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PoetósferaLa BibliotecaGiambattista Roberti

Giambattista Roberti · Ilustración

L'Armonia

italiano

Sul puro serenissimo zaffiro

Dello stellato ciel siede Armonia,

Ed i lenti ritorni ivi prescrive

Alla cometa incendiosa, e segna

Degli erranti pianeti i sentier curvi,

E del sol nutre la dorata lampa,

E all’argentea sorella or cresce, or scema

La fatica inegual. Così governa

Colla perenne succession i tempi

Del variabil anno: e per lei veste

Sua verde gioventù la selva e il prato;

E la messe spigosa ingialla il pingue

Sen della gleba; e la sposata vite

Al fedel olmo l’uve omai mature

Arrubina o imbiondisce; in fin che torna

Brina, ch’aspra utilmente imbianca e ingemma

Con sue canute lucicanti stille

Le vedove pendici, e piani ignudi.

Nella corporea salma Armonia vuole,

Che ogni parte rispondasi, e ogni forma;

E libra e atteggia con distinti moti

Le pieghevoli fibre, e gli spiccati

Muscoli risaltanti; e il ben tessuto

Sangue di vena in vena essa conduce;

Come gli altri liquor fini e secreti,

Che innaffian tutta la trattabil carne,

Per li sottili diramati rivi

Colla proporzion giusta divide,

Non usurpando altrui ciò, che altrui debbe:

Quinci poi scorron fuggitivi e lieti

Fuor dal laberinteo cerabro schiusi

Limpidissimi spiriti vitali;

E grata sanità sucosa e fresca

Di ridente color tinge la guancia.

All’utile commercio Armonia detta

Le reciproche leggi, e amica stringe

Con nodi d’or tra benefizi alterni,

E mutui cambi, e gemine promesse

I bruni e i bianchi abitator del mondo.

Ciò che d’Africa l’aje ingombra e rompe

D’India i granai, e i fondachi odorati,

Le vario-tinte mercerie, nel grembo

Ai cavi abeti veleggianti addensa;

E ad altri climi, ad altre terre, ad altre

Genti lo reca, e il lor difetto adempie.

Però ci spiran le fumanti mense

Orientale liquida fragranza,

Che il cupid’aere non che i sensi inebria.

Però lice vestir sere conteste

Da Cinese telaio, e lane sazie

Dei color di Ispaam: ed or che scrivo

Contro al pungente livido rovajo

Far di Ruffe pellicce altero schermo;

Che orgoglioso diletto e’ parmi certo

Poter Itala man lisciare lenta,

E il molle careggiar folto pelame,

Cui toccar vivo era periglio e orrore,

D’un’atra volpe o di un cerviero lupo

Gloria e terror delle Filande selve.

Armonia stende il più dentro alle soglie

Dei politici foschi gabinetti,

E suoi detti approvar fa all’accigliata

Ragion di stato, ond’Armonia s’estolle,

E ai Monarchi sul solio è ancor maestra;

E divisa è comparte ufficj, ed opre

Tra gli alti regnator e il popol servo,

E mentre suda il popolo fedele

Nell’arti dure o della guerra soffre

Prodigo della vita il danno e l’ira,

Il buon provido Re largo satolla

Le provincie col pan; ma giusto a un tempo

Tronca col ferro rigido e gastiga

Il rio fogliame dei crescenti vizi,

Se fuor li butta, e nutre rigogliosi

Piacere ignavo, ed ozio pingue e vile;

Qual di nociva frasca arbor s’intrica

Che lussureggia in pian grasso e acquidoso.

Ma queste sono d’Armonia le cure

Vigili e gravi, con che il mondo frena;

Perchè, se l’Armonia nol correggesse,

Dei pugnaci elementi al gran litigio

Torneria cieco caos e notte negra.

Ma suoi diletti ingenui ha pure, e suoi

Giochi felici; onde l’austera fronte

Spiana e serena, e di bennato riso

Il labbro asperge; ed anzi allora solo

Par del nome natio gelosa, e vuole

Esser detta Armonia. Suo gioco è dunque,

Se un risplendente tremolo ruscello

Mormora rauco e garrulo gorgoglia,

Mentre zampilla da muscosa roccia,

E giù cadendo per declivi greppi

Irrora intorno coi minuti spruzzi

Dell’infranta sua spuma i cespi, e l’erba.

Suo gioco è pur, se zefiro loquace

Sì soave sussurra sibilando,

O frascheggi fra un mobile boschetto

O delibi col soffio mansueto

Le somme spiche di granosa messe,

Ch’arida e grave screpolando ondeggia.

