Cre. Per dio ch’io ti scarpirò la corona se mi sei troppo fastidioso: onde n’havrai magior doglia.
Ca. Favole. non son io per cessar mai, fin che non dici, chi è costui:e perche ti voglio tanto bene, per ciò te ne dimando con tanta instanza.
Cr. Non ti voglio tener celato alcuna cosa, perche io hò te fedelissimo e segretissimo trà tutti i mei servi. Essendo io huomo da bene, pio, giusto, la faceva male, et era povero.
Ca. Io ’l so bene.
Cr. Gli altri, ch’erano sacrilegi, ciurmatori, calcagni, maldicenti, malvagi, divenivano ogni dì più ricchi.
Ca. Cregiolo.
Cr.
Ca. Che rispuose Febo da le corone?
Cr. Tu l’intenderai. il dio apertamente mi disse, che à l’uscir mio mi ponesse à seguir il primo, ch’io trovasse: e non lo lasciasse mai, fin che non l’havesse meco ridotto à casa.
Ca. In costui prima t’affronti.
Cr. In costui.
Ca. Ben intenditu ’l parlar de’l dio, che chiarissimamente ti dice à lettere di scattole, ò sciocone, essercita tuo figlio ne costumi civili de la patria?
Cr. Donde ne cavi tu questo giudicio?
Ca. Questo veramente lo conoscerebe un cieco, che a’l tempo d’adesso non bisogna esser huomo da bene, à chi vuol far roba.
Cr. La profetia non vuol dir questo, ma ella guarda à qualche cosa di magior importanza: ma se ’l ne dicesse, chi è costui che è venuto quà à noi, e per che causa, e che và egli cercando, saperemmo che vuol inserire la profetia circa il caso nostro.
Ca. Horsu dì tu prima che sei? ò faccio io quello che siegue dietro a’l gridare?
Cr. Bisogna dirlo, e molto presto.
Pl. Dicoti, che piangerai.
Ca. lntenditu à cui egli dice?
Cr. A te dice questo, e non à me: perche tu gli parli da ignorante, e da fastidioso. ma se punto piacer ti piglij de la vita, de costumi di questo huomo da bene, dilomi.
Pl. Dicoti, che piagnerai.
Ca. Fallo venir e piglia l’augurio de’l dio.
Cr. Per Cerere non te ne alegrerai piu troppo, che se no ’l dirai te manderò in mal hora, mal huomo che tu sei.
Pl. Ah fratelli lasciatemi stare, partitevi da me.
Cr. Sì sì, moia.
Ca. Patron quel ch’io dico è meglio che bene. io manderò in mal hora questo mal huomo. il metterò in cima qualche precipitio, ’l lascierò, e m’anderò con Dio: donde ei caschi giuso, e se scavezzi le cambe, e’l collo.
Cr. Su piglialo tosto.
Pl. Eh nò.
Ca. Il dirai tu?
Pl. Ma quando voi havrete risaputo ch’io sia, sò certo che mi farete qualche dispiacere, e non mi lasciarete andare.
Cr. Per i dei sì faremo, pur che tu voglij.
Pl. Lasciatemi prima.
Cr. Ecco, te
Pl. Hor ascoltate (bisogna a’l mio parere, ch’io dica, quel che havea determinato di tener secreto) io son Pluto.
Cr. O sciaguratissimo sopra tutti gli altri huomini. sei Pluto, e tacevi?
Ca. Tu Pluto così mal’andato, ò chiaro Sole, ò Dei, ò numi, ò Giove. che ditu? sei tu veramente il Pluto?
Pl. Sì.
Cr. Quell’istesso?
Pl. Istessissimo.
Cr. Dì dunque per tua fè: donde vieni cosi mal’aviato, e sporco?
Pl. Vengo da Patroclo, che mai non s’hà lavato da’l dì che ei naque.
Cr. Dimmi à che modo sei caduto in questa disgratia?
Pl. Tutto ’l male io l’hò da Giove invidioso de’l ben de gli huomini: perche sendo io giovanetto, lo minacciai di voler andar solamente a trovar gli huomini savij, giusti, modesti, da bene: et egli m’acieccò, perche non puotessi discernere alcun di costoro. tanto porta egli invidia à i buoni.
Cr. E pur i buoni soli e i giusti sono quelli, che gli rendeno honore.
Pl. Io ’l confesso.
Cr. Horsu che dunque? se la vista di nuovo ti ritornasse, come tu havevi in prima, fugiresti i malvagi e i rei?
