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PoetósferaLa BibliotecaGiovanni Salvatore de Coureil

Giovanni Salvatore de Coureil · Romanticismo

Le tre Greche

italiano

Gran popolo di garbo era già il Greco,

Allor quando fiorian Corinto e Atene,

Grazie e Muse soleano abitar seco,

E i dotti ingegni si pagavan bene,

Gli architetti, i poeti, ed i pittori

Eran proprio trattati da signori.

Nè si premiavan sol gli uomini dotti,

Premiavani ancor più gli uomini onesti,

I vecchi generosi, i giovinotti

Seguaci di virtù, saggi e modesti,

E ogn’anno si premiavano gli amanti

Più fidi, più sinceri, e più costanti.

D’Atene nel Teatro n’ coturnata

Di poi sen venne a passeggiar le scène

Di neri toschi, e di pugnale armata

La grandiloque altèra Melpomène

Della più bella donna entro ’l consesso,

Il premio dell’amore era concesso.

Quel giovinetto, che nell’anno scorso

Avea di salda fè, di tenerezza

Date più prove senza aver trascorso

Nel lubrico sentier della mollezza,

Era di sacro mirto incoronato,

E degli amanti principe acclamato.

Ma doveasi però dalle donzelle

Espor le gesta degli amanti loro,

Doveansi arringhe far semplici e belle,

E salvate le leggi del decoro

Senza l’orpello, e l’esagerazione

Narrar de’ fidi loro ogni azione.

E chi v’avesse intrusa una bugia

Escludeva l’amante dal concorso,

La legge era un po’ dura in fede mia!

Non incastrar menzogne in un discorso;

Ma sappiamo che donne innamorate

Son di frodi, e bugie tutte impastate.

In due famosi antichi manoscritti

Da tarme e topi rosi e rifiniti

Di tre Greche i discorsi io lessi scritti,

Che in tale occasion fur proferiti

Ver l’olimpiade ottava, o poco innante

Sotto il celebre arconte Euridamante.

Dice dunque la storia che la bella

Egle, la vivacissima Apamèa,

E la bionda patetica Nigella

Che destava l’invidia in Citerèa,

Comparvero a quei giudici davanti

La causa a perorar de’ loro amanti.

I belli ingegni della Grecia tutti

I dotti, i semidotti, ed i dottori

Quel giorno ad ascoltar s’eran ridutti

La discussion de’ concorrenti amori

Venere e il figlio entro a una nube d’oro

Si vennero a posare in mezzo a loro.

Egle la prima fu (così deciso

Avea la sorte) a far la sua concione:

Le risplendea l’ingenuità sul viso,

Che ognun a suo favor muove e dispone,

E con il metro dell’ottava rima

Così l’arringa sua fregia e sublima.

Erotimo il mio padre ha consagrati

I suoi giorni alle Muse, ed ai talenti,

Delle bell’arti amante ha dispregiati

Gli onori, che seducono le genti;

Non aveva in sua casa accumulati

A prezzo di delitti ori ed argenti,

Non batteva de’ Grandi unqua alle porte

Ne i fasti invidiò mai della corte,

Del suo tenero amore unico pegno

Sotto la sua custodia io mi crescea,

E non spregievol figlia a più d’un segno

Di si buon genitore esser parea

Ad ogni lampo di vivace ingegno

Che in miei detti confantili egli scorgea,

Ringraziava la mia diletta madre

Che avealo fatto di tal figlia padre.

Giunta che fui dal terzo lustro fuore

„Sceglier ti vuo’, dissemi un dì, marito,

„Ma lo vuo’ gran poeta e gran pittore,

„E della gloria nel desio nudrito.”

Io già donato avea questo mio cuore

A un giovinetto amabile e compito,

Compito sì che un altro Adon parea,

Ma nè dipinger, nè cantar sapea.

Mi amava quanto amar puonno i mortali,

E molto ingegno avea senza coltura,

Ne’ sguardi suoi, sguardi per me fatali!

Trasparir si vedea l’alma più pura,

I suoi detti, i suoi moti erano quali

D’innocenza nel cuor spira natura,

Che in lui mostrava, come ancor senz’arte

Spirito e cortesia spesso comparte.

Amar sapea, e in ciò la sua dottrina

Quella vinceva de’ più gran sofisti,

Amar sapea di quell’amor che affina

Le menti, e giubilar fa i cuor più tristi:

Ma poi ch’ei sa che il padre me destina

Al miglior fra i poeti, e i grandi artisti,

Per man mi prese ed esclamò; „Ben mio,

„Vado a morire o a meritarti; addio,

Disse, e partì: qual mi restassi allora

Lo può dir chi per prova amore intende;

La più barbara fiamma mi divora

La più cruda puntura il cuor mi fende,

E il filial dover mi grida ognora,

„Che speri dall’amor, che il padre offende?

