Canto sciogliamo a lui, ch’unico e solo
Ai vassalli e ai monarchi arbitro impera,
Che l’ordin cangia alla natura, e al suolo,
E fu sempre qual è, sarà qual era;
Che la speme al timore, il gaudio al duolo
Contempra, come fa sfera con sfera,
E versa e mesce ovunque il sol si aggira
Di pietade i tesori a quei dell’ira.
Canto sciogliamo a lui, ch’or morte arresta,
Ed or le aggiugne acuto sprone al fianco,
Quando gli empj il suo sdegno urta e calpesta,
O quando è pago, e di punir già stanco,
E con l’animatrice aura, che desta,
L’ossa spolpate avviva, e ’l cener bianco,
E fa di un guardo al lampeggiar sereno
Ripullular la gioja al pianto in seno.
Nunzio de’ suoi decreti Angiol le piume
Batte lievi per l’etra, e sale e scende:
Or di biondo garzon forma e costume,
Or di foco sembianze e moto prende,
E più sottil che permeante lume
Nullo obbietto il passaggio a lui contende,
Che si avanza, si asconde, o si allontana
Più che nebbia fugace, ed ombra vana.
Qualor ministro del divin furore
Precipita tremendo alla vendetta,
Fra i labbri tien vivo-spiranti ardore
Ignita spada, e in mano arco e saetta;
Pon gli elementi in guerra, e n’escon fuore
La folgore trisulca, e l’aria infetta;
Ben io lo vidi un giorno, e vidi cose
Che m’accingo a narrar, com’e’ m’impose.
Stavami l’arte a meditar del canto
Alle vallette mie girando intorno
Là dove Maro al padre Mincio accanto
Ebbe la culla, e il rustical soggiorno,
E dove il lago si restringe tanto,
Che fa poi nel natio fiume ritorno,
E dall’angusta chiuso erbosa sponda
L’illustre nome in Po lascia con l’onda.
Quando da lunge un tuonar sordo ascolto
Che la campagna ingombra di spavento;
Il ciel si annebbia, al sol si copre il volto,
E per notte affrettata appar già spento;
In vortici è il compressà aere rivolto
Dal multiforme furiar del vento,
Allumasi sovente, e par che avvampi
Al fulgor tetro de’ sulfurei lampi.
Ripon la falce il villanello, e fugge
Lasciando spaventato a mezzo l’opra,
E ’l bue, che in suono lamentevol mugge
Ratto al presepe di condur s’adopra;
Fuggo anch’io, che più irato il tuono rugge;
E all’umil tetto mio già il nembo è sopra,
E della casa in bassa parte oscura
Attendo il fin della fatal sciagura.
Già nube rea di color vario aspersa
Le squallide sonanti ale dilata,
Onde su i campi sottoposti versa
E mesce pioggia in grandine densata;
Dal gel la speme è in un balen dispersa,
Che avean l’estive fiamme accelerata,
Ove la grandin procellosa cade
Orma più non appar d’erbe e di biade.
Ben più fiate fuor spingo la testa,
Poi trarla indietro un nuovo orror mi sforza,
Cui la ruina universal mi desta,
E che ognora più cresce e si rinforza;
Cade la vite desolata e mesta
Dell’olmo amico sull’ignuda scorza,
Resta del gelso al ricco manto appena
Qualche lacera fronde in sull’arena.
Pauroso lo sguardo al cielo affiso,
Ond’esce suon, come di rauche tube,
Veggo nubi vaganti, e in lor ravviso
E spirali figure e quadre e cube,
Poi veggo minaccioso Angiolo affiso.
Sul dorso spaziar di secca nube,
Color cangiando col cangiar di loco,
E son foco le braccia, e l’ale foco.
Al paventato aspetto io caddi al piano,
Ch’un mortale tremor tutto m’assalse,
All’atterrito corse occhio la mano,
Si levò il crin, sudò la fronte, ed alse:
Pietà, pietà, chieder volea, ma in vano,
Che il labbro accenti a proferir non valse,
Finchè l’Angiol gridò: sorgi, che fai?
E scosso, e invigorito io mi trovai.
Un insolito ardire allor m’accese;
La vista ne sostenni a faccia a faccia,
Il libero suo fren l’alma riprese
De’ spirti a regolar l’usata traccia,
E all’Angiol che men fiero a me discese
Stesi supplici e aperte ambe le braccia;
Egli a me s’avvicina, e l’ignee piume
Prendon colore di un benigno lume.
Alzar volea la supplichevol voce,
Quando l’Angiol proruppe: ah ben io veggio
Qual nasce in te disio, qual duol ti cuoce,
Che il mal ti preme, e ti spaventa il peggio:
L’origin prima sai del colpo atroce,
Onde queste campagne ardo e saccheggio?
