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Giuseppe Garibaldi · Modernismo

La notte di Caprera

italiano

LA NOTTE DI CAPRERA.

I.

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il Dittatore. Fece quel che poté.

E seco porta un sacco di semente.

II.

A

l’aurora. È pronta la nave. Il Dittatore

delle tempeste grida: “Salpa!„ L’alta onda

del dominato Oceano gli torna

50nella memoria e nella voce. Scioglie

l’ultimo capo dell’ormeggio allor con

atto che par santo al devoto stuolo.

L’anima già per l’acque si diffonde

simile al dì. Ripete ei la parola

55che consolò i suoi laceri prodi:

“A Roma, a Roma ci rivedremo! A Roma!„

Bello non è come il raggiante volto

del donator di regni il novo Sole.

III.

E

70non mai segnò la robbia; alla futura

prole sorride, e allarga la pastura

sopra il macigno. In quale tempo ei fu

pastore? Quando migrò con la tribù

su le grandi orme dei padri alle pianure?

75Quando agli armenti cinse i fuochi notturni,

fatta la sosta presso la fonte pura?

Mondo di strage, ei beve il vento. I flutti

crespi e canuti accorrono ver lui

come le bianche pecore per l’azzurra

80erba; ed ei sa il suono che le aduna.

D’antico tempo gli sovviene. Di tutto

quel che fu ieri non gli sovviene più.

Apre così le braccia la Natura

subitamente al buono figliuol suo

85per riposarlo, sopra il suo petto ignudo,

di tanto sangue e di tanta ventura.

E il figlio a lei così volge dischiusa

la sua divina anima di fanciullo.

IV.

M

l’arte del Mare. Come in petrose tazze,

nei grembi cavi l’isola solitaria

95serba il silenzio ch’è bevanda al pugnace.

Quivi placato nella sua verità

ei può sognare; né quel silenzio mai

gli mancherà, sopra il fragor del Mare.

V.

O

grido, selvaggio urlo come a Palermo,

come a Palermo urlo di popolo ebro.

“O cuore, balzi? Placato ancor non sei?„

120L’Eroe sorride; ma gli occhi del veggente

veggono il sole su la città che ferve

colui che parla e l’ultimo suo gesto,

il furibondo palpito che solleva

tutto quel muto popolo come un petto

125immortale, e tutto il sangue repente

sparir dai volti innumerevoli, e

tutte le bocche urlanti, tutte le

mani distese in alto alla ringhiera;

Piazza Pretoria fatta dal travincente

130amore vasta come l’Italia intera

l’anima d’un popolo fatta un cielo

di libertà, eguale al giorno ardente;

una bellezza nuova per sempre accesa

nel triste mondo, un’imagine eterna

135di gloria impressa nel vano velo, eretta

un’altra cima, ala data alla Terra!

VI.

“O

140siciliano e il vento dell’ignoto

destino e il suo volere. Poi s’accosta

al bianco letto che dà i profondi sonni, Il letto

ove il lin rude par che di sale odori

(lavato in mare e torto su lo scoglio?)

145ma il cuore è insonne, riposare non può.

Ei crolla il capo e dice: “Spartirò

le mie semente.„ Si china; piano scioglie

la bocca al sacco; e ripone la corda.

VII.

S

Chino la fronte, le sue semente ei sparte,

165faville d’oro dall’una all’altra mano.

“Ciò che compimmo altri lo canterà.„

VIII.

M

Divinità rivelata nei cigli

umani e primo tremito delle prime

stelle nel puro cielo primaverile!

190Più dolce maggio in terra non fiorì.

Navi sospinte nel mare dal respiro

stesso dei petti eroici, dal destino

e dalla febbre, dalla speranza invitta

e dal prodigio, piene di melodìa

195e di ruggito, nell’oscuro periglio

illuminate dai baleni d’un riso

silenzioso, con la prora diritta

a gloria e a morte, a un punto e all’infinito!

Rapida gioia de’ bei delfini amici

200nel solco, méssi d’un rinnovato mito!

Stelle augurali dell’Orsa al grande ardire,

accesa in cielo bandiera del naviglio!

Più alto sogno in Dante non salì.

