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Giovanni Pascoli · Modernismo

Inno a Roma (Pascoli)

italiano

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cembali intorno si scotean bombendo —

Amor! oh! l’invincibile in battaglia!

oh! tu che alberghi nei tuguri agresti!

oh! tu che corri l’infinito mare!

Vennero in prima schiere a te, per l’onde,

d’esuli armati, ed una stella d’oro

reggea le navi incerte del cammino;

a te noi genti italiche la stella

d’allora, tra le fiamme e tra le morti,

col raggio addusse che giammai non muta.

IL PRIMO EROE

L’eroe Pallante era caduto. Offerse

l’àlbatro il bianco de’ suoi fiori, il rosso

delle sue bacche e le immortali frondi.

Gli fu tessuto il letto di quei rami

de’ tre colori, e furono compagni

mille al fanciullo nel ritorno a casa.

E fisi in quella bara tricolore

i mille eroi con le possenti mani

premean le spade; ed era in esse il fato.

Oh! ma che pianto fu così tornando

al vecchio padre! Era suo padre un vecchio

povero re, dalla silvestra reggia.

Fauno, il suo nome; ed abitava i sassi

del Palatino, tra le antiche selve

misterïose. E tu non eri, o Roma.

Anzi per il rupestre Campidoglio

eran macerie già muscose, e bianchi

ruderi sparsi si vedean tra i folti

cespugli del Gianicolo: rovine

di due città vinte dal tempo; ed ora

quelle rovine trite e sonnolente

empiva a volte del suo rauco augurio

lo stuol de’ corvi. E Fauno avea per reggia

una capanna piccola, coperta

di felci e stoppia. E guardie sulla soglia

avea due cani, che correndo innanzi

bandìan, lieti abbaiando, il suo ritorno.

Al re non tromba dividea la notte

buia in vigilie: gli diceva — È l’alba —

di sul colmigno il passero, e la rondine,

anche più presso, gliel garrìa dal trave.

E quindi il tempo portò via quel Fauno

e il suo dolore, e la caduca reggia;

e sul Palazio ignare le giovenche

pascevano, e la valle posta al piede

si mescolava d’un belar d’agnelli.

E se il pastore aveva udito un qualche

urlo di lupi, egli racchiuso il gregge

in uno speco, s’addormìa tranquillo.

Veniva allora, per le tenebre, una

lupa, e fiutava il chiuso lupercale.

E Fauno, il buono, nelle selve ombrose

cantava il canto delle foglie ai venti,

invisibile. E sulle antiche quercie

picchierellando senza fine il picchio

sacro contava gli anni tanti, gli anni

tardi a venire.

LUPI E AQUILE

via questi nidi! Noi non siamo uccelli,

lupi noi siamo. Addio, cose d’un’ora!

Siamo per fare una città ch’eterna

duri, ed un proprio focolare, in mezzo,

sarà per te, che mai non dormi, o Fuoco!„

Ed una torma giovanil più fiera

diceva: “Oh! bello andare al vento! E bella

l’ora che fugge, e sempre un altro il sole!

La terra sempre nuova sotto quelle

antiche stelle! Voi da voi ponete

tra il mondo e voi pur quella fossa ignava:

sia senza fine a noi la via, la terra

senza confine! Lupi, sì; ma ora...

dateci l’ale, o aquile!„

L’ARATORE

ridean dei semi che dovean sotterra

marcire al buio. E gli uni e gli altri torvi

aveano gli occhi, e l’ansito ondeggiante.

Stava il fratello, qua, del Capo, anch’esso,

con lui, lattonzo della lupa; ed ora

schifiva, lui villano, egli pastore.

Taciti i buoi tiravano nel cupo

tacer di tutti; chè fuggiano il grande

bifolco orrendo ch’era loro a tergo.

E qui con l’ale largamente aperte

al sole, apparve un’aquila, che ferma

mirava a lungo quel lavoro in terra.

Poi, fisa sempre, s’affondò nel cielo.

LE VOCI DEL FIUME E DEL MARE

con l’incessante murmure; ma il vento

di primavera dal lontano lido,

sempre più forte, le narici aperte

a lor bagnando de’ suoi salsi spruzzi,

“Oh! voi che fate una città pastori, „

diceva “eccovi l’atrio, ecco le porte

color di cielo, e il limitar che tuona

sparso di schiuma dalle larghe ondate.

O cittadini, ecco la via già fatta,

labile, piana, e ne son pietre i flutti.