Ben sai che dal suo fallo è l’uomo afflitto,
E che fischia il flagel dietro al delitto.
E se ancor non si scuota, e me non oda,
Fo che al primo succeda altro flagello,
E si attraggan, siccome entra, e si annoda
Anello di catena in altro anello;
E s’anco induri, e del suo mal pur goda,
Al danno estremo in sen lascio il rubello,
Tal l’Egizio percossi, e sai che giacque
Freddo immobile piombo in fondo all’acque.
Nè la sventura, ond’or piangi: non basta
Se resti tu di cangiar voglie in forse;
A queste spiagge altro flagel sovrasta,
E più grave di quel che lo precorse;
Or con l’ira clemenza in ciel contrasta,
Che ad aver spazio a Dio suoi preghi porse,
E me invia, perchè innanzi a te mortale
Quasi in tela ti pinga il bene e il ntale.
Quando in Italia il real pino venne,
Ond’Arno lieto esser dovea cotanto,
Turbato il mar, ne ritardai l’antenne,
Mentre del regal zio sul frale ammanto
Scuotea morbo crudel l’umide penne,
Dura cagion d’inconsolabil pianto,
Sebben chiuse ai mortali, aprì le ciglia
Eternamente in Dio tra sposa e figlia.
Anco le inopinate atre tenèbre
Stender sull’Eno attonito mi piacque,
Della terra squarciai l’ime latèbre,
E a più torrenti fuor ne trassi l’acque:
Di mia mano di un denso orror funèbre
Avvolto l’abitato orbe si giacque,
Poi propizia fu lui stesa la palma
La commossa natura io posi in calma.
Pianse Europa il suo danno, ed il sembiante
Si ricoverse di funereo gelo,
Ma l’Eroe, che di padre e di regnante
Compiti appieno avea gli uffizi e il zelo,
E a nuovi Itali imperi alta e costante
Posta la base sull’Austriaco stelo,
Delle sue glorie in terra al sommo giunto
Crescer più non potea, che a Dio congiunto.
A questi accenti, e a qual, sia me dicea,
Eccidio in questo dì s’apre il sentiero!
E d’una in altra dolorosa idea
Giva l’incerto pavido pensiero:
Ma l’Angiolo che quanto in me si crea
Fiso contempla nell’eterno Vero,
Ad uno ad uno i tuoi pensier comprendo,
Disse, e far paghe le tue voglie intendo.
Allor dal roseo labbro a me sul volto
Un alito spirò di paradiso,
Allora io fui da tanta luce avvolto,
Che mi parve dai sensi esser diviso:
Mentre l’avido guardo intorno ho volto,
Nè i campi più, nè l’Angiolo ravviso:
Tutto dagli occhi in un balen mi sparve,
Ed altra terra, ed altro ciel mi apparve.
Come fu Saulo al terzo cerchio eterno
A veder cose non vedute altrove,
Sgombro mi sento dell’impaccio esterno,
E son rapito in piagge a me non nuove:
O sia forza dell’alito superno,
O della luce, che in me dolce piove,
Onde l’aere temprato in sugli obbietti
Fa che prendan diversi atti, ed aspetti.
All’Iride così somiglia il puro
Raggio sol, che il cristallo Anglo penètri,
Così artefice industre all’aere oscuro,
Lume a lume opponendo, e vetri a vetri,
Emerger fa sul bianco opposto muro
Mille immagini liete, e mostri tetri,
E così veggio in pur, o par ch’io veggia,
Nè il come intender so, l’Istro, e la Reggia.
Non le vie popolose, o in ricchi templi
Le barbariche spoglie in vario aspette,
Non d’Austriaca pietà gli augusti esempli
Di meraviglia e riverenza obbietto,
Fan che il ciglio s’arresti, e li contempli,
Ch’altro l’alma rapisce ardente affetto,
E spinto è il guardo, ove fra core amare
L’augusto marital talamo appare.
Sopra vi posa l’abbattuto fianco
La Bavara Walburga egra e doleute,
Ahi che lo spirto a me trema e vien manco,
Che commosso dal duol troppo si sente.
Chi può veder l’Augusto al lato manco
Indarno sul riparo impaziente,
E Walburga obbliando il suo periglio
Nel ciglio a lui mesta fermare il ciglio?
Teresa anch’essa è al destro lato assisa,
Di tenera pietade arde e sfavilla,
L’una nell’altra è immobilmente fisa,
Ed escono i sospiri, e ’l pianto stilla:
Sentesi in core a ricordar d’Elisa
Augusta, a cui nel core amor scolpilla,
Tenero bacio all’egra fronte stampa,
E fra ’l duolo e l’amor gela ed avvampa.
