Sul puro serenissimo zaffiro
Dello stellato ciel siede Armonia,
Ed i lenti ritorni ivi prescrive
Alla cometa incendiosa, e segna
Degli erranti pianeti i sentier curvi,
E del sol nutre la dorata lampa,
E all’argentea sorella or cresce, or scema
La fatica inegual. Così governa
Colla perenne succession i tempi
Del variabil anno: e per lei veste
Sua verde gioventù la selva e il prato;
E la messe spigosa ingialla il pingue
Sen della gleba; e la sposata vite
Al fedel olmo l’uve omai mature
Arrubina o imbiondisce; in fin che torna
Brina, ch’aspra utilmente imbianca e ingemma
Con sue canute lucicanti stille
Le vedove pendici, e piani ignudi.
Nella corporea salma Armonia vuole,
Che ogni parte rispondasi, e ogni forma;
E libra e atteggia con distinti moti
Le pieghevoli fibre, e gli spiccati
Muscoli risaltanti; e il ben tessuto
Sangue di vena in vena essa conduce;
Come gli altri liquor fini e secreti,
Che innaffian tutta la trattabil carne,
Per li sottili diramati rivi
Colla proporzion giusta divide,
Non usurpando altrui ciò, che altrui debbe:
Quinci poi scorron fuggitivi e lieti
Fuor dal laberinteo cerabro schiusi
Limpidissimi spiriti vitali;
E grata sanità sucosa e fresca
Di ridente color tinge la guancia.
All’utile commercio Armonia detta
Le reciproche leggi, e amica stringe
Con nodi d’or tra benefizi alterni,
E mutui cambi, e gemine promesse
I bruni e i bianchi abitator del mondo.
Ciò che d’Africa l’aje ingombra e rompe
D’India i granai, e i fondachi odorati,
Le vario-tinte mercerie, nel grembo
Ai cavi abeti veleggianti addensa;
E ad altri climi, ad altre terre, ad altre
Genti lo reca, e il lor difetto adempie.
Però ci spiran le fumanti mense
Orientale liquida fragranza,
Che il cupid’aere non che i sensi inebria.
Però lice vestir sere conteste
Da Cinese telaio, e lane sazie
Dei color di Ispaam: ed or che scrivo
Contro al pungente livido rovajo
Far di Ruffe pellicce altero schermo;
Che orgoglioso diletto e’ parmi certo
Poter Itala man lisciare lenta,
E il molle careggiar folto pelame,
Cui toccar vivo era periglio e orrore,
D’un’atra volpe o di un cerviero lupo
Gloria e terror delle Filande selve.
Armonia stende il più dentro alle soglie
Dei politici foschi gabinetti,
E suoi detti approvar fa all’accigliata
Ragion di stato, ond’Armonia s’estolle,
E ai Monarchi sul solio è ancor maestra;
E divisa è comparte ufficj, ed opre
Tra gli alti regnator e il popol servo,
E mentre suda il popolo fedele
Nell’arti dure o della guerra soffre
Prodigo della vita il danno e l’ira,
Il buon provido Re largo satolla
Le provincie col pan; ma giusto a un tempo
Tronca col ferro rigido e gastiga
Il rio fogliame dei crescenti vizi,
Se fuor li butta, e nutre rigogliosi
Piacere ignavo, ed ozio pingue e vile;
Qual di nociva frasca arbor s’intrica
Che lussureggia in pian grasso e acquidoso.
Ma queste sono d’Armonia le cure
Vigili e gravi, con che il mondo frena;
Perchè, se l’Armonia nol correggesse,
Dei pugnaci elementi al gran litigio
Torneria cieco caos e notte negra.
Ma suoi diletti ingenui ha pure, e suoi
Giochi felici; onde l’austera fronte
Spiana e serena, e di bennato riso
Il labbro asperge; ed anzi allora solo
Par del nome natio gelosa, e vuole
Esser detta Armonia. Suo gioco è dunque,
Se un risplendente tremolo ruscello
Mormora rauco e garrulo gorgoglia,
Mentre zampilla da muscosa roccia,
E giù cadendo per declivi greppi
Irrora intorno coi minuti spruzzi
Dell’infranta sua spuma i cespi, e l’erba.
Suo gioco è pur, se zefiro loquace
Sì soave sussurra sibilando,
O frascheggi fra un mobile boschetto
O delibi col soffio mansueto
Le somme spiche di granosa messe,
Ch’arida e grave screpolando ondeggia.