IX.

C

Fissi alla gesta son gli occhi del veggente.

L’anima eterna è cinta di baleni.

Ei vede, ei vede il patrio mare ardente,

i suoi vascelli nel fulgido silenzio Le navi eroiche

215misteriosi come due giganteschi

spiriti, fatti leggieri dall’ebrezza

che vi s’aduna, dal sogno che vi ferve,

come le navi dei templi dalla prece:

e il primo approdo, Telamone col segno

220dell’Argonauta, le odorifere selve

dell’Argentaro, la pallida Maremma

tinta del sangue gallico, ove raccese

Mario la febbre di Minturno ed il ferro

trasse dal piè degli schiavi, ne fece

225spade battute per la strage crudele.

E l’altro monte, e l’altro monte ei vede,

l’Erice azzurro, solo tra il mare e il cielo

divinamente apparito, la vetta

annunziatrice della Sicilia bella!

X.

230E

Ei squassa l’aspre chiome della fortuna

235in pugno e fa d’ogni uomo una virtù,

una virtù d’ardore ch’ei conduce

col suo sorriso terribile nell’ultimo

impeto al cuor d’un astro. E l’armatura

della sua possa è il suo sorriso; e ovunque

240risplenda, quivi è il prodigio; e nessuno

lo vede senza vedere un dio nel suo

cielo; e beato colui, quasi fanciullo,

che primamente lo vede nella luce

e tra le spiche ucciso cade giù.

XI.

245O

la sete, la fame; la corsa verso Parco

nella tempesta e nella notte, inganno

260meraviglioso; la montagna affocata

di Gibilrossa ove ecco ogni uomo par

che trasfiguri come se oda parlare

una divina voce alla sua speranza;

e la discesa muta di sasso in sasso,

265per gli arsi aromi, lungo le schegge calde,

mentre la sera coi richiami lontani

de’ suoi pastori e coi suoi flauti fa

la melodìa dell’obliata pace;

e poi la notte vigile di fatali

270stelle; e poi l’alba, e nell’alba il tonante

impeto, l’urto, la furibonda strage,

l’inferno al ponte dell’Ammiraglio; il maschio

Nullo a cavallo oltre la barricata

con la sua rossa torma, ferino e umano

275eroe, gran torso inserto nella vasta

groppa, centàurea possa, erto su la vampa

come in un vol di criniere; il grifagno

Bixio, il risorto Giovanni delle Bande

Nere, temprato animato metallo,

280voce a saetta, sottil viso che sa

la cote come il filo d’una spada

laboriosa, ossuta fronte salda

come l’ariete che dirocca muraglie,

eccolo all’opra che balza da cavallo

285per trarsi il piombo con le sue stesse mani

fuor delle fibre tenaci; ecco espugnata Palermo espugnata

la Porta, data la rotta alle masnade

regie col ferro alle reni; le strade

ancor nell’ombra, deserte; la città

290ancor dormente, e la prima campana

che suona a stormo verso l’aurora alzata

su Gibilrossa; Fieravecchia che batte

già colma come un cuor che si rinsangua;

Macqueda sotto la grandine mortale;

295Montalto ai regi tolto dallo spettrale

Sirtori; atroci strida, crollar di case,

rossor d’incendii; la morte che s’ammassa

nella ruina; l’afa delle carni arse,

il cielo azzurro su l’urlante fornace;

300e il Dittatore terribile che passa,

il Dittatore sorridente con pace

tra quel delirio umano, il dio che guarda,

indubitata forza, con nella faccia

il sole, il sole del sorriso eternale.

305Gloria per sempre! Ecco Palermo schiava

che si risveglia giovine tra le fiamme,

che si solleva, memore della Gancia,

nella vendetta e nella libertà.

XII.

S

piegata e rotta la gente di Borbone

sul Garigliano; scomparso con la scorta La meditazione all’ombra

335splendida il re sul suo cavallo storno,

andato a mensa. Era l’autunno intorno:

cadean le foglie dal tremolio dei pioppi;

i campi roggi fumigavano sotto

l’aratro antico tratto dai bianchi buoi

340campani cui rauco urgeva il bifolco

fasciato le anche dal vello del montone,

coperto il bronzeo capo dal frigio corno.