Mentre io miro, e di pianto ho il volto asperso
Tutto sparisce, come al vento polve,
O che il raggio si toglie, o che in diverso
Modo agli occhi benefico si volve:
L’Angiol repente invoco, al ciel converso,
E il veggio, che in sua luce anco s’involve;
Ma scolorito in viso, e mesto quanto
Uom che per tristo evento inclini al pianto.
Deh per pietà, con fronte al suol gridai,
L’alme sembianze tue perchè cangiasti!
Perchè si scoloraro i dolci rai,
Onde i fulgidi crini a te formasti?
Ed ei soggiunse: già sull’Istro assai
Di lugubre spettacolo mirasti;
Di quel che fia tra poco e più funesto
Se vedesti i principi, ascolta il resto.
Insetto seme in voi natura pose,
Che nuove aggiunse inciampo al viver frale,
E nell’ime del cor fibre l’ascose
Confuso alla primiera aura vitale,
Nè l’intime faville incendiose
Arte od ingegno a riparar non vale,
Che nel prescritto istante a poco a poco
Si scuote, si dilata, e scoppia in fuoco.
Questo a Walburga dalle vie del sangue
Emerse, e fuori geminar si vide,
Però qual la scorgesti afflitta langue
Fra livide sanguigne orme omicide,
In brevi dì cadrà pallida, esangue,
Come giglio, che il vomere recide,
Così avvenne d’Elisa, eterno e vero
Di virtù esempio nel Germano impero.
Ma intanto ch’arde per l’altrui salute
D’Augusta il cor, come pietà pur volle,
Ahi quasi da mortifere cicute
Va fuggendo il velen col labbro molle:
Già impallidisce, e ’l di terzo alla cute
Passa l’umor, che dentro ferve e bolle:
Sembra ai frequenti segni ond’è macchiata
Da un esercito d’api saettata.
Tacque, e scoccò l’usato raggio, e oh vista,
Onde ho di gelo ancor l’anima ingombra!
Vidi dall’Istro uscire oscura e trista
Nube di fumo conglobata, e d’ombra.
Cresce, e crescendo maggior spazio acquista,
E già del fiume ambe le sponde adombra,
S’apre, e fuori di scheletro in sembianza
Morte n’esce, e alla Reggia il passo avanza.
Cinge d’intorno alle incavate tempie
Doppio ramo d’alloro un secco, un verde:
Putrido fiato esala, e picciol n’empie
Fiala, che all’aria poi vuota, e disperde.
Sparto il fiato sue voglie inique adempie,
Che le vite migliori adugge e perde:
Molte percosse fur, lo saran molte,
E tutte vanno nel suo fumo involte.
Entra, e vi mira taciti in disparte
I genj della guerra, e della pace;
Fra i sospir tronchi, e con le trecce sparte
Siede pietà, che si scolora e tace:
Con la speme il timore or torna, or parte
Fido a lei consigliero, e in un seguace,
Or passeggia il silenzio, or l’aria fere
Misto suon d’ululati, e di preghiere.
Logge e sale trascorre, e al fin s’arresta
Della stanza d’Augusta in sulla soglia,
Che a fronte di Teresa in lei si desta
Quasi pietà, che di furor la spoglia:
Intorno guata fra ridente, e mesta,
Qual chi sospeso è tra letizia e doglia,
A quest’oggetto i guardi e a quel divide,
Che spettacol più grande unqua non vide.
Alle stancate sponde intorno vede
Starsi chine la fronte in veste bruna
L’alme avite virtù, di cui fu erede
A lei care, quant’è cara a ciascuna,
De’ popoli l’amor, la mutua fede,
Che base alla concordia è prima ed una,
E la costanza, che qual fermo scoglio
Di fortuna spezzò l’ira e l’orgoglio.
Vede il diritto ai sudditi dovuto
Sedersi accanto alla ragion di stato,
Libero omaggio con umil tributo
Fra l’equabil bilancia, e ’l brando alzato,
Il bifronte consiglio ad arte muto,
Cui l’arcano segreto in guardia è dato,
Possanza, che al disegno il velo oscuro
Ne toglie sol, quando è ad uscir maturo.
Vede, che Augusta mitigar non puote
Intenta all’altrui ben l’accesa brama,
E già la velenosa agita e scuote
Ampolla, e le sopite ire richiama.
L’alito sfuma, e in tortuose rote
Per la slanza serpeggia, e si dirama:
Oimè, che veggio! ahi delle infauste soglie
Or chi la vista per pietà mi toglie!
Di repentina luce arde la stanza
All’apparire della mistic’arca,
Ove si asconde il pan, sola speranza
Nel guado estremo d’onde al ciel si varca.