Piace a se stessi poi, se dolce geme

La vedovetta tortora romita;

Se Filomela tenera si lagna;

Se vispa e gaia risaluta Aprile:

La rondin, che cantando educa i figli;

Se l’Africano docile augelletto,

Cui sfuma il croco della rancia piuma,

Naviga a noi dalle Canarie ville,

E immemore del bosco e dell’esilio

Col vario suon dell’animosa gola

Le cittadine stanze allegra e molce.

Vieni però, Armonia, vien, ch’io t’invito

A liberal diletto: e non ti attendo

Già ad una valle in sen, di un monte al ciglio

Per ascoltar augei, zefiri e rivi,

Nè dove eco vibrando i ben riflessi

Raggi sonanti dai vocali sassi

Suo malgrado risponde ad un pastore,

Che zuffola stridente, o fischia, od urla.

Piacere non ignobil t’apparecchio,

Nè rusticano nè spontaneo troppo,

Ma condito dall’arte. Or quà te invoco,

Che qui tra cifre arcane e segni industri

Fioreggia il contrappunto e si colora,

Qui è la sfuggevol gracile Diesi,

Qui la Diapason sì perfetta e colma,

Qui cento note in un ordite e miste;

E il musico sistema ci dischiude

La tenera bimmolle, e la biqquadro

Forte e tagliente. Quindi per concinni

Moti e tremori bulicanti e frizzi

D’aer percosso amabil consonanza

Di sua sonorità l’anima indolcia:

E sua troppa dolcezza per voluta

Dissonanza opportuna parcamente

Talor d’agro gentil si spruzza e inaspra.

Al tuo grato governo oggi consegno

Una voce, che liquida e leggera

Or si dispiega per concordi toni

In lunghissime quasi onde seguaci;

Ora volubilissima s’increspa

Infra i tremoli trilli, e gorgheggiando

Si torce e aggruppa; or con accorti giri

Se medesima disfida, e si risponde;

E par che langua e da se stessa fugga,

Poi si sveglia, e ritorna, e si vezzeggia.

Una man ti consegno esperta e dotta

Di provocar sul cembalo maestro

Gli eburnei salterelli ubbidienti

Che guizzan desti; mentre delle dita

Gli arguti polpastrelli danzatori

Con regolato error serpeggian vaghi.

O beata armonia deh non temere

D’esser fatta per me ministra e serva

A voglie d’ozio e di lascivia nate,

Dove tra i vezzi suoi sovente fiera

Di bellezza non sua, aimè! che spande

Notturna insidiosa cantatrice

Maraviglia e piacer dal molle labbro,

Veleno immedicabile e funesto,

Che beve per gli orecchi sitibondi

La cerea incauta giovinezza; e serve

Nell’area folta e nei lucenti palchi

D’insano plauso; o forse entro più insana

Estasi muta s’abbandona e perde.

Il so, che spesso in altra parte torci

Per nobil ira, ed onestà pudica

Lo schivo guardo dalle pinte scene.

A te rammenti ben, che un dì nascesti

Lodi cantando al gran Fattore, allora

Ch’egli spirò suo fiato entro del loto

Tepida carne fatto e fibre ed ossa:

Poichè Adam, come aprì gli occhi suoi nuovi,

Sciolse un inno, che al ciel gissene alato.

Adam, che antico ancor bandito e mesto

Interrompeva il già prodotto solco,

E colla man tergendo il sudor caldo

Dalla fronte rugosa, assiso e fermo

Sul pigro aratro per un dolce salmo

Disacerbava l’affannato core.

Una vergine saggia e immacolata

Qui le capaci canne ed ineguali

A organo maestoso ed inspirato

Tempera destra, e alla sua voce i modi.

Solo al tempio di Dio crescere e intesa

L’onor giocondo dei più sacri giorni;

Onde fra i casti voti, e l’arso incenso

Melodioso e accetto in alto s’erga

Il canto e il suon, ch’emuli ascoltan poi

Gli angioi sospeso sulla cetra l’arco.

Così quel tempio, cui vestivan tutto

Pallido cedro, e maculato ulivo,

Argento bianco, e fulvo oro forbito,

Si fea di buon concenti tintinnire

Dal Re, che per altrui fu il più gran saggio.

O fortunata vergine devota,

Che a Dio grata di Dio solo tu canti,

Quante il cantaro un dì femmine sacre,

Avvolgi in tuo pensiero e ti conforta.

Canta di Dio la profetante suora

Del pontefice Aron là sulla sponda

Del mar vermiglio; e celebra i pendenti

E i bene ancora rovesciati gorghi.