„Membrati, ch’egli è autor de’ giorni tui

»Muori se vuoi, ma ubbidiente a lui.”

Intanto il genitor fece palese,

Che al poeta, al pittor io sarei sposa

Che avria compito dopo il sesto mese

In rima o in tela la più bella cosa.

Detta m’avea la fama entro il paese

D’ogni giovin beltà la più vezzosa,

E al termine preferito più di venti

Furono alla mia destra i concorrenti.

Il superbo, il crudele, il duro Arpago

Superò tutti quanti i suoi rivali,

Nè più bel colorito, nè più vago

Disegno feron mai pennei mortali,

Pinse egli amor, cui d’acutissim’ago

Punto avea un ape, ei dibattendo l’ali

Piangendo forte alla madre correa,

Che dolce lo guardava e sorridea.

Quindi cantò sulla smarrita cetra

Dell’infelice Adon la dura morte;

Poscia i giganti, che assaltaron l’etra,

E voleano con Giove ugual la sorte,

E Andromeda legata in sulla pietra,

E Orfeo che varca l’Acheronzie porte:

Ogni competitor tosto a lui cesse,

E il padre la mia destra a lui concesse.

Già l’aborrito vincitor s’avanza

Ad abbracciar me vittima dolente,

Quand’ecco comparire entro la stanza

Un nuovo inaspettato concorrente

Nel manto avea coperta la sembianza,

E un quadro presentò velocemente,

In cui ciascun ravvisa stupefatto

Opra degna d’un nume il mio ritratto.

Mancavagli soltanto la favella,

Che negli occhi brillava il sentimento

La dolce voluttà, che tutto abbella

La speranza, il desire eran là drento,

Amor parea vibrar le sue quadrella

Dal roseo volto, e dal tornito mento

Arpago stesso pien di meraviglia

Fremè di rabbia, ed aggrottò le ciglia.

„Che mortal, disse il padre, oppur che Dio

„A tal perfezion l’arte ha sospinta?”

L’incognito scuoprissi, e al padre mio

Disse „È un mortal, che la tua figlia ha pinta,

„Guardami in volto Liddamon son io,

„E della figlia tua la mano ho vinta,

„La speme di tal ben mi fu maestra,

„E amore istesso mi guidò la destra.”

Quindi prendendo in man l’eburnea lira

Un inno egli intuonò sacro ad amore,

Tanta dolcezza la sua voce spira,

Che tratta io son da me medesima fuore,

E vincendo il pudor che mi ritira

Ne corro a lui che m’ha rapito il cuore.

E del padre abbracciandolo al cospetto,

Sposo lo acclamo, unico mio diletto.

Se già dipinto avea qual Zeusi, o Apelle

Allor cantò come cantava Orfeo

Arpago l’ire sue maligne e felle

A freno ritener più non poteo.

„Io son vinto, ei gridò, barbare stelle!

„Ma non cedo per anco al destin reo!...

Ed in ciò dir l’empio la spada impugna,

Ed il mio Liddamon sfida alla pugna.

Svenuta caddi al genitore in braccio

All’assalto terribile e improvviso,

Qual corpo morto più fredda che ghiaccio,

E di letal sudor aspersa in viso,

Ma Liddamone si levò d’impaccio

Arpago rovesciando al suol conquiso,

E lasciandogli poi la vita in dono

Lo coprì di rossor col suo perdono.

Or giudicate voi se il caro amante,

Se il dolce oggetto del mi’ amor primiero

Deve il premio ottenere a ogni altro avante

Da voi serbato a un amator sincero,

Ei che egregio pittor, cigno prestante

Mostrossi a un punto e intrepido guerriero,

Ei che sì a tempo in mio soccorso venne,

E colla sua virtù mia destra ottenne!

Egle così parlò, Vener, Cupido

Furono i primi a batter palma a palma,

E nel consesso, universale un grido

Offerir parve a Liddamon la palma,

Egle intanto chinava a terra il ciglio

E fea il bel volto suo vieppiù vermiglio.

Surse allora Apamèa, null’era in Lei

Di severo, di grave, e ricercato,

Annunziava il bel labbro di costei

Il brio giocondo, il riso delicato,

E in versetti parlò d’altra misura

Quali a Frugoni ne ispirò natura.

Ben conosce ognun di voi

Il mio tenero Cimone,

Vince in grazie Endimione

In coraggio i primi Eroi.

Le sue guance giovinette

Biondo pelo adombra appena,

Luce vivida e serena

Dai begli occhi ognor saetta.