Ciba il pane Teresa, ed ha sembianza
D’alma che sia del fral libera e scarca:
Ella in Dio gode; ma di fuori sento
Palpitar il singulto e lo spavento.
Giace l’eccelso erede in duol profondo,
Le belliche dal crin piume divelle,
Che scosso dal primier teme il secondo
Colpo fatal dalle nemiche stelle,
Alle Germane illustri uniche al mondo
Si spargono d’orror le luci belle,
Della tenera madre al destin crudo
Far desian di se stesse argine e scudo.
Ben pago son, che il variato lume
Togliemi al guardo la funesta scena,
Qual può d’immenso procelloso fiume
Riparo e sponda sostener la piena?
Qual forza mai, se non poter del Nume
Richiama il dardo, o nel cammin l’affrena?
Dove avremo lo scampo? e come, e d’onde?
Ma non temere il fido Angiol risponde.
Mentre meco ti vedi, e a te ragiono
Altrove io vo più dello stral spedito,
Basta ch’io il voglia, e ad un istante io sono
Moltiplicato in uno, e in altro lito:
Non come voce, a cui raddoppia il suono
Dell’aere l’ondeggiar di sito in sito,
Ma nella mia sustanza, e a un sol mio cenno
Mi riproduco, e l’ali al volo impenno.
Senza partirmi dall’empireo chiostro,
In cui stabile e fermo ho il mio riposo,
Quando l’augusto letto a te fu mostro
Ero presente in molle auretta ascoso.
Io fui, che ’l micidial pallido mostro
Fei sulla soglia rimaner pensoso,
Spirando ai circostanti il bel disio
D’offrire incensi e porger voti a Dio.
Mi volsi a lui, cui seggo ognor vicino,
E dal cui fianco mai non mi allontano,
Che d’Austria, e Italia in man tiene il destino,
E de’ regni e dei re guarda l’arcano,
Della cui mente, e oprar quasi divino
La forza, e il modo misurarne è vano,
Che sa ai cimenti della doppia sorte
Ceder da saggio, e contrastar da forte.
Vidi lui, che pel regno ognor lo stesso
Il petto ai rischi più fatali oppose,
Vidilo quasi dalla doglia oppresso
Infra mille ondeggiar cure affannose;
E del periglio dell’Augusta impresso
Nuova in pensiero ordir serie di cose
Ma degli affetti a lui fra ’l turbin fiero
Scintillò, mia mercè, questo pensiero.
Qual dei monarchi ai dì porgere aita
Può l’uom, che striscia come verme al suolo,
Nelle mani di Dio posta è la vita,
A suo piacer la dà, la toglie ei solo.
Al pentimento la preghiera unita
Del popolo tremante il pianto e ’l duolo
Ergansi al cielo al popolo, che prega
Pietate il ciel commosso unqua non nega.
Il popol quindi sbigottito io chiamo
Dai taciturni alberghi, ov’era chiuso;
L’artefice ai miei detti, e ’l fabro gramo
Troncan dell’arti il magistero, e l’uso.
I buoi, l’aratro, la barchetta e l’amo
Lascia il bifolco, e ’l pescator confuso,
Accorre al tempio, i sacerdoti assorda,
E le antiche promesse a Dio ricorda.
Quindi il caso divulgo, e ’l lido n’empie
Ove fondò Teresa il nuovo porto,
E dove sorge il memorando tempio
Sacro a colei, ch’è all’uom scampo e conforto,
Ove Pannonia di fortezza esempio
Tiene ai pampini d’oro il lauro attorto;
Del tristo fato risuonar fo l’Eno,
L’Odera, l’Elba, la Moldava e il Reno.
Stetti repente ove l’augusto germe
Dell’Italica Atene il fren governa;
Cui ne rintegra le speranze inferme,
E di padre e signor le veci alterna,
E nel gemino incarco immote e ferme
Tien le pupille alla virtù materna;
Ma più che altrove fui con l’ali pronte
Dove l’Adda, e ’l Tesino alzan la fronte.
Ivi siede l’Eroe, che dal vetusto
Ceppo Firmian degno germoglio sorse,
E col pensier fecondo, e col robusto
Ingegno ai lumi dell’età precorse,
Che fra le cure, onde fu sempre onusto,
A se presente, e sempre egual si scorse,
E fra i genj più miti e i dì felici
Compie di pace ai mansueti uffici.
Compie, ed affiso in onorato scanno
Della donna d’Insubria i figli regge;
Seco col librator consiglio stanno
L’opra maestra, e la pensata legge:
Seco giustizia, che l’offeso al danno
Provida toglie, e l’offensor corregge,
E saper che adunando i semi sparti
Fa il commercio fiorir, gl’ingegni e l’arti.