Dall’urbe uscite: avanti voi c’è l’orbe!„

Allor li prese un vago amor dell’onde

che sempre vanno a modo de’ pastori;

di sempre andare e pascolare il mondo.

LA RISSA

fenderla poi col vomere! Ecco l’ossa

vogliono ancora frangere alla madre!„

Vennero all’armi, e l’ascia del lavoro

sentì la morte, e tu nell’aria rosa

tremavi, o stella d’oro della sera,

vedendo in cielo nuvole suffuse

del sangue ch’era sparso in terra.

L’ASCIA

ti dedicò, per questa grande Italia,

ti seminò, ti sotterrò nel mondo.

Tu sotto i templi e sotto l’are e sotto

gli anfiteatri semiruinati

ti trovi e sotto l’ardue terme, infrante

presso le nubi. Te nel cor le sponde

sentirono del Reno e del Danubio,

t’ebbero le foreste invïolate

e le sabbie arse che il leon sue rugge.

Tu sei presso le moli, ove sepolti

sono i giganti; sotto gli occhi fissi

eternamente della muta Sfinge;

tu sotto accampamenti che nessuno

più moverà. Tu scalpellasti i massi

per le infinite pompe del trionfo.

E per te l’Arco trionfal si prese

l’arco del cielo, e sulle vie la Gloria

aprì tra due colonne le sue porte

senza battenti.

LE STRADE

poi via per verdi campi e per deserti,

diritte come solchi, e via tra rupi

tagliate da scalpelli, e via per selve

profonde, mute, solo allor ferite

dal ferro ignoto, e via sopra veloci

fiumi aggiogati con eterni ponti,

e via per l’Alpi, che vincean con giri

blandi, le irate. Da quel sasso, a forza

ruppero un tempo tante vie sul mondo.

Parea che un luminoso Sagittario

via via volgesse a tutti i venti il grande

arco fatale, e saettasse intorno

intorno, stante nel bel mezzo, il cielo.

LA LEGIONE

l’aquila uscì: le ignare terre e l’onde

remote corse un brivido ed un fremito

al ventilare delle sue grandi ale.

E le legioni col lor pilo grave

per quelle vie senza la meta e il fine,

mossero intorno. Ed assembrava allora

tutte le genti e i popoli l’antica

bùccina, che al pastore fuor di mano

sul far di notte avea mandato un segno.

E dominava sotto giusto impero,

tutti, il sottile tralcio d’una vite.

I MESSAGGERI

E niuno mai li vide; ma soltanto

tra squilli gravi delle trombe, acuti

de’ litui, e grida ed ansimar feroce,

s’udiano al vento alti selvaggi ringhi.

L’uno era chiaro come l’aureo sole;

l’altro parea la notte opaca, ed era

avviluppato in ombra di dolore.

Ivano a paro avanti le coorti

di bronzo, i forti giovinetti in fiore,

erti su gl’immortali lor cavalli.

Ma in mezzo al mare, quando sulle lievi

liburne erano le aquile, ondeggianti

per la fortuna, e l’armi contro l’armi

cozzanti, allora divenian due stelle,

che rifulgeano fisse tra il brandire

degli alberi e l’oscillar delle antenne.

Erano questi i tuoi corrieri, al cenno

pronti, o Vittoria. All’apparir del vespro,

volgean del pari il corso de’ cavalli,

e per le strade andava il colpo e il tonfo

dei risonanti zoccoli; e i cavalli,

ecco, anelanti, essi adduceano all’acqua:

o dea Iuturna, all’acqua tua perenne:

nè già cadean le stelle, né le nubi

dalla prima alba erano ancora orlate.

Vegliava un solo focolare in Roma,

v’era una sola casa, che mandasse

baglior di luce dalle sue transenne.

Vesta attendeva i reduci seduta

al fuoco inestinguibile.

AI DUE GEMELLI

su! le criniere v’attorcete in mano,

saltate su, lanciateli: da tanto

hanno i cavalli l’empito nel cuore!

Al lor ritorno avvinti per le briglie

alle colonne vostre, dagli augusti

ruderi il loglio antico pasceranno.

Ma ora andate a rivedere i campi

delle legioni, a riveder le terre

onde v’avvenne riportare il nunzio

della vittoria. Si combatte ancora

con ferro e fuoco. Sono le coorti

d’allora; al cielo va la polvere, alto

suona il fragore. Colmano bassure,

piantano i valli, sfanno i colli, occulte

forano vie per entro le montagne.