Antiche e grandi eran le cose intorno;

antico e grande era il cuore dell’uomo

345seduto in pace su la fenduta botte.

Ognun taceva al conspetto dell’uomo

meditabondo. Quasi era a mezzo il giorno:

era il meriggio muto come la notte.

Ognun taceva, ogni anima era prona

350dinanzi a lui, col silenzio che adora

e riconosce: alta preghiera in ora

che parve a ognuno scorrere per ignota

profondità. E il forte elce nodoso,

che negreggiava quivi, fu santo come

355i dolci olivi dell’orto ove pregò

tre volte un altro uomo di fulve chiome.

E il donatore, seduto su la doga

vile, crollò la testa di leone.

Calmo guardò pei fumi il campo roggio,

360col calmo sguardo cerulo che soggioga

il rischio; udì l’anelito dei buoi

affaticati per quelle terre sode;

seguì un aratro che discendea da un poggio,

considerò se fosse dritto il solco

365dietro l’attrito vomere. Anche ascoltò

la lodoletta che facea sua melode.

Venne per l’aria il suono d’un rintocco. Il banchetto del Vincitore

Allor fu quivi recato da un pastore

giovine irsuto di pelli, sopra un moggio,

370al donator di regni un duro tozzo

di pane, e cacio stantìo, di grave odore.

Aveva ei seco il suo coltello a scrocco,

il suo coltello di marinaio, ancóra

raccomandato alla sua vecchia corda;

375l’aperse pronto, con quello s’affettò

il pane e il cacio. Maciullando, guardò

l’aratro antico tratto dai bianchi buoi,

e giudicò del dritto solco; poi,

come il più duro non passava pel gozzo,

380chiese da bere sorridendo al pastore.

Allor fu quivi recato in un orciuolo

al donator di regni acqua di pozzo.

Avido ei bevve, accostatosi il rozzo

vaso alla bocca, ma la bocca schifò.

385L’acqua putiva, come d’un otro immondo.

Senza sdegnarsi ei versò l’acqua al suolo.

Poi s’asciugò, tranquillo; e disse: “Il pozzo

è infetto. Certo, v’è una carogna al fondo.„

S’alzò nel detto; e andò pei campi solo.

XIII.

390O

ingigantita nel travaglio marino.

410Subitamente gli apparisce supino,

a mezzo il colle, nel sangue che invermiglia

tutto il pianoro. È caduto così

l’alfiere, primo all’assalto. Garrisce

dopo lo schianto la bandiera investita,

415come da un vento d’ira, dal grande spiro:

e sul torace come sur un macigno

fanti e cavalli s’azzuffano in prodigi

di furia, e tutta la virtù dell’estinto

ecco risorge viva in un cuore vivo,

420ed è il torace dell’eroe come un plinto

alla grandezza d’un altro eroe. “Così

dunque volete morire?„ Un leonino

fremito scuote il Dittatore. Ei mira

sé nel gigante biondo che gli somiglia,

425nel marinaio ligure che morì

com’ei vorrebbe. Cupo aggrotta le ciglia;

con gli occhi fissi interroga il Destino.

XIV.

E

inaridito ei guata fuggir l’ora

su l’erba e sta con l’anima gravosa

435ch’ebbe immutata per geniture molte

dal tempo quando con solfo e con alloro

Pale odorava la pecora feconda:

conosce il segno del vigile malore,

conosce il gelo che in foco si risolve;

440dà la sua vita alla vorace forza:

ed ei ben sa ch’ella non abbandona

se non l’ossame, e guata fuggir l’ora

per l’erba e sta con l’anima gravosa

e brucare ode la pecora d’intorno:

445così l’insonne sente dal più profondo

sangue salir la febbre sacra, il morbo

divino, ardore immedicabile, odio

ed amore ambi indomati, onde il corpo

arde e la mente, sacra febbre di Roma,

450ultima vita terribile del suolo

esercitato dai padroni del Mondo.

XV.

E

e di rugiada nell’alba si coprì.