Giunto al gran Carlo, a lui favello e reca
Della fatal sciagura il tristo avviso;
Mille pensier volge, e matura ei seco
Tacito disioso intento e fiso;
Or ne ragiona al ciel, ne parla or meco,
Tutto del caso il duol portando in viso;
Fiamme gl’inspiro al cor; s’alza già fermo
Che il gran periglio avrà difesa e schermo.
Insubria il sa, che a’ detti suoi si scuote,
Di gelido pallor tinta la faccia,
Squarcia le vesti, il nudo sen percuote,
E il zel di Carlo d’emular procaccia:
Fra le spedite al ciel preci divote
Già precipita al tempio, e l’are abbraccia:
Respira poi, che di pietà s’infuoca,
E Ambrosio, a lei fidato asilo, invoca.
Invoca Ambrosio la real Donzella
Nuovo incremento dell’Estense pianta,
Cui d’eccelsa virtù l’anima bella
Per indole natia s’orna, ed ammanta;
E cui l’Austriaco ciel qual nuova stella
Aggiunta a’ cerchi suoi già onora e vanta,
Onde festosi van gl’Insubri anch’essi
Che d’un augusto dono il dì s’appressi.
Opra, o Francesco, fu de’ tuoi consigli
Che l’Austriaco gran Prence a noi si doni,
E il ceppo antico, che ne’ chiari figli
Diede Monarchi ai più sublimi troni,
Dal grande Innesto nuova forza or pigli,
E l’avito splendor compia e coroni:
E giusto è ben, che quel che diede altrui
Or dall’Istro riceva, e torni a lui.
Or tu vedrai quel che di Manto avvenne,
E fede dovrai farne ai dì venturi,
Quindi è che te Firmian colà sostenne
Mantovano cantor fra i meno oscuri;
Disse, e allargando le dorate penne
Nembo a me scese de’ suoi rai più puri,
E mi apparve distinto in un istante
Ordin di voti, e di preghiere sante.
Oh quanti obbietti di pietà, di fede
Passan di mano in mano a me dinanzi!
Nella cara a Guglielmo inclita fede
Ve’ del suo primo onor gli augusti avanzi:
Ben ei dagli astri con letizia or vede
Come in virtù Teresa anco l’avanzi;
Scende, e si aggira in mezzo a’ sacerdoti,
E n’accompagna il flebil canto, e i voti.
Carlo anch’ei vanto de’ Pastori Insubri
Scende a veder dallo stellato trono
L’are guerriere, e i militar Delùbri,
E i brandi a lampeggiar del ciel pur dono,
Che dell’Acquile auguste, e de’ Colùbri
Salda difesa, e prima gloria sono.
Oh al ciel Carlo ritorni, e i voti porti
Degli eserciti al Dio, al Dio de’ forti.
Ve’ nel sacro ad Andrea tempio che il bianco
Umor nel trino vase al sangue misto
Serba tuttor, che dal divino fianco
Lungo l’asta crudel sgorgar fu visto:
Mincio ricorda in volto ardito e franco
D’Augusta il nome al glorioso acquisto;
Certo, che scampo a lei germini e frutti,
E giovi ad una, se bastò per tutti.
Qui le Vergin prudenti, a cui non tardi
Vien l’alimento alla lucente lampa,
Là il popol sacro, che sotto a’ stendardi
Di Francesco e Domenico si accampa,
E quel che fisi in Benedetto i guardi,
Su i vestigi di lui nuov’orme stampa,
Levan le braccia al ciel, levan la fronte,
Come di Giuda il condottier sul monte.
Nel vetusto cenobio al Pò vicino
Di Matilda già un tempo al cener nido,
Pronto asilo allo stanco pellegrino,
Saldo sostegno al minacciato lido,
Salgon Arabi incensi al pan divino,
Sale iterato il supplichevol grido,
E fuori intanto appar lieto e tranquillo
L’orfano ristorato, ed il pupillo.
Ma il vigile pastor, che in queste mura
Il nome de’ Puebla alza e sublima,
Pastor, che giunse per comun ventura
Nella vigna di Dio sull’ora prima,
Arso di zelo, e di amorosa cura
Pubblici a noi devoti riti intima,
E fu dell’Angiol opra il bel disìo;
Ch’ei commercio ha con gli Angioli, e con Dio.
Fia sacro il rito a lei, che in ciel reina
Siede, e ad Anselmo ragionò sovente,
Che dall’orror di servitù vicina
Spesso scampò la Mantovana gente.
Già piega il sole appena alla marina,
Che il sacro bronzo rimbombar si sente:
Lo squillo al tempio il popolo trasporta,
Fatti l’uno dell’altro esempio e scorta.
