumidetto e porporino.
Sul fiorir de’ diciott’anni
A giurarmi amore ci venne,
E da me pietade ottenne
Del suo cuore ai crudi affanni.
Non è mica, ch’io cadessi
Al poter di sua bellezza,
Coll’ardir, colla prodezza
Ei di me sovrano fessi.
Se donzella alle pupille
Parea timide e modeste,
In valor detto lo avreste
Un rival del fero Achille.
Una sera sopra il mare
In barchetta colla mia
Amorosa antica zia
Ce ne andammo a passeggiare.
Un corsaro maladetto.
Ad un tratto ci sorprese,
La mia zia lasciò, me prese,
Che gli piacque il mio visetto.
Di zitelle il traditore
Alla cerca solea gire
Il serraglio per fornire
D’un ricchissimo signore.
Tratta a forza nel suo legno
Mi trovai, misera, appena,
Che al Pirèo voltò la schiena,
E ver Lidia diede il segno;
Ove giunti il quarto giorno
Fui condotta, il gran serraglio
D’un Visir detto Carvaglio
Co’ miei vezzi a far adorno.
Dopo il caso atroce e reo
La mia zia piangendo forte
Invocando a se la morte
Ritornossene al Pirèo.
Ed a tutti raccontava
Come un perfido, un furfante
Di donzelle mercadante
Verso Lidia mi portava.
Credereste che Cimone
Si mettesse allora a piangere,
E cantor dolente a tangere
Una lira, un colascione?
Nò, pensò solo a sottrarmi
Di quel barbaro alla frode,
E qual deve uom forte e prode
Preferì la via dell’armi.
Ma siccome era spiantato
Non poteva a suo piacere
Radunar possenti schiere,
E condurle in campo armato.
Il mio caro giovinetto
Travestissi da donzella,
E si cinse una gonnella,
E si mise un bel fiandretto.
N’una scuffia alla mimì
Il dorato crin raccolse,
In mantiglia si ravvolse,
E in tal guisa si partì.
Però sotto del grembiale
Per passar l’indegno cuore
Del mio barbaro signore
Si nascose un gran pugnale.
Verso Lidia il cammin prese,
Ed in brevi dì vi giunse,
Tanto il seno amor gli punse,
Amor fabro d’alte imprese.
Colà giunto ei fu creduto
Un boccon per il serraglio,
E al ricchissimo Carvaglio
Fu condotto, fu venduto.
Io mi vidi a un tratto allato
Il mio caro giovinetto,
E ogni sorta di diletto
Fa da noi tosto provato.
Una notte mentre stiamo
L’un dell’altro tra le braccia,
Con barbuta orrida faccia
Il padron venir veggiamo
Che scoprendoci esclamò;
„Due zitelle a un colpo istesso?
„Non c’è male, adesso, adesso...
Ma Cimone in piè balzò.
E al Visir in atto fiero
Rivolgendosi afferrollo
Per la barba e per il collo
E gli disse in tuon severo.
„Vieni aprir tosto la porta
„Perfidissimo tiranno,
„Vieni, o temi il tuo malanno,
„E a noi due servi di scorta.
„Se tu chiami, se fai segno
„A qualcun de’ servi tuoi,
„Aspettarti, empio, ti puoi
„Ch’io ti passo il core indegno.
„Hai capito? or via si vada”
E in ciò dir di quel briccone
Sovra’l petto il mio Cimone
Tenea fissa la sua spada.
I signori, lo sapete,
Son soggetti per natura
A patir della paura
Se le cose non son quete.
Perciò il Barbaro tremante
Ubbidì con sommissione
All’impero di Cimone,
E non fece l’arrogante.
Così fuora del serraglio
Presto presto ci trovammo,
Ed al mar veloci andammo
Colla scorta di Carvaglio.
Colà stavaci aspettando
Agilissima barchetta
Assai comoda, assai netta
Di Cimone per comando
C’imbarchiam, si vola via,
In due giorni in Grecia siamo
E Carvaglio ringraziamo
Della buona compagnia.
Ma l’usanza gli era nota,
Ed un sacco tanto fatto
Pria ci diè per suo riscatto,
E servì per la mia dota.
Vanti adesso Liddamone
La sua cetra, il suo pennello
Tutte inezie in faccia a quello
Che per me compì Cimone.
Piacque di quell’amabile fanciulla
Ai circostanti il facile racconto,
Che si potea far meglio assai, ma nulla
Le cose ad arte preparate io conto,
E qualche rima ripetuta al certo
Alla chiacchera sua non tolse il merto.