Sono picconi l’armi nostre. Andate

propizïando! Il Popolo pilumno

pensi i trionfi che menò, le leggi

che fece, il dritto che impartì, la pace

che diede, e allievi il suo lungo lavoro

d’oggi con la sua gloria veterana.

LA VERGINE MASSIMA

del Campidoglio. E il popolo mirava

tacitamente ascendere il pontefice

e la vergine massima.

IL PASSO DI ROMA

tutte le volte, e i popoli, a quell’orme

così distanti, abbrividian nel cuore.

I DUE IMPERATORI

Eppur mostrava placido alle genti

placate il volto, e calmo i cavalloni,

ancora irati dopo la tempesta,

con quella mano che impugnò la spada,

calmava, e dal belligero cavallo

dicea le leggi e arti della pace.

Salve, o possente Roma! Tu le terre

hai dissodate col tuo duro coltro;

la macchia hai franta perchè desse il grano

placido. Il grande imperio era il tuo fato.

Quando a te fu dagli ampi omeri tolta

la porpora, ecco il re de’ sacrifizi

uscì da templi novi e da miti are.

E poi levò di terra la corona

e ne cinse la lunga chioma bionda

d’un re che avea la fràmea per lancia;

e poi, volgendo i secoli, battaglia

mosse, egli re dei riti, al re dell’armi.

E tempo venne che dall’alto soglio,

con la corona sulla fronte eretta,

con nella mano la stellante spada

(stettero i messi attoniti nell’aula,

e reprimeano i secoli la corsa

infrenabile, come visto un cenno

rapido di far sosta e di dar volta),

“Che domandate?„ addimandò. “Ciò ch’egli,

il vostro re, domanda, è mio. Son io

il Cesare, son io l’Imperatore!

Andate!„ E il re sacrìfico si prese

i fasci albani; e l’ara vide al lume

dei sacri ceri scintillar le scuri.

GLI DEI

povero, un dio sì umilmente dio!

Altri alla luce aperta gli stranieri

numi adorando, i loro pingui altari

facean vermigli di taurino sangue;

altri in cortei, per la città, solenni,

batteano i cupi timpani e le strade

tutte accendean di queruli ululati.

Ma quelli per le volte e per le ambagi

d’un nero sotterraneo laberinto

seguivano una fiaccola, e con voce

segreta, là, benedicean cantando,

ignoti a tutti, il loro ignoto Dio.

Per tempio avean, per i lucenti altari

di Roma, alcun muffito sepolcreto,

e la lor vita era coi lor sepolti.

Avanti l’arche, fiale rugginose

di sangue, e lumi dall’esigua fiamma.

Dicea quel lume che la vita scorsa

era col sangue, sì ma invano. Il morto

dormiva. E il sonno era leggero e breve.

Una colomba col suo roseo becco

svellea da un canto un ramicel d’ulivo,

e si levava, con la frasca, a volo.

Ed un pastore s’era messo in collo

l’agnello stanco, e andava con la verga

sua pastorale e col secchiello in mano.

C’era la croce, e dubbio era, se croce

fosse od àncora. Sbalzata dal vento,

percossa dalla folgore, la nave

era al sicuro, alfine, in pace: aveva

gettata l’àncora nel cielo.

LE FAVISSE

dio, ch’era un legno putrido, ed ansante

non ravvisava, nel Mamurio irsuto,

Marte sè stesso. E scese alfin dal sommo

dell’arce, dietro gli altri dei consenti,

Giove pieno di nubi il sopracciglio.

"O già potenti in cielo, sulla terra,

nel mondo oscuro: fummo. Noi cacciammo

altri dal soglio, ed altri noi discaccia.

Ma non è vano l’aspettar vicenda.

Quel dio rifatto, a cui cedemmo contro

cuore, fuggiasco, povero, deforme,

il cui soglio è la croce, ed il cui serto

sono le spine dei roveti... „ Ed altro

egli diceva, ma seguì con voce

piena d’orrore la Carmenta antica

vaticinante, a nessun dio più nota,

ch’ella da molti secoli nell’ombra

era discesa, tutta rughe e muffa:

“ ... non cadrà più, poi ch’è il dolore umano!

Gli uomini eretto i templi hanno al dolore!

È il dio sol esso, il solo dio fra tutti,

che non può mai morire!„

L’ESECRAZIONE

mortal languore la struggesse. Vinta,

egli poteva anche spianarla al suolo.

