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Giulio Carcano · Modernismo

L'incontro di Giacobbe ed Esaù

italiano

ra nel tempo, che la terra udía

De’figliuoli di Seth l’ingenuo canto;

Quando il Signore a visitar venía

Gli antichi padri del suo popol santo,

E propizio dal monte a Lui salía

Del patrïarca l’olocausto e il pianto;

Il pianto, eterna eredità d’Adamo,

Ed all’Eden perduto alto richiamo.

Oh! Da quel dì che del dolor lenta

Nube coverse il ciel, la terra e il mare,

Poi che il primo fratel con vïolenta

Mano asperse di sangue il primo altare,

Germinò da quel dì mala sementa

D’ira, d’invidia e di fraterne gare;

E la morte quaggiù col sangue ha scritto

La ragion del più forte e il ferreo dritto.

Ma tu, Signore, ai dolorosi figli

Un raggio almen di tua pietà lasciasti!

Coll’immota virtù de’tuoi consigli

Le guerre antiche del furor temprasti;

Tu, sui campi di sangue ancor vermigli,

I popoli al tuo piè cader mirasti;

E al tuo trono salì l’inno novello

È il fratel che perdona al suo fratello. —

Appar la luce della casta aurora

Nell’azzurro de’cieli interminato;

Un roseo vel diffondesi e vapora

Soavemente acceso e digradato;

Ed i palmeti di Seïr colora

Del tiepido orïente il novo fiato

Già l’aer bruno in faccia al sol vanío

Come un incenso che s’innalzi a Dio.

Ed alla prima ora del dì, nel piano

Della terra d’Edóm, scendeano a lento

Ordine in riva dell’umìl Giordano

Di Giacobbe i pastor col vario armento.

Davan le spalle a’monti ed al lontano

Di Manahïm silvestre accampamento;

Ove al primo apparir del dì sereno

Gli angioli del Signore a lor veniéno.

Giacobbe, il benedetto pellegrino,

Solo e pensoso dietro a’suoi discende

E rimembrando va lungo il cammino

Gli anni passati e di Labán le tende;

E la voce di Dio che il gran destino

A lui promise, e a ritornar gli apprende

Per quella via che nella patria guida,

Ove il fratello di placar confida.

I corsi tempi a lui veníano: innante

Si vede ancora il cieco padre antico;

Pensa all’inganno della madre amante,

Che il primo nato gli facea nemico,

Quando il veglio gl’impose la tremante

Man sul capo e sclamò: Te benedico!

E pargli udire il pianto e l’urlo istesso

Ch’Esaù mise all’usurpato amplesso.

Ritornano i messaggi, e nunzian mesti

L’armate schiere del fratello: ond’ei,

Piena la mente di pensier funesti,

Si prostra e prega: — O Dio de’padri miei!

Dio d’Abramo e d’Isacco! a me dicesti:

Riedi alla terra dove nato sei;

Novo ben ti darò: pur veggo, o Dio.

Che indegno ancor di tua pietà son’io.

Non merto, ah no! la veritade ond’hai

Le tue promesse antiche a me serbato:

Solo, col mio bastone, un dì varcai

Quest’onda fuggitivo e sconsolato.

Ora, o Signor, per te qui ritornai

Di due seguaci torme accompagnato:

Ma l’ira d’Esaù nel cor mi preme,

Ch’ei non m’uccida madri e figli insieme. —

O tu che sempre mi guidasti a bene,

E innumerabil seme a me destini

Come le stelle in cielo e in mar le arene,

Fammi ancor segno agli occhi tuoi divini!

Vedi Esaù che nel furor sen viene

Della natal contrada in sui confini:

Tu poni nel mio cor l’umile affetto,

E tu spira d’amor sensi al suo petto. —

Disse, e mandava il fior delle sue tante

Greggie al fratello, perchè a lui perdoni:

Dugento capre e pecore altrettante

Venti arïéti, e a par venti montoni;

Trenta cammelle in un con la lattante

Lor prole, e dietro a questi eletti doni

Mandava ancor giovenche e tauri molti,

E somieri e puledri insiem raccolti.

E quelle torme a’servi suoi commise,

Dicendo a lor: Dinanzi a me n’andate:

D’alcun tratto fra lor così divise

L’una appo l’altra ad Esaù guidate. —

E al primo che movea: Quando tu avvise

Venir da lunge le sue turbe armate,

A rincontrarlo vanne; e dov’ei chieggia

Di chi sei, dove vai con questa greggia:

Del tuo servo Giacobbe io sono, e vegno

In suo nome, rispondi, a te d’appresso:

Egli a te manda d’onoranza in segno

Questi doni, che offrirti è a me concesso;

E, se di grazia al tuo cospetto è degno,

Sull’orme nostre già ne viene ei stesso.”

E agli altri servi, che partìan dappoi

Così del paro indisse i cenni suoi.

Mandati i doni, egli sostava in quelle

Piagge per tutto il dì, nel campo ov’era.

Venne la notte, e al lume delle stelle

Uscito di nascoso alla riviera,

Seco menò le mogli con le ancelle,

Gli undici figli e la restante schiera.

Poi guadò il fiume, ov’era cheta l’onda,

E trasse tutti i suoi sull’altra sponda.

