ra nel tempo, che la terra udía
De’figliuoli di Seth l’ingenuo canto;
Quando il Signore a visitar venía
Gli antichi padri del suo popol santo,
E propizio dal monte a Lui salía
Del patrïarca l’olocausto e il pianto;
Il pianto, eterna eredità d’Adamo,
Ed all’Eden perduto alto richiamo.
Oh! Da quel dì che del dolor lenta
Nube coverse il ciel, la terra e il mare,
Poi che il primo fratel con vïolenta
Mano asperse di sangue il primo altare,
Germinò da quel dì mala sementa
D’ira, d’invidia e di fraterne gare;
E la morte quaggiù col sangue ha scritto
La ragion del più forte e il ferreo dritto.
Ma tu, Signore, ai dolorosi figli
Un raggio almen di tua pietà lasciasti!
Coll’immota virtù de’tuoi consigli
Le guerre antiche del furor temprasti;
Tu, sui campi di sangue ancor vermigli,
I popoli al tuo piè cader mirasti;
E al tuo trono salì l’inno novello
È il fratel che perdona al suo fratello. —
Appar la luce della casta aurora
Nell’azzurro de’cieli interminato;
Un roseo vel diffondesi e vapora
Soavemente acceso e digradato;
Ed i palmeti di Seïr colora
Del tiepido orïente il novo fiato
Già l’aer bruno in faccia al sol vanío
Come un incenso che s’innalzi a Dio.
Ed alla prima ora del dì, nel piano
Della terra d’Edóm, scendeano a lento
Ordine in riva dell’umìl Giordano
Di Giacobbe i pastor col vario armento.
Davan le spalle a’monti ed al lontano
Di Manahïm silvestre accampamento;
Ove al primo apparir del dì sereno
Gli angioli del Signore a lor veniéno.
Giacobbe, il benedetto pellegrino,
Solo e pensoso dietro a’suoi discende
E rimembrando va lungo il cammino
Gli anni passati e di Labán le tende;
E la voce di Dio che il gran destino
A lui promise, e a ritornar gli apprende
Per quella via che nella patria guida,
Ove il fratello di placar confida.
I corsi tempi a lui veníano: innante
Si vede ancora il cieco padre antico;
Pensa all’inganno della madre amante,
Che il primo nato gli facea nemico,
Quando il veglio gl’impose la tremante
Man sul capo e sclamò: Te benedico!
E pargli udire il pianto e l’urlo istesso
Ch’Esaù mise all’usurpato amplesso.
Ritornano i messaggi, e nunzian mesti
L’armate schiere del fratello: ond’ei,
Piena la mente di pensier funesti,
Si prostra e prega: — O Dio de’padri miei!
Dio d’Abramo e d’Isacco! a me dicesti:
Riedi alla terra dove nato sei;
Novo ben ti darò: pur veggo, o Dio.
Che indegno ancor di tua pietà son’io.
Non merto, ah no! la veritade ond’hai
Le tue promesse antiche a me serbato:
Solo, col mio bastone, un dì varcai
Quest’onda fuggitivo e sconsolato.
Ora, o Signor, per te qui ritornai
Di due seguaci torme accompagnato:
Ma l’ira d’Esaù nel cor mi preme,
Ch’ei non m’uccida madri e figli insieme. —
O tu che sempre mi guidasti a bene,
E innumerabil seme a me destini
Come le stelle in cielo e in mar le arene,
Fammi ancor segno agli occhi tuoi divini!
Vedi Esaù che nel furor sen viene
Della natal contrada in sui confini:
Tu poni nel mio cor l’umile affetto,
E tu spira d’amor sensi al suo petto. —
Disse, e mandava il fior delle sue tante
Greggie al fratello, perchè a lui perdoni:
Dugento capre e pecore altrettante
Venti arïéti, e a par venti montoni;
Trenta cammelle in un con la lattante
Lor prole, e dietro a questi eletti doni
Mandava ancor giovenche e tauri molti,
E somieri e puledri insiem raccolti.
E quelle torme a’servi suoi commise,
Dicendo a lor: Dinanzi a me n’andate:
D’alcun tratto fra lor così divise
L’una appo l’altra ad Esaù guidate. —
E al primo che movea: Quando tu avvise
Venir da lunge le sue turbe armate,
A rincontrarlo vanne; e dov’ei chieggia
Di chi sei, dove vai con questa greggia:
Del tuo servo Giacobbe io sono, e vegno
In suo nome, rispondi, a te d’appresso:
Egli a te manda d’onoranza in segno
Questi doni, che offrirti è a me concesso;
E, se di grazia al tuo cospetto è degno,
Sull’orme nostre già ne viene ei stesso.”
E agli altri servi, che partìan dappoi
Così del paro indisse i cenni suoi.
Mandati i doni, egli sostava in quelle
Piagge per tutto il dì, nel campo ov’era.
Venne la notte, e al lume delle stelle
Uscito di nascoso alla riviera,
Seco menò le mogli con le ancelle,
Gli undici figli e la restante schiera.
Poi guadò il fiume, ov’era cheta l’onda,
E trasse tutti i suoi sull’altra sponda.