Piace a se stessi poi, se dolce geme
La vedovetta tortora romita;
Se Filomela tenera si lagna;
Se vispa e gaia risaluta Aprile:
La rondin, che cantando educa i figli;
Se l’Africano docile augelletto,
Cui sfuma il croco della rancia piuma,
Naviga a noi dalle Canarie ville,
E immemore del bosco e dell’esilio
Col vario suon dell’animosa gola
Le cittadine stanze allegra e molce.
Vieni però, Armonia, vien, ch’io t’invito
A liberal diletto: e non ti attendo
Già ad una valle in sen, di un monte al ciglio
Per ascoltar augei, zefiri e rivi,
Nè dove eco vibrando i ben riflessi
Raggi sonanti dai vocali sassi
Suo malgrado risponde ad un pastore,
Che zuffola stridente, o fischia, od urla.
Piacere non ignobil t’apparecchio,
Nè rusticano nè spontaneo troppo,
Ma condito dall’arte. Or quà te invoco,
Che qui tra cifre arcane e segni industri
Fioreggia il contrappunto e si colora,
Qui è la sfuggevol gracile Diesi,
Qui la Diapason sì perfetta e colma,
Qui cento note in un ordite e miste;
E il musico sistema ci dischiude
La tenera bimmolle, e la biqquadro
Forte e tagliente. Quindi per concinni
Moti e tremori bulicanti e frizzi
D’aer percosso amabil consonanza
Di sua sonorità l’anima indolcia:
E sua troppa dolcezza per voluta
Dissonanza opportuna parcamente
Talor d’agro gentil si spruzza e inaspra.
Al tuo grato governo oggi consegno
Una voce, che liquida e leggera
Or si dispiega per concordi toni
In lunghissime quasi onde seguaci;
Ora volubilissima s’increspa
Infra i tremoli trilli, e gorgheggiando
Si torce e aggruppa; or con accorti giri
Se medesima disfida, e si risponde;
E par che langua e da se stessa fugga,
Poi si sveglia, e ritorna, e si vezzeggia.
Una man ti consegno esperta e dotta
Di provocar sul cembalo maestro
Gli eburnei salterelli ubbidienti
Che guizzan desti; mentre delle dita
Gli arguti polpastrelli danzatori
Con regolato error serpeggian vaghi.
O beata armonia deh non temere
D’esser fatta per me ministra e serva
A voglie d’ozio e di lascivia nate,
Dove tra i vezzi suoi sovente fiera
Di bellezza non sua, aimè! che spande
Notturna insidiosa cantatrice
Maraviglia e piacer dal molle labbro,
Veleno immedicabile e funesto,
Che beve per gli orecchi sitibondi
La cerea incauta giovinezza; e serve
Nell’area folta e nei lucenti palchi
D’insano plauso; o forse entro più insana
Estasi muta s’abbandona e perde.
Il so, che spesso in altra parte torci
Per nobil ira, ed onestà pudica
Lo schivo guardo dalle pinte scene.
A te rammenti ben, che un dì nascesti
Lodi cantando al gran Fattore, allora
Ch’egli spirò suo fiato entro del loto
Tepida carne fatto e fibre ed ossa:
Poichè Adam, come aprì gli occhi suoi nuovi,
Sciolse un inno, che al ciel gissene alato.
Adam, che antico ancor bandito e mesto
Interrompeva il già prodotto solco,
E colla man tergendo il sudor caldo
Dalla fronte rugosa, assiso e fermo
Sul pigro aratro per un dolce salmo
Disacerbava l’affannato core.
Una vergine saggia e immacolata
Qui le capaci canne ed ineguali
A organo maestoso ed inspirato
Tempera destra, e alla sua voce i modi.
Solo al tempio di Dio crescere e intesa
L’onor giocondo dei più sacri giorni;
Onde fra i casti voti, e l’arso incenso
Melodioso e accetto in alto s’erga
Il canto e il suon, ch’emuli ascoltan poi
Gli angioi sospeso sulla cetra l’arco.
Così quel tempio, cui vestivan tutto
Pallido cedro, e maculato ulivo,
Argento bianco, e fulvo oro forbito,
Si fea di buon concenti tintinnire
Dal Re, che per altrui fu il più gran saggio.
O fortunata vergine devota,
Che a Dio grata di Dio solo tu canti,
Quante il cantaro un dì femmine sacre,
Avvolgi in tuo pensiero e ti conforta.