A manca entro le seriche cortine
Si chiude sull’altar l’augusta immago;
Fan marmoree colonne alabastrine
Fra le pietre di Lidia un ordin vago;
Opre ammirande intorno, e peregrine
Spiega industre pennello, e vigil ago:
Dalle pareti in tanto onor giulive
Pendon a mille immagini votive.
La bella madre del divino Amore
Dalla sacr’arca riverenza inspira;
Anselmo anch’ei dalla sua tomba fuore
Nuova di santo amor dolce aura spira;
L’ardente zelo, e ’l tenero suo core
Nell’affabil sembiante ancor si mira,
E ad una ad una le dilette agnelle
Conosce, come lui conobber quelle.
Par che si affisi ne’ togati patri
Della spada di Cesare custodi,
Onde orgoglio e fierezza indarno latri,
E indarno l’ingordigia ordisca frodi.
Anselmo anch’esso in dì torbidi ed atri
Colse da’ suoi consigli eterne lodi:
Schermo al tempio e alla reggia insieme unìo
Di Matilda i diritti, e quei di Dio.
E ben Matilda dall’etereo smalto
Sprona i vassalli antichi alle preghiere;
Ricorda il dì, che il braccio Anselmo in alto
Levando, benedisse aste e bandiere,
Quando vittrici dal notturno assalto
Liete tornar le Mantovane schiere,
E vuol ch’abbia in Anselmo egual sostegno
Chi a lei s’agguaglia, e le successe al regno.
Entra ognuho nel tempio, e le ginocchia
Al velato gran Dio piega tremanti;
Quinci a manca si volge, e s’inginocchia
All’adorato simolacro avanti:
Ardon le faci, e il timiama crocchia
Arso per entro agl’incensier fumanti,
In duo già si diparte il popol folto
Intorno all’ara umilemente accolto.
Già vengono i pacifici Leviti
Coi bianchi lini, e col purpureo manto,
Tu pur Giovanni ti presenti ai riti
Con l’aurata tiara, e ’l lituo santo;
Nella clamide augusta Aronne imiti,
E i duo ministri, che ti stanno accanto
Del palio bipartito i lembi alzati
Tengon per riverenza alli due lati.
Entra il sacro Senato, e seco il degno
Capo nel vallo onde l’altare è cinto;
Fa in paradiso il riverito segno
Il Pontefice santo all’opra accinto.
Scenda l’aita tua dall’alto regno,
E di pietà feconda il dolce istinto,
La lingua e ’l cor padre dal ciel ne monda,
Fa che l’effetto al buon disio risponda.
Il padre invoca, ch’ha sugli astri impero,
E l’uman prego inspira a un tempo, e ascolta;
Quegli che padre ebbe il divia pensiero,
Indi natura ha riparata e sciolta,
E lui che d’Amor nacque, anzi è Amor vero,
E l’essenza in tre sparsa e in un raccolta,
Che da’ superni lucidi zaffiri
Pronta su noi misericordia spiri.
Maria s’invoca, (odo il gran nome appena,
Che il velo dall’immagine si fura)
Che a Dio diè vita, che di grazie piena,
Fu de’ Vergin la prima, e casta e para;
Amabil più di cosa altra terrena,
Meravigliosa del gran Dio fattura,
Che non ebbe simil prima o dappoi,
E il gran tempio rimbomba; ora per noi.
Vergine saggia d’ogni lode degna,
Lucido specchio di giustizia e fede,
Per cui gaudio e salute al mondo regna,
Vase d’onor, di sapienza sede,
Porta e stella del cielo, arca ed insegna
Che li celesti cittadin precede,
Reina de’ novelli, e prischi eroi,
E il gran tempio rimbomba: ora per noi.
Poi misto incenso alle parole sante
Versa nel fuoco, cui brev’urna serra;
Chiuso tre volte innalza, e l’ondeggiante
Turibolo tre volte abbassi a terra;
Indi obliquo in su il vibra, e di fiammante
Amor tutto racceso umil si atterra,
E come sottil nebbia il fumo ascende
All’area, donde il puro azimo pende.
Sovra d’argentea base è un cerchio aurato,
Come stella crinita de’ suoi raggi,
E in mezzo quasi in centro è collocato
De’ forti il cibo, il produttor de’ saggi,
Il Verbo che per noi s’è trasformato
In testimonio de’ sofferti oltraggi,
Che tornar volle nel paterno amplesso,
E tutto insieme a noi donar se stesso.
Deh lode sia (concorde canto al cielo
Ergon le ardenti labbra umiliate),
E dell’antico culto il santo zelo
Ceda al rito novel di nostra etate,
Al corporeo fallace oscuro velo
Lampa e sostegno sian fede e pietate,
Fede e pietà, che sul divino obbietto
Dello sguardo compensi ogni difetto.