Il popol Greco amava sempre a ridere,
E quell’ingenuo stil rider lo fece,
Molti in pro di Cimon volean decidere,
Ma il senato sclamò: questo non lece,
Odasi pria ciò che dirà la bella,
La tenera e patetica Nigella.
Questa tenendo un fazzoletto in mano
Di tratto in tratto i bei rai s’asciugava,
Che spesso qualche lagrima pian piano
La pallidetta guancia le rigava;
Ella la bocca aperse, ed ognun tacque,
Trasse un sospiro, e quel sospiro piacque.
Poscia in terzine, metro consacrato
Alla dolente e flebile elegia,
Uno sguardo pietoso avendo dato
All’aspettante augusta compagnia,
Incominciò in tal guisa il suo discorso,
Cui frequenti sospir rompeano il corso.
L’astro crudel sotto cui vidi il giorno
Nascer mi fece in Amatunta, in cui
Ha la madre di amore il suo soggiorno.
Là il mar la generò dai flutti sui
Ella vi nacque per beare il mondo,
Vi nacqui io per menar di tristi e bui.
Sotto l’impero suo dolce e giocondo
Viveamo lieti, ma fra noi s’intruse
Corruttor de’ contenti il vizio immondo.
Che sovra tutti i cuori ahi si diffuse,
E ne bandì la candida innocenza,
Al paro sentimento i petti chiuse.
La voluttà diè loco alla licenza,
Ed Apollo sdegnato infra di noi
Inviò la più cruda pestilenza.
Fur consultati gli oracoli suoi,
Che rispose; la morte di un amante
Puro e fedel placherà il ciel con voi.
Ci eravam conosciuti un anno avante
Il giovinetto Artesidoro, ed io
Presi a vicenda d’un ardor costante.
D’un amor più fedel mai non s’udio
Parlar in Cipro; ah ciò che fèa mia gioia
Dovea far poi l’aspro tormento mio!
Gridò ciascuno allor; forza è che muoia
Dunque Nigella, e fui tosto arrestata:
Dei! la virtù dunque prendete in noja!
Innanzi a sacerdoti io fui guidata,
E mi feron giurar che non fu mai
Da me in amor la data fe’ violata.
Nel cimento fatal non esitai,
E piuttosto che fingermi spergiura,
Scelsi morire, e di mia fe’ giurai.
Fui scelta allor vittima, ahi sorte dura!
Al Dio sdegnato: era già tratta a morte;
Ma finir non dovea qui mia sventura.
Ecco l’amato mio dolce consorte
Infra le guardie penetra e m’abbraccia,
„Soffermatevi olà! gridando forte;
„D’un amante fedel qui si va in traccia?
„Ebben di lei più fido ancora io sono,
„Mirate; e un ferro acuto in sen si caccia.”
S’udì a sinistra alto mugghiare il tuono,
E una voce del ciel gridò repente;
Compiuto è il sacrifizio, io vi perdono.
Sull’adorato mio sposo morente
Mi precipito allor dai lacci sciolta;
Egli ancor mi conosce, ancor mi sente.
„L’ultimo prego mio, dissemi, ascolta;
„Vivi, o sposa adorata, io tel comando,
„L’impeto affrena della doglia stolta.
„Giuralo!” oh Dio giurai, ed egli esangue
Fissando in me le luci moribonde
Più mi vuol dir, ma la sua forza langue:
La voce sul suo labbro si confonde,
Dandomi alfin l’ultimo suo sospiro
Corse l’anima bella alle stigi’onde.
Chi può esprimer la rabbia ed il deliro
Che m’assalgono l’alma allor ch’estinto
A me dinanzi Artesidoro io miro!
Lungo tempo il poter tacque in me vinto
Della ragione, e certo allor m’avrei
Un acuto pugnal nel petto spinto.
Ma i parenti vegliar sui giorni mici,
Io vivo ancor per lor crudele alta,
Rea d’un vile spergiuro io non mi fei.
Non è però ch’io possa amar la vita,
Anzi affretto coi voti oggi il momento
Di rivedermi al dolce sposo unita,
E (invan non spero) appressar già lo sento!
Tacque ciò detto, e duo rivi di pianto
Le piovver dalle tremule pupille,
Sorse un grido pietoso in ogni canto,
Ed esclamaron mille voci e mille:
„S’incoroni la tomba dell’estinto,
„Ancor che morto Artesidoro ha vinto.