Vi colse il fiore dell’asfodelo; misti

alle fresche orme vi rinvenne i vestigi

460dei Fabii; v’ebbe a ginocchio il nemico;

vi fu calpesto dai suoi nello scompiglio,

dai cavalieri suoi fuggiaschi, ferito

dall’unghie dure, di polve e sangue intriso,

tremenda impronta, quando del cuore invitto

465impedimento al terrore improvviso

ei fece solo e là, prono, col viso

nella carraia, baciò la madre, vivo

oltre la morte, e nel fragor sinistro

l’urlo supremo della sua Lupa udì.

XVI.

470O

si cela, fugge, cade, invoca pietà,

prega soccorso, per soffrire si giace

e per morire chiude gli occhi, la salma

pesante opaca e fragile, la carne

485misera e impura, l’onta dell’uomo schiavo,

veduta fu sùbito trasmutarsi,

al nomar d’un nome, in una sostanza

novella, armata d’una vita tenace

e numerosa come di germinanti

490membra e di vene perenni, inebriata

di strage come di allegrezza, agitata

con risa e grida se molto era la piaga

vasta, se orrenda era, come si squassa

una bandiera superba a rincuorare

495stanchi e codardi. Cantami, o Verità

cinta di quercia, cantami questo canto!

Eccoti innanzi le donne, ecco i vegliardi,

ecco i fanciulli: le donne senza pianto,

senza vecchiezza i vegliardi, a mortale

500gioco i fanciulli con la morte che passa;

ecco guidato a suon di trombe il ballo

dal buon Manara sotto il colle tonante;

ecco il Masina, con la sua schiera franca

di cavalieri bolognesi, l’uom d’arme

505e di piacere, ardentissima spada,

gioioso a mensa come in campo, che già

tinto in vermiglio ritorna al quarto assalto

per la Corsina e sprona il suo cavallo

su la scalèa, gli dà ferocia ed ali,

510colpito in petto non fa motto né lai, Villa Corsina

vuota la sella, stramazza, con le braccia

aperte e il ventre prono sul sasso sta;

ed ecco i suoi già pronti a dargli bagno

di grana e coltre di porpora, le lame

515battute a freddo, le lance di Romagna,

che per ammenda di Velletri han pagato

un fiero scotto, eccoli tempestare

su l’atterrato per trar dalla battaglia

il corpo e dargli sepoltura, gli eguali

520dei belli Achei corazzati di rame

sul corpo di Patroclo nato dal

cielo, del caro al Pelìde compagno;

mentre dardeggia la voce del grifagno

Bixio ferito di piombo all’anguinaglia,

525voce di scherno, che fischia sfonda e taglia

come la spada che tronca gli è rimasta

nel pugno; e il fabro d’inni Mameli, il vate

soave come Simonide ceo, ma

più puro che l’ospite di Tessaglia,

530guerreggiatore laureato, sul franto

ginocchio cade sorridendo; e di vasta

anima un altro artefice, il lombardo

Induno, alfine cade, giace forato

come selvaggio bugno e per tanti varchi

535non la sua vasta anima dà ma inganna Catalogo dei guerrieri

la morte, due volte fatto immortale.

Ecco il Bronzetti, ad altri campi sacro,

ad altro antico esempio, che il suo caro

non abbandona già sotto le calcagna

540nemiche ma l’ardire e la pietà

di Niso ingenuo innova; ecco il toscano

Masi, il Sampieri veneto, ecco il lombardo

Vismara, il Bacci piceno, l’apuano

Giorgieri, duci e gregarii, il romano

545Spada, e Fulgenzio Fabrizi umbro ammirando

al Ponte Milvio, e il conte ravennate

Loreta, e il buon Savoia mantovano,

e il buon Maestri, il monco, il mutilato

di Morazzone, e quel gentil Montaldi

550già cacciatore al Salto e capitano

che navigando laggiù pel guerreggiato

fiume fu solo ed ebbe cento braccia

a sostener con l’arme l’arrembaggio;