Cinta d’intorno dall’Ebree compagne

Con percosse festevoli flagella

L’aride tese pelli rimbombanti

Dei romorosi timpani; e risponde

Dei duci salvi alle canzon guerriere.

L’arena, l’aere, il mar applaude al canto

Solo in parte impedito dai singulti,

E dai miseri gemiti profondi

Di chi balza fra l’onde, e ancor boccheggia;

O dai fiochi nitriti dei cavalli,

Ch’alzano in van la grave testa, e a stento

Sbruffin soffiando dalle gonfie nari

Il mal forbito ed importuno flutto.

Cantan di Dio, che i gran giganti abbatte

Senza rotar il fulmine rovente

Le donzelle di Giuda e il buon Davidde

Cogli sistri, e coi carmi incontran liete,

Partendo i guardi timidi o giulivi

Or sul giovine viso al fiondatore,

Cui, arrossandol gentilmente, rende

Più bello la fatica e la vittoria;

Or sulla torva fronte al tronco teschio,

E su quegli occhi nubilosi e immoti,

Che spiran morti ancor minaccia e sdegno.

Canta di Dio la vedova vittrice

Non più negletta dentro i bruni veli,

Ma inanellata il crine, allegra i panni,

Il suo periglio canta, e il suo trionfo;

E addita colla man non sempre imbelle

Anch’essa un ceffo inonorato e truce,

Lo sprezzator del ciel l’empio Oloferne,

Che vinse pria col volto, indi col brando,

Onde ulular d’orror le Assirie tende.

Esulta di Adonai nel magno nome,

A cui Assir profano incurva il collo,

Piega Aquilon le penne procellose,

Treman le valli ed i petrosi momi

Si liquefanno qual flessibil cera.

Canta di Dio, e a Sifara deluso

Insulta con un cantico feroce

Debbora calda d’estro sfavillante.

Che valser mai all’idolatra duce

Que’ suoi spezzati e disprezzati carri

Orridi ed irti per ricurva falce,

Che coll’adunco rostro entro s’appicca

Delle carnose membra, e le divide,

E le squarcia e le rade, e a se d’intorno

Ravvolge i brani, ch’indi stacca e slancia

Laceri e sanguinosi; e intanto l’ossa

Stritola resistenti e scricchiolanti

La rapida in passar fervida rota?

Che valser mai le macchine ferali,

Se pugnaro per Dio ancor le stelle?

E sulla tempia elastica e venosa

Potè Giacle l’adattato chiovo

Affondar col martello ponderoso

Finch’esso lordo del cervello e intriso

Dentro all’opposto suole si conficca,

E Sifara di latte, e di sopore

Tumido ed ebro al vital sonno aggiunge

Il ferreo sonno della notte eterna.

Ma pacifico canto a te conviene,

Or piangerai con Geremia che siede

Su scabro mucchio di scommessi sassi,

Spargendo i treni flebili tra mute

Solitarie rovine, ove s’annida

L’upupa tetra, ed il colubro tristo.

Or rinnovellerai la doglia antica

Del pio Davidde, che, slacciato il regio

Gemmato elmo piumoso, umile e chino

Col bianco e raro crin di cener brutto

Modula il suo salterio penitente.

E a te frattanto, ed alle tue compagne

Per non frenabil lagrima furtiva

Le guance bagnerannosi cosperse

Di quel pallore, che pietà dipinge.

Talor compresa da un giulivo amore

Cantando parlerai coi fior, coll’erbe;

E tu vegghiante desterai l’aurora,

Che lasci pur quelle azzurrine spume,

E a lodarti il tuo Dio spunti, e s’affretti.

Però non dei dentro la breve cella

Punger coll’ago sol fiorite sete,

O alla connocchia trar la facil chioma,

E dipanare dal vertiginoso

Arcolajo le morbide matasse;

Ma a te giova il trattar carte e volumi;

E legger quanto armonioso insegna

Un Felsineo Pitagora novello,

A cui favella con melata bocca

Armonia, come usò già un dì, spregiando

L’equabile dei chiostri alto silenzio,

Con quel Guido, che onor fu pria di Arezzo

Poscia delle Cocolle, e dei Cenobi.

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Autor
Giambattista Roberti
Título
L'Armonia
Lengua
italiano
Época
Ilustración
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Identificador
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Cita recomendada
Giambattista Roberti, «L'Armonia», Poetósfera, poetosfera.com/p/ws-it-l-armonia--giambattista-roberti-f6f8f3.html

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