Pl. Liberamente il dico.
Cr. E tu n’andaressi à gli huomini da bene?
Pl. Certo. molto tempo hà che non gli hò ueduti.
Ch. Non è maraviglìa alcuna, che n’anche io ch’hò gli occhij.
Pl. Lasciatemi hora andare. che homai havete inteso da me ciò che volevate.
Cr. Non per Giove. ma ti terremo tanto magiormente.
Pl. No ’l diceva io? che voi erate per travagliarmi?
Cr. E tu di gratia stà ad ubidienza, e non m’abbandonare: cerca pur à tua posta, che non sei per ritrovar uno che sia piu huomo da ben di mè. non per Dio, che non v’è altro che io.
Pl. Ogn’un dice il medesimo: ma quando poi mi haveranno havuto veramente in suo dominio, e sarano divenuti ricchi, sono poi de’l tutto piu malvagi de gli altri.
Cr. L’è così certo. non è gia cosi ciascuno.
Pl. Non già per Giove: ma di sieme tutti sì.
Ca. Longamente ne piagnerai.
Cr. Ma perche tu sapi, se resterai con noi il bene che n’averrà, poni mente, et ascolta. io penso, certo i penso (con la gratia di Dio pero) di liberarti da questa ciecagine, e di farti ben vedere.
Pl. Questo non farai tu, che non voglio mai piu vedere.
Ca. Che ditu? quest’huomo è un misero, poverazzo di natura.
Pl. Se Giove risapesse le sciochezze di costoro, mi torrebe da ’l mondo.
Cr. Non fà egli questo anchora, che lascia andar involta te istesso, che l’offendi lui?
Pl. Io no ’l sò: ma ne hò gran temenza.
Cr. Da dovero? ò piu de tutti gli altri Dei pauroso. creditu che l’imperio di Giove e li suoi fulmini se istimeranno tre bagatini, se frà poco di tempo ripiglierai la vista?
Pl. Oime non dir, ribaldo, così fatte cose.
Cr. Stà queto, voglioti mostrar che tu sei molto piu potente di Giove.
Pl. Io?
Cr. Per il cielo. per cui Giove principalmente e signore de tutti gli altri Dei?
Ca. Per l’argento di che n’hà grand’abundanza.
Cr. Horsu e chi gli ne dà à lui?
Ca. Costui.
Cr. Per cui dunque gli fanno sacrificio? non è per costui?
Ca. Chiara cosa è per Giove, che desiderano divenir ricchi.
Cr. Costui dunque è il principal autore: e facilmente accommodarebe queste cose s’egli volesse.
Pl. Perche cagione?
Cr. Perche nessuno mai piu gli sacrificherà, ne bue ne fugazza, ne altro, se ’l non piacerà à tè.
Pl. In che modo?
Cr. In che modo, an? non è possibile che egli sia per poter comprar cosa veruna, se tu presente non sei à dargli i denari. il perche s’egli in alcuna cosa ti dà noia, tu sei per distruger la potentia sua istessa.
Pl. Che di tu? fannogli sacrificij per mè?
Cr. Dico de sì. che per Dio ciò che è trà gli huomini di chiaro, di bello, di gratioso, da tè procede: che ogni cosa rende obedienza e s’inchina à le ricchezze.
Ca. Et io son fatto servo per poca moneta, non per arricchirmi giamai.
Cr. Dicesi, che le buone compagne à Corinto, quando un qualche poverazzo le và à ritrovare e tentare, non gli danno orecchie: ma se un riccò, gli sporgono incontanente la fissura de ’l segio.
Ca. Dicono, che i fanciulli fanno il medesimo, non per bene che voglino à gli amanti, ma per rispetto de l’argento, e de i danari.
Cr. Non già i buoni, ma i guadignini. i buoni non dimandano danari per modo alcuno.
Ca. Che dunque?
Cr. Un gli domanda un buon e bel cavallo, un’altro cani da cazza.
Ca. Vergognandosi forsi di chiedervi danari. sotto questa coperta e pretesto ascondono la magagna e la malitia sua.
Cr. Tutte l’astucie, arti, inventioni e sofisterie, per tè sono ritrovate da gli huomini. un di quali sedenti taglia corami, un’altro è fabro, un’altro muratore, un’altro fonde oro pigliandolo da tè, un’altro roba cappe e vesti, un’altro fora i muri e sbucali, un’altro fola panni, un’altro è pelacane, un’altro tinge corami, un’altro vende cipolle, un’altro ritrovato con la moglie d’altrui per tuo mezzo si libera.