Solo restò Giacobbe. Ed ecco innante

Un uom gli venne in mezzo del cammino:

E senza dargli posa un solo istante

Fece a lotta con lui sino al mattino.

Ma allor, veggendo ch’ei reggea costante

Alla sua possa, lo serrò vicino,

Gli toccò il nerbo della coscia; ed ecco

Sfibrossi a un tratto il nerbo e si fe’secco.

E l’uomo disse: — Lasciami, su via,

Poiché l’aurora in cielo ascende omai. —

E replicò Giacobbe a lui: — Non sia,

Se benedetto, anzi partir, non m’hai. —

— Il tuo nome qual è? — l’uomo seguía.

Ed ei: — Giacobbe — Or ben, tu non sarai

Giacobbe, ma Israël nomato in terra,

Poiché gli uomini e Dio vincesti in guerra. —

Tu pur mi scopri il nome tuo: gli disse

Giacobbe. — A che il domandi? rispondea;

Indi, siccome ei volle, il benedisse;

E Giacobbe prostrato si tacea.

Di Péniel a quel sito il nome indisse,

Sclamando: — Faccia a faccia io qui vedea

Il Signore! e pur salva è la mia vita! —

E poi si mosse per la via romita.

Sorgeva il sole, e zoppicando ei giva

Per la tocca giuntura: ond’è che poi

Di cibar quella fibra ognor fu schiva

La prole d’Israello insino a noi.

E frattanto Esaù ratto veniva

Verso il fratello co’guerrieri suoi.

Leva gli occhi Giacobbe a quella parte,

E i fanciulli in tre schiere indi comparte.

Le ancelle con la prole ei pone innante,

E presso a lui cinta da’figli è Lia;

E, con Giuseppe al suo fianco tremante,

Rachele bella l’ultima seguía.

Giacobbe a lor precede, e con sembiante

Mesto il fratello a riscontrar s’avvia:

S’inclina sette volte infino a terra;

Ma Esaù lo solleva e al cor lo serra.

Lo serra al cor con lungo abbracciamento.

E lo ribacia: e piansero amendue.

Svanía tutto il passato in quel momento;

E fise a riguardarli eran le due

Spose sorelle, in tacito contento,

Iddio laudando e le grandezze sue.

E l’occhio d’Esaù su lor discese: —

E chi son elle? al fratel suo richiese. —

Son le donne e i fanciulli che concesso

Ha il Signore al tuo servo, egli rispose.

Vennero allora, e quando fur d’appresso,

S’inginocchiaro i figli e le due spose.

Tutte, alla vista del fraterno amplesso,

Si chinavan le turbe ossequïose: —

E che far vuoi, quindi Esaù seguia,

Di quelle genti che scontrai per via? —

Giacobbe allora: — Incontro a te veniéno,

Per trovar grazia presso al Signor mio. —

Conserva il tuo, disse Esaù; chè pieno

È il mio volere e nulla più chied’io. —

Ma il fratello: — L’offerta accogli almeno,

Non mostrarti al mio prego sì restío:

Chè la tua fronte amica io rivedea,

E del Signor la faccia a me parea.

Dunque a te vegna il mio presente accetto.

Chè largo donator mi fu il Signore:

Egli la mia ricchezza ha benedetto,

E m’ho di tutto. — D’Esaù nel core

Parlò quell’umil voce; e sì l’eletto

Dono egli tenne del fraterno amore.

E poi disse: Partiam, n’andiamo omai;

Me tuo compagno nel cammino avrai. —

E lui Giacobbe: — Il mio signor ben vede

Che i miei figli mal reggono alla via;

Le giovenche ho pregnanti, e a lento piede

Cammina dietro a me la greggia mia.

Se ad essa di posar non si concede,

Tutta morta in un dì forse saría:

Il mio signor deh mi preceda; e i lassi

Armenti io condurrò dietro a suoi passi.

Così co’miei figliuoli andrò pian piano

Finché in Seïr m’accoglia il signor mio. —

Almen resti una parte al mio germano

Del popolo guerrier che meco uscio —

Perchè mai? ripigliò: Pietoso, umano

Mi desti il tuo favor; pago son’io! —

Ed allora Esaù, lo stesso giorno

Fece a Seïr per la sua via ritorno.

E Giacobbe partì colle sue genti;

Poi di Sucóte alla contrada scese.

Qui tenne a breve stanza, ed agli armenti

Erse capanne e tende ampie distese.

I suoi pastori qui sedean contenti,

Ne’riposati alberghi, al bel paese.

E da quel tempo la contrada bella

Con nome amico Padiglion s’appella.

In securtà seguendo il suo cammino

Il pellegrin Giacobbe a Sálem venne,

Che di Canäan siede entro il confino;

E là sostò di nuovo e si trattenne.

Pose le tende alla città vicino,

E poi d’Emór co’figli si convenne;

Diè cento agnelle, ed acquistò gran parte

Del campo ov’eran le sue gregge sparte.

E sorto all’ora del mattin lucente,

Fece un altare in mezzo alla campagna.

A Dio s’innalza la sua prece ardente,

E l’inno pastoral che l’accompagna:

Il sorriso del sol dell’orïente

Tutto riveste il piano, e la montagna;

Ed ei pe’figli invoca, e pel fratello

Il Dio forte e possente d’Israello.

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