ecco l’Anceo, il Silva, il Rodi, il Sacchi,

555il pro’ Daverio, il Mellara, gli Strambio,

il più bel fiore del sangue di Romagna

e di Liguria e d’Umbria e di Toscana,

d’ogni contrada, figli della montagna,

figli del piano, figli del litorale,

560della città e del borgo selvaggio,

il più bel fiore fiorito dalle madri

nel vaticinio della gesta fatale,

speranza e forza della profonda Italia,

speranza che arde e forza che combatte,

565dolor che ride e giubilo che assale,

solenne ebrezza, funebre voluttà,

il più bel fiore fiorito dalle madri

potenti come la terra che bagna

il fiammeo flutto ond’è converso il latte

570robusto dato con compagnia di canti;

e il Morosini, e i Dandolo, sonanti

nomi nel bronzo della gloria navale,

stirpe di dogi, sangue republicano

che tinse già di suo colore i fianchi

575delle galere, il Mare Nostro, Candia,

la Morea, Nasso, in cento assedii, e i sacri

marmi d’Atene e l’oro di Bisanzio,

spoglie del Mondo offerte alla Città.

XVII.

V

Crèmera, luoghi già d’ozii di piaceri

di melodie e di magnificenze

585fuggitive, orti custoditi da cieche

statue ed arrisi da fontane serene,

trasfigurati sùbito in rossi inferni

vertiginosi, chi dirà la bellezza

che in voi s’alzò dalla ruina e stette L’astro sanguigno

590su l’Urbe come terribile astro a sera?

chi canterà la vostra grande sera?

Cadeva il dì crudo su fuoco e ferro.

Tre volte e quattro iterato per l’erte

scalèe l’assalto: grado per grado, pietra

595per pietra, preso e perduto e ripreso

e riperduto il baluardo orrendo;

accumulati i cadaveri a piè

degli agrifogli, dei balaustri, delle

statue, delle urne; fatto il pendìo riviera

600del sangue, cupo bulicame di membra

lacere; acceso l’incendio; alzato al cielo

impallidito il clamore supremo

i Legionarii ansanti, arsi di sete

e d’ira, armati di tronconi e di schegge

605neri di fumo e di polvere, belli

e spaventosi parvero come quelli

che superato avean l’uman potere

con la scagliata anima (tale il segno

superato è dal dardo veemente)

610e respiravan dai lor profondi petti

piagati l’ansia d’un miracolo ardente.

“Avanti!„ allora gridò la voce immensa.

Erano questi reduci dall’inferno

raccolti presso le mura, tra il Vascello

615e San Pancrazio. Ansavan come belve

cacciate innanzi dal fuoco nelle selve

incendiate, esausti, dalla sete

stretti le fauci; e non avean da bere

se non sudore e sangue. Ognun coi denti

620secchi mozzò l’anelito, e si tese

per obbedire. “Avanti!„ ripeté

la voce immensa. Ed il bianco mantello

ondeggiò, come l’onda delle bandiere, L’ultimo assalto

su gli aridi occhi. S’udìa, contra il Vascello,

625spesso il nemico tonar dalle trincere

della Corsina come da una fortezza.

Perduta omai l’altura; folle impresa

tentare un altro assalto; tutta l’erta

spazzata; dubbio giungere a mezzo; certa

630la strage. “Avanti!„ gridò la voce immensa

e pura come il ciel di primavera

sopra le fronti degli uomini promessi.

E comandò agli uomini il portento.

“Orsù, Emilio Dandolo, riprendete

635Villa Corsina! Su, di corsa, con vénti

dei vostri prodi più prodi, a ferro freddo!„

Ed il nomato tremò nel cuore udendo

il nome suo in bocca della stessa

Gloria. Caduto eragli già il fratello

640su la scalèa, spento. E disse: “O fratello,

teco verrò!„ Pronto, fece l’appello

dei morituri. E la falange breve

mosse all’assalto ultimo. Una gran febbre

allora parve palpitare nel vespro,

645visibil come l’ardore nei deserti

quando per l’aere vibra incessantemente.

Sorse un clamore terribile nel vespro,

terribil come quel dei romani petti

che ferì l’aere ed i volanti uccelli

650quando rostrata salpò la quinquereme

di Scipione. Videsi in alto un negro

stuolo di corvi sbattere sul funesto

Gianicolo, ove scendean le aquile un tempo

con i presagi. E nel fuoco e nel ferro

655il fato della Republica fu certo.