"Ma no„ diss’egli: “la sommuova il verno,

la inondino le pioggie, e disdegnando

da sè la scuota e gitti via la terra:

la frangano le folgori tonanti:

sia sacra a Dio, precipitino i cieli

sulla lor cosa„. Tanto ei volle, e tutti

al suo comando, partono, e le madri

sono strappate all’are, ed i fanciulli

vanno e le indarno verginette in fiore.

Poi, per le vie del duro suono, i plaustri

Goti e i cavalli e le Àmale coorti,

piene di preda, andarono sull’orme

degli antichi manipoli, e lontano

il vincitore in sua lorica d’oro

svanì lasciando gli edifici soli,

già balenanti, già meditabondi

tra sè e sè, del crollo ultimo, e Roma,

Roma, sotto il suo sole almo, deserta.

E fu silenzio dentro le muraglie

sacre, e il pomerio grande ora cingeva

grande un sepolcro. E il sole che la vide

tacita, a poco a poco calò, lento

sfiorando con un alito di luce

le cupole e i lunghissimi obelischi;

e poi nel trarre fuori il dì, tentando

invano di svegliarla dal gran sonno,

stupiva di vederla altra e la stessa.

Suono non v’era se non d’improvviso

crollo di muro o il tonfo di finestre,

cui si provava di serrare il vento.

Talvolta andando e riandando i corvi,

gracchianti, a stormo, quel letargo strano

scotean, nell’ira, d’uomini e di cose.

E molti discendean dall’Aventino

foschi avvoltoi, che ripetean l’augurio

natale, in alto, sulla città morta.

E poi notturna i cuccioli la volpe

guidava, e le basiliche del Foro

cauta girava e le colonne antiche.

E dopo i lunghi secoli le lupe

del tempo primo vennero, cercando

gli antri per l’alte sedi imperïali.

Parean, destati dal lor sonno i templi,

aperti stare, stare ed aspettare

i sacerdoti immemori. Giaceva,

abbandonata per i sette monti,

Roma. E le acquate assidue la battono

e le raffiche rapide del vento,

e la fiammante folgore del cielo

ormai fa divampare il rogo.

IL NOME CELESTE

e le vïole al fonte di Iuturna,

caste, s’abbeveravano, e gli sparsi

ruderi si gremìano di giacinti;

e tutti i bronchi e pruni aspri, nel Foro

Romano, in cima avevano una rosa,

e sopra i marmi antichi era l’antica

porpora. Per nessuno, dal sepolcro,

dal suo sepolcro, ch’era anch’esso infranto,

spargea, versava senza fine al cielo,

nel tempo dolce ch’è il suo tempo, i fiori

che sono suoi, quella che in cielo è Flora.

A FLORA

immense hai sparso il nuvolo dei semi;

la Terra aiuta! Questa pia saturnia

terra produca in maggior copia i frutti

che già versava dal fecondo grembo.

Nutra di sè quelli che già nutriva,

armenti e greggi, e tornino gli uccelli,

ormai spariti, a liberare i campi,

e per i campi floridi echeggiare

facciano la dolcezza del lor canto.

Alle mammelle opime della Terra

sugga una prole più gagliarda il latte

e insiem col latte la virtù romana;

ed ogni mare solchi ed ogni terra

calchi, anche il cielo navighi, sembrando

candidi stormi di canori cigni.

La tua città non lasciar più che cinta

sia di deserti e verdi acque muggenti

del torvo bue selvaggio che vi guazza.

Riguarda quei villaggi di capanne,

quelle capanne squallide di stoppia,

o Flora! Dunque non distrusse il fuoco

de’ primi dì tutti i tuguri? Dunque

non toccò tutti gli uomini il Diritto

con la sua verga? Guarda: sono schiavi,

sotto le bestie! Rendi a quei meschini

o Flora, il suo; liberatrice abbraccia

quelli spogliati; e per sè solo, o Flora,

raccolga chi le seminò, le messi,

come allorquando si lasciava a mezzo

solco l’aratro e s’assumeano i fasci.

Rinnova l’arte antica, cingi al capo

l’antico serto e fa che mai non cada

l’inno di gloria che beò l’Italia.

Sian, per i colli, glauchi olivi e verdi

viti, e di spighe rigogliose ondeggi

la valle immensa. E fiacchino la forza

del vento e il nembo struggitor le selve

veglianti a guardia sul cigliar dei monti.