La sua chioma è d’oro fino,

E il più vivido cinabro

Non pareggia il suo bel labro

Tumidetto e porporino.

Sul fiorir de’ diciott’anni

A giurarmi amore ci venne,

E da me pietade ottenne

Del suo cuore ai crudi affanni.

Non è mica, ch’io cadessi

Al poter di sua bellezza,

Coll’ardir, colla prodezza

Ei di me sovrano fessi.

Se donzella alle pupille

Parea timide e modeste,

In valor detto lo avreste

Un rival del fero Achille.

Una sera sopra il mare

In barchetta colla mia

Amorosa antica zia

Ce ne andammo a passeggiare.

Un corsaro maladetto.

Ad un tratto ci sorprese,

La mia zia lasciò, me prese,

Che gli piacque il mio visetto.

Di zitelle il traditore

Alla cerca solea gire

Il serraglio per fornire

D’un ricchissimo signore.

Tratta a forza nel suo legno

Mi trovai, misera, appena,

Che al Pirèo voltò la schiena,

E ver Lidia diede il segno;

Ove giunti il quarto giorno

Fui condotta, il gran serraglio

D’un Visir detto Carvaglio

Co’ miei vezzi a far adorno.

Dopo il caso atroce e reo

La mia zia piangendo forte

Invocando a se la morte

Ritornossene al Pirèo.

Ed a tutti raccontava

Come un perfido, un furfante

Di donzelle mercadante

Verso Lidia mi portava.

Credereste che Cimone

Si mettesse allora a piangere,

E cantor dolente a tangere

Una lira, un colascione?

Nò, pensò solo a sottrarmi

Di quel barbaro alla frode,

E qual deve uom forte e prode

Preferì la via dell’armi.

Ma siccome era spiantato

Non poteva a suo piacere

Radunar possenti schiere,

E condurle in campo armato.

Il mio caro giovinetto

Travestissi da donzella,

E si cinse una gonnella,

E si mise un bel fiandretto.

N’una scuffia alla mimì

Il dorato crin raccolse,

In mantiglia si ravvolse,

E in tal guisa si partì.

Però sotto del grembiale

Per passar l’indegno cuore

Del mio barbaro signore

Si nascose un gran pugnale.

Verso Lidia il cammin prese,

Ed in brevi dì vi giunse,

Tanto il seno amor gli punse,

Amor fabro d’alte imprese.

Colà giunto ei fu creduto

Un boccon per il serraglio,

E al ricchissimo Carvaglio

Fu condotto, fu venduto.

Io mi vidi a un tratto allato

Il mio caro giovinetto,

E ogni sorta di diletto

Fa da noi tosto provato.

Una notte mentre stiamo

L’un dell’altro tra le braccia,

Con barbuta orrida faccia

Il padron venir veggiamo

Che scoprendoci esclamò;

„Due zitelle a un colpo istesso?

„Non c’è male, adesso, adesso...

Ma Cimone in piè balzò.

E al Visir in atto fiero

Rivolgendosi afferrollo

Per la barba e per il collo

E gli disse in tuon severo.

„Vieni aprir tosto la porta

„Perfidissimo tiranno,

„Vieni, o temi il tuo malanno,

„E a noi due servi di scorta.

„Se tu chiami, se fai segno

„A qualcun de’ servi tuoi,

„Aspettarti, empio, ti puoi

„Ch’io ti passo il core indegno.

„Hai capito? or via si vada”

E in ciò dir di quel briccone

Sovra’l petto il mio Cimone

Tenea fissa la sua spada.

I signori, lo sapete,

Son soggetti per natura

A patir della paura

Se le cose non son quete.

Perciò il Barbaro tremante

Ubbidì con sommissione

All’impero di Cimone,

E non fece l’arrogante.

Così fuora del serraglio

Presto presto ci trovammo,

Ed al mar veloci andammo

Colla scorta di Carvaglio.

Colà stavaci aspettando

Agilissima barchetta

Assai comoda, assai netta

Di Cimone per comando

C’imbarchiam, si vola via,

In due giorni in Grecia siamo

E Carvaglio ringraziamo

Della buona compagnia.

Ma l’usanza gli era nota,

Ed un sacco tanto fatto

Pria ci diè per suo riscatto,

E servì per la mia dota.

Vanti adesso Liddamone

La sua cetra, il suo pennello

Tutte inezie in faccia a quello

Che per me compì Cimone.

Piacque di quell’amabile fanciulla

Ai circostanti il facile racconto,

Che si potea far meglio assai, ma nulla

Le cose ad arte preparate io conto,

E qualche rima ripetuta al certo

Alla chiacchera sua non tolse il merto.