I morituri la videro morente

nel sangue loro. Un disse: “Vinceremo.„

XVIII.

V

aveangli fatta selvaggia come un’orda

la bella schiera. Ai giovini leoni,

685tutta la notte nutriti dall’odore

della Campagna sacra nel periglioso

cammino, Roma era apparita in fondo

alla pianura nella sùbita aurora

come una nube. Ed un grido era sorto:

690“O Madre!„ Ed ogni cuore in quella parola

s’era devoto, con volontà di gloria;

e taluno ebro avea sentito forse

nelle gramigne rimaste fra le chiome

incolte il peso mortale degli allori.

695Veniva or dunque, senza squilli, alla Porta

di San Pancrazio la seconda legione

lombarda. Ed ecco, verso la Porta, incontro

a lei la fila delle barelle atroce,

con i feriti, con i morenti in mostra!

700Ed i feriti ed i morenti, incontro

ai giovinetti floridi, del dolore

fecero un riso non umano. E coloro

che non avean più pel riso la bocca

ma cave piaghe, gittarono dagli occhi

705il lor baleno; e taluno gittò Il battesimo

le bende intrise discoprendo la coscia

tronca od il ventre lacerato e gridò:

“Resti con voi questo segno!„ Ed un monco

scosse ridendo il moncherino come

710un aspersorio di sangue e battezzò

gli imberbi. E tutti ridevano di gioia

come fanciulli, poiché la morte ai loro

terribili atti mesceva un che di dolce,

una bontà puerile, un candore

715di libertà mai detto da parola

d’uomo né vinto in terra; e di candore

splendevan essi nel dissanguarsi in fondo

alle barelle che penetravan l’ombra

di Roma fatta più profonda dal rombo

720che il Campidoglio spandea sonando a stormo.

Nell’ombra “Viva la Republica!„ urlò

l’anima alzata del coro moribondo.

E l’urlo sotto la Porta rimbombò.

E la legione, scagliata dalla Porta

725eroica, entrò nella battaglia. Allora,

bianco a traverso la bufera del fuoco,

bianco sul suo cavallo agile come

un tigre dómo, non simile ad un uomo

fragile ma simile ad una forza

730onnipresente espressa dalla lotta

stessa dei fati e degli uomini, incontro

ai giovinetti venne il Liberatore.

Muto trascorse lungh’esse le coorti

adolescenti come fa il nembo sopra

735le spiche ma l’anime ch’ei piegò

col suo gran soffio parvero dall’angoscia

risollevarsi moltiplicate. Gli occhi

erano intenti a lui; e con un solo

sguardo ei toccò le anime come un solo

740baleno tocca le innumerevoli onde.

“Avanti!„ allora gridò l’immensa voce.

Ed il cavallo a un tratto s’arrestò

come un torrente precluso che si copre

di schiume. Calmo il cavaliere biondo

745parve più alto, signore delle sorti,

sicuro. Spessi fischiavangli d’intorno

gli obici senza toccarlo; orrido scroscio

facean su i muri del Vascello; talora

sordi facean nella legione un solco

750ove spariva qualche silenzioso

capo atterrato. Si protese, raccolse

il puro sogno dei giovinetti morti

nella sua voce che fu pei vivi come

la melodia della materna Roma.

755“Giovani, avanti, ché vinceremo anche oggi!„

Non con lo sprone ma col suo grande cuore

ei sollevò il suo cavallo a volo:

nel balzo il bianco mantello palpitò L’ala della Vittoria

come la bianca ala della Vittoria.

760Il giovenile grido coperse i tuoni

del monte, dietro il galoppo senza orma.

Nella fumèa del vespro, intorno a Roma,

erano ovunque la ruina e la morte.

Ma chi morì, morì vittorioso.

XIX.