Solo restò Giacobbe. Ed ecco innante
Un uom gli venne in mezzo del cammino:
E senza dargli posa un solo istante
Fece a lotta con lui sino al mattino.
Ma allor, veggendo ch’ei reggea costante
Alla sua possa, lo serrò vicino,
Gli toccò il nerbo della coscia; ed ecco
Sfibrossi a un tratto il nerbo e si fe’secco.
E l’uomo disse: — Lasciami, su via,
Poiché l’aurora in cielo ascende omai. —
E replicò Giacobbe a lui: — Non sia,
Se benedetto, anzi partir, non m’hai. —
— Il tuo nome qual è? — l’uomo seguía.
Ed ei: — Giacobbe — Or ben, tu non sarai
Giacobbe, ma Israël nomato in terra,
Poiché gli uomini e Dio vincesti in guerra. —
Tu pur mi scopri il nome tuo: gli disse
Giacobbe. — A che il domandi? rispondea;
Indi, siccome ei volle, il benedisse;
E Giacobbe prostrato si tacea.
Di Péniel a quel sito il nome indisse,
Sclamando: — Faccia a faccia io qui vedea
Il Signore! e pur salva è la mia vita! —
E poi si mosse per la via romita.
Sorgeva il sole, e zoppicando ei giva
Per la tocca giuntura: ond’è che poi
Di cibar quella fibra ognor fu schiva
La prole d’Israello insino a noi.
E frattanto Esaù ratto veniva
Verso il fratello co’guerrieri suoi.
Leva gli occhi Giacobbe a quella parte,
E i fanciulli in tre schiere indi comparte.
Le ancelle con la prole ei pone innante,
E presso a lui cinta da’figli è Lia;
E, con Giuseppe al suo fianco tremante,
Rachele bella l’ultima seguía.
Giacobbe a lor precede, e con sembiante
Mesto il fratello a riscontrar s’avvia:
S’inclina sette volte infino a terra;
Ma Esaù lo solleva e al cor lo serra.
Lo serra al cor con lungo abbracciamento.
E lo ribacia: e piansero amendue.
Svanía tutto il passato in quel momento;
E fise a riguardarli eran le due
Spose sorelle, in tacito contento,
Iddio laudando e le grandezze sue.
E l’occhio d’Esaù su lor discese: —
E chi son elle? al fratel suo richiese. —
Son le donne e i fanciulli che concesso
Ha il Signore al tuo servo, egli rispose.
Vennero allora, e quando fur d’appresso,
S’inginocchiaro i figli e le due spose.
Tutte, alla vista del fraterno amplesso,
Si chinavan le turbe ossequïose: —
E che far vuoi, quindi Esaù seguia,
Di quelle genti che scontrai per via? —
Giacobbe allora: — Incontro a te veniéno,
Per trovar grazia presso al Signor mio. —
Conserva il tuo, disse Esaù; chè pieno
È il mio volere e nulla più chied’io. —
Ma il fratello: — L’offerta accogli almeno,
Non mostrarti al mio prego sì restío:
Chè la tua fronte amica io rivedea,
E del Signor la faccia a me parea.
Dunque a te vegna il mio presente accetto.
Chè largo donator mi fu il Signore:
Egli la mia ricchezza ha benedetto,
E m’ho di tutto. — D’Esaù nel core
Parlò quell’umil voce; e sì l’eletto
Dono egli tenne del fraterno amore.
E poi disse: Partiam, n’andiamo omai;
Me tuo compagno nel cammino avrai. —
E lui Giacobbe: — Il mio signor ben vede
Che i miei figli mal reggono alla via;
Le giovenche ho pregnanti, e a lento piede
Cammina dietro a me la greggia mia.
Se ad essa di posar non si concede,
Tutta morta in un dì forse saría:
Il mio signor deh mi preceda; e i lassi
Armenti io condurrò dietro a suoi passi.
Così co’miei figliuoli andrò pian piano
Finché in Seïr m’accoglia il signor mio. —
Almen resti una parte al mio germano
Del popolo guerrier che meco uscio —
Perchè mai? ripigliò: Pietoso, umano
Mi desti il tuo favor; pago son’io! —
Ed allora Esaù, lo stesso giorno
Fece a Seïr per la sua via ritorno.
E Giacobbe partì colle sue genti;
Poi di Sucóte alla contrada scese.
Qui tenne a breve stanza, ed agli armenti
Erse capanne e tende ampie distese.
I suoi pastori qui sedean contenti,
Ne’riposati alberghi, al bel paese.
E da quel tempo la contrada bella
Con nome amico Padiglion s’appella.
In securtà seguendo il suo cammino
Il pellegrin Giacobbe a Sálem venne,
Che di Canäan siede entro il confino;
E là sostò di nuovo e si trattenne.
Pose le tende alla città vicino,
E poi d’Emór co’figli si convenne;
Diè cento agnelle, ed acquistò gran parte
Del campo ov’eran le sue gregge sparte.
E sorto all’ora del mattin lucente,
Fece un altare in mezzo alla campagna.
A Dio s’innalza la sua prece ardente,
E l’inno pastoral che l’accompagna:
Il sorriso del sol dell’orïente
Tutto riveste il piano, e la montagna;
Ed ei pe’figli invoca, e pel fratello
Il Dio forte e possente d’Israello.