Il popol Greco amava sempre a ridere,

E quell’ingenuo stil rider lo fece,

Molti in pro di Cimon volean decidere,

Ma il senato sclamò: questo non lece,

Odasi pria ciò che dirà la bella,

La tenera e patetica Nigella.

Questa tenendo un fazzoletto in mano

Di tratto in tratto i bei rai s’asciugava,

Che spesso qualche lagrima pian piano

La pallidetta guancia le rigava;

Ella la bocca aperse, ed ognun tacque,

Trasse un sospiro, e quel sospiro piacque.

Poscia in terzine, metro consacrato

Alla dolente e flebile elegia,

Uno sguardo pietoso avendo dato

All’aspettante augusta compagnia,

Incominciò in tal guisa il suo discorso,

Cui frequenti sospir rompeano il corso.

L’astro crudel sotto cui vidi il giorno

Nascer mi fece in Amatunta, in cui

Ha la madre di amore il suo soggiorno.

Là il mar la generò dai flutti sui

Ella vi nacque per beare il mondo,

Vi nacqui io per menar di tristi e bui.

Sotto l’impero suo dolce e giocondo

Viveamo lieti, ma fra noi s’intruse

Corruttor de’ contenti il vizio immondo.

Che sovra tutti i cuori ahi si diffuse,

E ne bandì la candida innocenza,

Al paro sentimento i petti chiuse.

La voluttà diè loco alla licenza,

Ed Apollo sdegnato infra di noi

Inviò la più cruda pestilenza.

Fur consultati gli oracoli suoi,

Che rispose; la morte di un amante

Puro e fedel placherà il ciel con voi.

Ci eravam conosciuti un anno avante

Il giovinetto Artesidoro, ed io

Presi a vicenda d’un ardor costante.

D’un amor più fedel mai non s’udio

Parlar in Cipro; ah ciò che fèa mia gioia

Dovea far poi l’aspro tormento mio!

Gridò ciascuno allor; forza è che muoia

Dunque Nigella, e fui tosto arrestata:

Dei! la virtù dunque prendete in noja!

Innanzi a sacerdoti io fui guidata,

E mi feron giurar che non fu mai

Da me in amor la data fe’ violata.

Nel cimento fatal non esitai,

E piuttosto che fingermi spergiura,

Scelsi morire, e di mia fe’ giurai.

Fui scelta allor vittima, ahi sorte dura!

Al Dio sdegnato: era già tratta a morte;

Ma finir non dovea qui mia sventura.

Ecco l’amato mio dolce consorte

Infra le guardie penetra e m’abbraccia,

„Soffermatevi olà! gridando forte;

„D’un amante fedel qui si va in traccia?

„Ebben di lei più fido ancora io sono,

„Mirate; e un ferro acuto in sen si caccia.”

S’udì a sinistra alto mugghiare il tuono,

E una voce del ciel gridò repente;

Compiuto è il sacrifizio, io vi perdono.

Sull’adorato mio sposo morente

Mi precipito allor dai lacci sciolta;

Egli ancor mi conosce, ancor mi sente.

„L’ultimo prego mio, dissemi, ascolta;

„Vivi, o sposa adorata, io tel comando,

„L’impeto affrena della doglia stolta.

„Giuralo!” oh Dio giurai, ed egli esangue

Fissando in me le luci moribonde

Più mi vuol dir, ma la sua forza langue:

La voce sul suo labbro si confonde,

Dandomi alfin l’ultimo suo sospiro

Corse l’anima bella alle stigi’onde.

Chi può esprimer la rabbia ed il deliro

Che m’assalgono l’alma allor ch’estinto

A me dinanzi Artesidoro io miro!

Lungo tempo il poter tacque in me vinto

Della ragione, e certo allor m’avrei

Un acuto pugnal nel petto spinto.

Ma i parenti vegliar sui giorni mici,

Io vivo ancor per lor crudele alta,

Rea d’un vile spergiuro io non mi fei.

Non è però ch’io possa amar la vita,

Anzi affretto coi voti oggi il momento

Di rivedermi al dolce sposo unita,

E (invan non spero) appressar già lo sento!

Tacque ciò detto, e duo rivi di pianto

Le piovver dalle tremule pupille,

Sorse un grido pietoso in ogni canto,

Ed esclamaron mille voci e mille:

„S’incoroni la tomba dell’estinto,

„Ancor che morto Artesidoro ha vinto.

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Autor
Giovanni Salvatore de Coureil
Título
Le tre Greche
Lengua
italiano
Época
Romanticismo
Sala
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Identificador
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Cita recomendada
Giovanni Salvatore de Coureil, «Le tre Greche», Poetósfera, poetosfera.com/p/ws-it-le-tre-greche--giovanni-salvatore-de-courei-964825.html

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