Sia lode al Padre, ed al Figliuol, che in lui
S’interna, e come luce in sol si asconde,
Lode allo Spirto egual, che d’ambidui
Fonte d’amor deriva, e amor infonde.
Qui tace ognuno, indi alternando in dui,
Intuona il clero, e il popolo risponde:
Gran Re, pane del ciel ne porgi in dono;
Pane, in cui tutte le doleezze sono.
Nel centro quinci dell’altar si pone
Il Pontefice, e al ciel le braccia tende,
Al popol chino il cerchio aurato espone,
Che infra le mani gli scintilla, e splende;
Così toglie allo sdegno armi e ragione,
Così nova pietà ne’ cori accende,
Sicchè più bella a folgorar ritorni
Rosea salute sugli augusti giorni.
Certo n’è poi che sull’altare il folto
Famo ei vede degli Arabi profumi
E star sospeso, e ricader disciolto,
E risalir compresso in più volumi.
Quivi l’Angiol di Dio stassi raccolto,
Volgendo ai sacri onor pietosi i lumi,
E ben l’Angiol vegg’io, che in lieve e bruna
Immagin di profumo i voti aduna.
E un’altra il fumo meraviglia porge,
Cangiando in un momento aspetto e forma:
Che dal fosco suo grembo un globo sorge
D’aurea luce, che in se tutto il trasforma,
Quinci e quindi la luce errar si scorge,
E alle pareti di se imprimer l’orma,
Luce del Dio confortator che grunge,
E i petti infiamma, e speme a speme aggiunge.
Così nel tempio augusto, in cui ripose
Sua speranza miglior Gerusalemme,
Cui delle spoglie il saggio re compose
Tolte dal sen dell’indiche maremme,
Tra le mille svenate ostie odorose,
L’arder di faci, e il folgorar di gemme
In lieve nebbia la gran mole empio
Scesa dal ciel la maestà di Dio.
Ma che non veggio? qual rotata suole
Macchina teatral sul facil perno
Rapir lo sguardo d’una in altra mole,
Così sugli occhi miei cangia il superno
Contorto raggio, e a dir non ho parole
Qual novello di me prenda governo.
Tema, gioia, stupore a me comparte
Il tempio, che succede a quel che parte.
Candido sorge in oriente il giorno,
E di spontanei fior la valle pinge,
Verso l’occaso a bianca nube intorno,
Ove il sole non anco i raggi spiage
Spunta di pace il vago cerchio adorno,
E di mille colori il manto tinge:
Tal era forse quel che Dio descrisse
Quando le mete al suo furor prescrisse.
Io mi scuoto, e lo sguardo intorno giro
Di meraviglia, e di piacer compreso,
Quando a mezzo del ciel repente miro
Quasi di luce immenso mar disteso;
Altronde che dal sole i raggi uteiro,
Che di luce men bella è il sole acceso;
Giunge a me il lume, e si dilata e cresce,
E tra vortici suoi mi avvolge e mesce.
Ma nel pelago assorto in vano io temo
Oltraggio alle percosse egre pupille,
Che i rai stanno del ciglio al lembo estremo
Qual sottil vel di rugiadose stille,
E come suol dietro al favor del remo
Fender rapido pin l’onde tranquille,
Pel luminoso mar l’occhio penètra,
E giunge confortato insino all’etra.
Giunge dell’etra al più sublime cerchio
All’anime beate albergo e centro.
Tutti dell’ale vel fansi al soverchio
Divino lume, a cui nuotan per entro.
Me veggo pur seco rapito in cerchio,
E nell’orbite lor più mi concentro,
Nè quel che vegga io so; che l’uman senso
Confonde, opprime, e seco trae l’immenso.
Odo soavi armonici concenti,
Odo la cetra, e l’arpa, odo la tromba:
Fino alla bassa region de’ venti
Dal sublime de’ cieli il suon rimbomba:
Al misto suon de’ Cherubini ardenti
Dolce il canto si mesce, e dolce romba.
Lode a chi siede a eternità sul dorso,
Onde ai secoli stringe e allarga il morso.
Dell’infinito gaudio ecco il torrente,
Che ai quattro lati il gran soggiorno allaga:
L’anima vi si tuffa avidamente
Che la dolce acqua ogni desio ne appaga;
Nè per ciò sazia o stanca mai si sente,
Che più che sugge più di berne è vaga,
E più che l’alta gioja il sen le innonda
Nuova sempre è la sete, e nuova è l’onda.
Sugger dell’acque io pur vorrei, ma tolto
M’è di accostar le labbra alla riviera:
Veggo d’Angioli intanto un popol folto
All’Empireo poggiar di sfera in sfera.