Il Rubicone, ecco, già bianchi ammira

enormi tori. Egli che vede andare

per la campagna tante paia e vede

da dieci bovi tratto un solo aratro,

egli che già non obliò nel sonno

le bronzee file della forte Alauda,

pensa all’imperio, a Cesare, ai trionfi.

Noi non l’imperio, non i cortei lunghi

di quei trionfi a te chiediamo. Un’Ara

abbiamo, e noi, di Pace, eretta, o Flora.

I fiori dà color di sangue ogni anno

(solo nei fiori tu il color di sangue

lodi e nel casto viso di fanciulle:

miele, olio, vino, o Flora, ami; non sangue),

dà le memori foglie dell’acanto

per adornar quest’ara. Alto nel mezzo

noi collocammo in una vampa d’oro

chi la portò, questa concordia augusta.

E quanti ancora col lor sangue, eccelsi

spiriti, questa pace e questa patria

fecero a noi, là stanno. E sono, o Flora,

la messe tua che cade sì, ma sempre

nuova nei lunghi secoli germoglia.

IL PRIMO COLLE E I PRIMI PASTORI

Giacean rottami candidi di marmo

tra i rovi e i pruni, e sorrideano al suolo

i capitelli ai cardi ispidi e duri.

Muri con archi, cui copriva il musco,

pendean crollanti, si scoteano al vento

ad ogni crepa le parïetarie

come ciarpame pendulo a finestre

d’un abituro. Qua le acquate al tutto

finian gli dei dipinti nella calce,

qua le ventate stridule uno straccio

sempre rapìan da tende non più fisse.

Scabbia di pietre, lue di sassi verdi

per tutto, ed archi che teneano ancora

sol per l’abbraccio d’edere contorte.

Credean gl’ignari di veder spelonche

di giganti che dopo un’ardua rissa

con massi enormi, ora, cocendo l’ira,

lontani e soli errassero sui monti.

Ed i pastori, come un tempo, in cerca

di preda, una spelonca aprono, un sasso

movendo, immenso, e vedono nel fondo

della spelonca balenare un lume.

E quindi — era un sepolcro — gigantesche

membra d’un uomo vedono, che il petto

aveva aperto da una lunga piaga.

Stupor li prese di quel corpo cinto

d’armi cangianti, di quel capo ignoto

dentro l’irsuta gàlea. Che tutte

l’arme egli avea, fuor della spada, e il petto

non gli cingeva il balteo d’oro, vario

di spesse borchie. Sull’ignoto capo,

alto, vegliava un fuoco e gli sfiorava

l’antica piaga con l’assidua fiamma.

Un dei pastori, simile ad un Fauno,

vide fra tanto impallidire il cielo,

languire insiem le tenebre e le stelle.

Ogni maceria gorgheggiava. I nidi

s’erano desti, delle rondinelle,

in fila sotto i capitelli neri.

E si vedean le macchie, e tremolando

splendean le cime delle selve, e i pini

alti sopra la vetta Pallantea.

Ed il pastore trasse fuori all’alba

la lampada e l’oppose al mattutino

vento. E il suo lume si sbattè, ma visse.

E vi soffiò con le selvaggie labbra,

e la tuffò nell’acqua d’una pozza;

ma il lume visse. Ed e’ la rese ardente

al suo sepolcro e l’appende dov’era,

e col suo masso chiuse la spelonca.

Dove ancor pende e raggia ancor la luce

su te, giovine eroe primo, che fosti

di tanta gloria e tanta lotta e tanto

dolore e amore la primizia santa.

Son tre millenni ch’ella dal sepolcro

veglia su Roma con l’eterna luce.

A ROMA ETERNA

e con la spada; e pende sopra il mondo

quella al cui lume accesero le genti

tutte il lor lume, quella che noi rompe

l’ombra: o Roma possente, la possente

tua più che il tempo lampada di vita.

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Autor
Giovanni Pascoli (1855–1912) · Wikidata Q375998
Título
Inno a Roma (Pascoli)
Lengua
italiano
Época
Modernismo
Sala
La Biblioteca
Identificador
ws-it-inno-a-roma-pascoli--giovanni-pascoli-4a8a3b
Cita recomendada
Giovanni Pascoli, «Inno a Roma (Pascoli)», Poetósfera, poetosfera.com/p/ws-it-inno-a-roma-pascoli--giovanni-pascoli-4a8a3b.html

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