Canta di Dio la profetante suora
Del pontefice Aron là sulla sponda
Del mar vermiglio; e celebra i pendenti
E i bene ancora rovesciati gorghi.
Cinta d’intorno dall’Ebree compagne
Con percosse festevoli flagella
L’aride tese pelli rimbombanti
Dei romorosi timpani; e risponde
Dei duci salvi alle canzon guerriere.
L’arena, l’aere, il mar applaude al canto
Solo in parte impedito dai singulti,
E dai miseri gemiti profondi
Di chi balza fra l’onde, e ancor boccheggia;
O dai fiochi nitriti dei cavalli,
Ch’alzano in van la grave testa, e a stento
Sbruffin soffiando dalle gonfie nari
Il mal forbito ed importuno flutto.
Cantan di Dio, che i gran giganti abbatte
Senza rotar il fulmine rovente
Le donzelle di Giuda e il buon Davidde
Cogli sistri, e coi carmi incontran liete,
Partendo i guardi timidi o giulivi
Or sul giovine viso al fiondatore,
Cui, arrossandol gentilmente, rende
Più bello la fatica e la vittoria;
Or sulla torva fronte al tronco teschio,
E su quegli occhi nubilosi e immoti,
Che spiran morti ancor minaccia e sdegno.
Canta di Dio la vedova vittrice
Non più negletta dentro i bruni veli,
Ma inanellata il crine, allegra i panni,
Il suo periglio canta, e il suo trionfo;
E addita colla man non sempre imbelle
Anch’essa un ceffo inonorato e truce,
Lo sprezzator del ciel l’empio Oloferne,
Che vinse pria col volto, indi col brando,
Onde ulular d’orror le Assirie tende.
Esulta di Adonai nel magno nome,
A cui Assir profano incurva il collo,
Piega Aquilon le penne procellose,
Treman le valli ed i petrosi momi
Si liquefanno qual flessibil cera.
Canta di Dio, e a Sifara deluso
Insulta con un cantico feroce
Debbora calda d’estro sfavillante.
Che valser mai all’idolatra duce
Que’ suoi spezzati e disprezzati carri
Orridi ed irti per ricurva falce,
Che coll’adunco rostro entro s’appicca
Delle carnose membra, e le divide,
E le squarcia e le rade, e a se d’intorno
Ravvolge i brani, ch’indi stacca e slancia
Laceri e sanguinosi; e intanto l’ossa
Stritola resistenti e scricchiolanti
La rapida in passar fervida rota?
Che valser mai le macchine ferali,
Se pugnaro per Dio ancor le stelle?
E sulla tempia elastica e venosa
Potè Giacle l’adattato chiovo
Affondar col martello ponderoso
Finch’esso lordo del cervello e intriso
Dentro all’opposto suole si conficca,
E Sifara di latte, e di sopore
Tumido ed ebro al vital sonno aggiunge
Il ferreo sonno della notte eterna.
Ma pacifico canto a te conviene,
Or piangerai con Geremia che siede
Su scabro mucchio di scommessi sassi,
Spargendo i treni flebili tra mute
Solitarie rovine, ove s’annida
L’upupa tetra, ed il colubro tristo.
Or rinnovellerai la doglia antica
Del pio Davidde, che, slacciato il regio
Gemmato elmo piumoso, umile e chino
Col bianco e raro crin di cener brutto
Modula il suo salterio penitente.
E a te frattanto, ed alle tue compagne
Per non frenabil lagrima furtiva
Le guance bagnerannosi cosperse
Di quel pallore, che pietà dipinge.
Talor compresa da un giulivo amore
Cantando parlerai coi fior, coll’erbe;
E tu vegghiante desterai l’aurora,
Che lasci pur quelle azzurrine spume,
E a lodarti il tuo Dio spunti, e s’affretti.
Però non dei dentro la breve cella
Punger coll’ago sol fiorite sete,
O alla connocchia trar la facil chioma,
E dipanare dal vertiginoso
Arcolajo le morbide matasse;
Ma a te giova il trattar carte e volumi;
E legger quanto armonioso insegna
Un Felsineo Pitagora novello,
A cui favella con melata bocca
Armonia, come usò già un dì, spregiando
L’equabile dei chiostri alto silenzio,
Con quel Guido, che onor fu pria di Arezzo
Poscia delle Cocolle, e dei Cenobi.