Giunti all’eterno solio il trino ascolto
Canto di lodi a chi sugli anni impera,
E in così dire al suol cadon prostrati
Delle candide il capo ale velati.
Han altri in mano tazze d’or coperte
D’odorifere erbette e verdi fiori,
Altri vario-dipinte urne, che aperte
Spargon dolci fragranze, e ambrosj odori;
Ciascuno a Dio suo don porge, e le offerte
Accompagnan col canto a ceri a cori.
Nulla intender potea, se non che udiva
Suonar Teresa la beata riva.
S’alza, e sugli altri il capo erge sublime
L’Angiol che a’ miei pensier sin or fu duce,
E a me rivolto cotai sensi esprime
Fra un nuovo balenar di rosea luce.
Già si dilegua il duol che Europa opprime,
Già novello di cose ordin si adduce,
E nuovo ordin di eventi a te palesa
Quel che vedi qua su; salva è Teresa.
Questi che vedi a piè del solio eterno,
Scuoter festosi i fulgidi cimieri,
Gli Angioli sono, a cui dato è il governo,
E la custodia de’ terreni imperi.
Austria a me diè l’alto Motor superno,
Per ciò gli altri son ligi a’ miei voleri,
Nè quello è in lor contrasto, onde si noma
L’Angiol d’Effeso avverso a quel di Roma.
Al caso acerbo innanzi a Dio fur presti,
E ’l comun pianto ne recar con loro;
Le diverse che in mano a lor vedesti
Gemmate urne dipinte, e coppe d’oro,
De’ voti, che porgeano i popol mesti,
Chiudono il moltiforme ampio tesoro,
E dal turibol, che in mia man risplende
In dolce fumo la preghiera ascende.
Della fronda vital le chiome adorna
Alma salute il vol rapida mosse,
Baciò Teresa, e come allor che aggiorna
Si dileguan dai rai l’ombre percosse,
Libero il sangue a serpeggiar ritorna,
Son l’orme infeste inaridite e scosse;
E il volto appar quale il cristallo emerge
Sotto il bel vel, che dalla nebbia il terge.
Vanne, e vedrai quel che sarà fra poco
Dell’esultante Mincio in su le rive.
Fra il crepitar del cinnamo, e del croco
Fumeran le odorose are votive,
Nè le pompe ti vieto a tempo e loco,
Che ingannin le notturne ore festive,
Ma la gioja e il piacer nè più nè meno,
Che il duol lo strinse, in voi rallenti il freno.
Nel rispettato piano, ove già crebbe
Sacra al profano Apollo arbore antica,
Intorno a cui si assise, e a gara bebbe
Timido stuol l’arte de’ carmi amica;
Ergere il capo altera mole or debbe,
Mole d’inonorato ozio nemica;
Opra di lei, che ridonata al regno
De’ suoi primi pensier Manto fe’ segno.
Vedrai nell’ampia trionfal Palestra,
Ove stavan le Muse al suol dimesse,
Spaziar le scienze a manca e a destra,
E tornar Poesia in un con esse
De’ bei costumi, e del pensar maestra,
Senza cui foran le scienze istesse
Quasi scheletri ignudi, e inani forme,
Come senza la luce è l’orbe informe.
Quella vedrai che agli astri erranti e ai fissi
Col vetro esplorator gli sguardi vibra:
E colei che del dritto apre gli abissi,
E gli offici dell’uom secerne e libra;
L’altra che i giorni guarda a noi prefissi
Conscia de’ mali, e dell’umana fibra,
E sollecita scorre ove sia d’uopo
Fin dal cedro del libano all’isopo.
Docili i fiumi, e ripartiti i fonti
Doppiar le messi su le zolle apriche:
I prischi fasti dalle annose fronti
Scuoter le sepolcrali ombre nemiche;
Vedrai gli emoli fabbri a esprimer pronti
Le perfette dell’arti opre e fatiche,
E star genj del loco in enei busti
L’Augusta genitrice, e i figli Augusti.
Qui stette alquanto in se l’Angiol pensoso,
Indi ripiglia; l’avvenir riserba
Inaspettato evento ancor nascoso,
Onde l’Italia sia lieta e superba;
Evento che ne fermi il bel riposo,
E d’obblio sparga ogni aspra doglia acerba,
Ma in van di più saper bramoso sei:
Ne’ gran disegni penetrar non dei.
Stava per ascoltarlo intento e immoto,
Quando l’Angiol dagli occhi, e ’l ciel mi sparve
Sol restò nelle fibre un lieve moto,
Che tenui mi pingea lontane larve,
E queste pur, qual chi si desta, io scuoto;
Di nuovo il lago e il tetto umil mi apparve.
Su i campi il guardo intrepido si arresta,
E in me del primo affanno orma non resta.