765C

785Per testimone ha l’anima sua. Dice:

“Verrò, verrò. Là donde mi partii

ritornerò.„ La trista dipartita

ripensa: il luglio torrido; le milizie

raccolte in piazza, mute sotto il meriggio

790muto, al conspetto del Vaticano inviso,

come le statue dei portici; il sorriso

che gli sgorgò dai precordii alla vista

della coorte adolescente; Iddio

nei cieli azzurri, il silenzio infinito,

795l’orazion piccola “Io offro a chi

mi vuol seguire fame sete fatiche

combattimenti e morte„; poi l’uscita Da Roma alla Palude

da San Giovanni, tutto il popolo afflitto

che lacrimava e le Trasteverine

800accorse in gara che spargevano i gigli

sotto il cavallo dell’eroina Anita

a San Giovanni, il sordo calpestio

in notte chiara su la Via Tiburtina

con la grande ombra di Roma che seguiva

805i legionarii, la sosta su la cima

nuda, l’estremo sguardo, l’estremo addio

alla Città già in mano del nemico;

e poi la corsa di confine in confine

per monti e valli, l’arrivo a San Marino,

810al bel Titano, con la sua schiera esigua

sfuggita a quattro eserciti, la fine

dell’alta guerra, il Mare, l’accanito

inseguimento per le selvagge rive,

per le paludi febbrose, l’agonìa

815della sua donna sotto il sole maligno,

il disperato remeggio verso il lido

di Chiassi, il dolce corpo su l’erbe arsicce

morente; poi l’abbandono improvviso

sopra la Costa di Paviero, il supplizio

820feroce, il caro corpo non seppellito

nella calura lùgubre l’infierire

di tutti i mali contro l’anima invitta.

“O Madre, e quel che ti daremo vinca

di santità quello che t’offerimmo„

825dice l’Eroe che seppe ben patire.

Per testimone ha l’anima sua. Dice:

“Verrò, verrò. Là donde mi partii

ritornerò, Madre, per ben morire.„

XX.

O

835Ascolta il vento, esplorator notturno

che indaga gli antri, che visita le rupi,

che parla e poi tace, tace e poi rugge.

Pensa il piloto: “Reca lungi l’augurio

tu che ben sei vento italico, più

840nostro che ogni altro, Maestrale, robusto Invocazione al Maestrale

tenditor di vele latine, duro

scotitor di latine selve, tu

che tra Ponente e Borea spiri, giù

dalle Alpi insino al Peloro, per tutta

845la Italia e segui l’Apennino e le punte

dei promontorii tutte sul mare giungi

in libertà, Maestrale, tu lungi

in questa prima notte reca il saluto

dell’uomo a quella che sta nella pianura

850oltre Argentaro, nell’Agro taciturno

che divorò le stirpi, e l’assicura

che a lei pensò l’uomo quando la prua

sciolse da Quarto, ed a lei quando fu

presa la riva, e sempre in ogni pugna

855a lei, dal Pianto dei Romani, laggiù,

da Gibilrossa, dal Faro, dal Volturno.

E, come attende l’uomo, tu l’assicura

che a lei verrà se pur sempre all’autunno

segua l’inverno e dall’inverno surga

860la primavera. Intanto ei veglia e scruta.„

Così promette il piloto di altura

e di rivaggio, l’uomo tirrenio, instrutto

di sapienza pelasga, che misura

senza fallire con l’occhio l’azzimutto

865e su la linea di fede sa condurre

il suo naviglio con bussola vetusta,

col buon pinàce di manico sicuro,

privo dell’ago, dell’ago che si turba

strepita impazza smarrisce sua virtù.

870“Andremo a poggia e all’orza. Orza di punta!„

pensa il piloto. E il sorriso si schiude

nel suo oro. “Alle mure dei trevi! Mura!„

Silenzioso ride: pensa la susta Il buon piloto

che tiene a segno l’antenna latina. Una

875minaccia arguta par che il suo riso aguzzi.

Ei sa che avrà vento traverso, buffi

di vento obliquo; ma sa come si muri.

E crolla il capo incolpevole. “Orsù

via, che domani si semina!„ Nel suo

880pensiero ondeggia di biade il sasso brullo.

S’accosta al letto placido ove il lin rude

par che di sale odori, male asciutta

vela che quivi posi dalle fortune.

Il sacco è a piè del letto; l’arme luce

885su l’origliere: il sogno eterno illude

quella divina anima di fanciullo.

XXI.

O

sul collo al Toro, nell’ala pegasèa

Markab, in bocca al Cane Sirio ardente,

e su la spalla d’Orione Adhaèr,

915e Vega e Arturo e Canòpo e la Perla.

D’antico tempo or gli sovviene. Regge,

nella memoria, col pollice l’anello

dell’astrolabio e studia come ascenda

un astro e come si colchi, nel silenzio

920dei mari. Gira sul capo il ciel sereno.

L’isola acclive è come una galèa

grande che sola navighi verso terre

lontane. Il vento cade. Ed ecco l’agnello

chiama la madre nelle rupi deserte:

925s’ode la voce che trema prega geme.

“O creatura di Dio, dove sei persa?„ Il buon pastore

Ed ecco un che di bianco, un che di lieve

nell’ombra, come una falda di neve

intiepidita da una pena vivente.

930L’uomo si china verso la pena, sente

il vello, prende con le mani leggiere

la creatura di Dio, l’alza, la tiene

fra le sue braccia, l’accoglie sul suo petto.

Non fu pastore ei forse? Gli sovviene

935d’antico tempo quando migrò col gregge

alle pianure su l’ampia orma paterna,

quando di fuochi notturni cinse il gregge,

fatta la sosta intorno alla cisterna.

L’anima sua ora è come la terra,

940è come il mare, è come il firmamento,

come la forza delle stirpi guerriere

e pastorali che nel cominciamento

furono, come la verginità fresca

del primo sguardo che dalla cosa espresse

945il mito, come la meraviglia ingenua

animatrice che d’ogni cosa fece

una bellezza e la favola breve

dell’uom fallace converse in gioia eterna.

XXII.

C

E veggo già che s’avvicina l’alba;

sicché non giova tornare alla mia casa;

ma giova a te avere la tua madre

965che anche ti chiama, che ha la poppa gonfiata

di molto latte che tu ti beverai.„

Ed ei si gode nel suo cuore piegando

a un’altra via, però che bene ei sa

la via del chiuso ove la greggia scarsa

970attende l’ora della pastura. L’alba L’ovile

stampa nel ciel le sue dita rosate

quando all’ovile giunge, all’ovile fatto

di schiette pietre che scelse di sua mano

e poi commesse e legò con la calce

975e vi coprì tutto il tetto di lastre

pulite ed anche vi fece di legname

sodo la porta, come artiere d’ogni arte

ch’ei fu, che sempre sarà finché le braccia

gli reggeranno. Or, mentre giunge, il cane

980lo riconosce come riconobbe Argo

sul concio il dire del molto travagliato

Odisseo; sì lo riconosce il sardo

mastino, forte, fulvo, e balzagli innanzi

e gli fa festa. Ma, dal chiuso, al richiamo

985della deserta creatura la madre

risponde. Senza indugio il pastore apre

la porta e càuto depone al limitare

di pietra il redo che, su le oblique zampe

lanose, come un infante traballa,

990bela dal roseo muso, per l’ombra calda

saltella in cerca della poppa gonfiata.

Chino alla porta, dell’avido poppare

si gode l’uomo incolpevole; è pago;

ché buono ei stima l’odore della calda

995lana nell’uzza che punge aspra di sale,

e invero sol gli rincresce d’un pane,

d’un pan che manca alla sua lieta fame

sì mattutina. “Ecco che è fatta l’alba. Il vincastro

Riconterò le mie pecore.„ Taglia

1000una verga, entra nel chiuso, e caccia il branco.

Nitrire i suoi cavalli di battaglia

ode all’aperto. Respira: “Oh Libertà!„

Poi, sufolando ne’ modi della Pampa

e dell’Oceano, pascola verso il mare.

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Giuseppe Garibaldi · 11 piezas más en la casa
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La Biblioteca

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Expediente

Autor
Giuseppe Garibaldi
Título
La notte di Caprera
Lengua
italiano
Época
Modernismo
Sala
La Biblioteca
Identificador
ws-it-la-notte-di-caprera--giuseppe-garibaldi-ce023f
Cita recomendada
Giuseppe Garibaldi, «La notte di Caprera», Poetósfera, poetosfera.com/p/ws-it-la-notte-di-caprera--giuseppe-garibaldi-ce023f.html

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