Pl. O misero me, non ho saputo questo mai ne tempi lungamente andati.
Cr. Un gran rè non s’insuperbisce per costui?
Ca. Non si fanno le concioni, et i consiglij per costui?
Cr. Che non sei tu quello che fornisce le galee? dilomi.
Ca. Hor non nutrisce costui un’essercito in Corinto?
Cr. Il rapitore de ’l publico non piagnerà per costui?
Ca. Hor non piagnerà insieme con Pamfilo anchor il marzaro?
Cr. Non pettegiarà anchor il riccone per costui? il buffone non burlerà ciaciarando per te?
Cr. Non sei tu che dà agiuto à gli Egittij?
Ca. Hor per tè Laide non ama Filonide?
Cr. Ma la torre di Timoteo?
Ca. Ti cada adosso.
Cr. Hora per tè non si fanno tutte le cose? e tu solissimo sapi certo, che sei autore de tutti i beni e d’i mali.
Ca. Et in ogni parte restano vittoriosi in guerra coloro, cò i quali tu solo dimori.
Pl. Io solo sono potente à far tante cose?
Cr. E per Giove molto magiori di queste. il perche nissuno si ritrova di tè satio à bastanza giamai, e l’huomo si satia di tutte le altre cose d’amore.
Car. Di pane.
Cr. Di musica, de canzoni.
Ca. De frutti.
Cr. D’honore.
Ca. Di fugazze.
Cr. Di virilità.
Ca. De fighi secchi.
Cr. D’ambitione.
Ca. Di marzapane, o schicciate.
Cr. Di pretura, solderia.
Ca. Di lente.
Cr. Nissun si ritrova di tè giamai satio à bastanza: ma se uno hà tredeci talenti, molto magiormente desidera haverne sedeci, e quando gli hà messi insieme ne vuol poi quaranta, ò dice che gli non vuol piu vivere a ’l mondo, e non lo pò patire.
Pl. Certo voi mi parete dir molto bene, ma hò paura d’una cosa sola.
Cr. Dì, di che?
Pl. Che io non m’insignorisca di questa potentia, che voi dite ch’io hò.
Cr. Per Giove, à punto dicono tutti, che Pluto è una cosa paurosissima.
Pl. Non già. ma un certo ladroncello hà detto mal di mè, perche sendo entrato in casa mia non hà trovato cosa da poter robare ò di portarmi uia, havendo egli trovato ogni cosa serrata sotto chiave: onde mi hà battegiata la mia providenza per timidità.
Cr. Non te ne metter à petto punto di questo, perche se tu pigli animo e diventi coragioso, ti voglio far vedere piu acutamente di Linceo.
Pl. Come potrai far questo sendo mortale?
Cr. Io hò certa buona speranza da quel, che l’oraculo d’Apollo mi disse, quand’io crollava il Pithio lauro.
Pl. Dunque egli hà saputo cosi fatte cose?
Cr. Sì ti dico.
Pl. Vedete di gratia.
Cr. Non haver paura di cosa alcuna, buono che tu sei. e sapi certo che ancho bisognando porci la vita, io espedirò il tutto.
Ca. E se vorrai, anch’io.
Cr. Haveremo e molti altri che ne daran’ aiuto: quali sendo huomini da bene, non si trovano farina in casa.
Pl. Ben bene, tu m’hai nominati i compagni che hanno à far d’i fatti?
Cr. Nò. se hor di nuovo tutti arricchiranno. hor va via tu presto correndo.
Ca. Di, ch’hò io à fare?
Cr. Chiama i nostri compagni, forsi li ritroverai à lavorare ne campi: che tutti si ritrovino qui à participare ugualmente con noi di questo Pluto.
Ca. Ecco, io vado, e piglij un qualcun di casa questo pezzetto di carne, e portilo dentro.
Cr. Io ne piglierò l’assunto. hor và correndo: e tu ò Pluto ottimo nanzi tutti i Dei, entra quà meco dentro. questa è la mia casa, quale bisogna che tu hoggi la riempi di pecunia.
Pl. Ma certo spiacemi entrare, per i Dei, sempre in casa d’altrui, perche non vi ho mai ritrovato punto di bene. se io entro in casa d’un qualche avarone, ei incontinente fà una fossa et ivi mi sotterra, e se à lui ne và qualche huomo da bene amico suo à chiedergli qualche soldetto, egli risponde di non havermi veduto mai. se io entro in casa di qualche pazzo, gettato ogni cosa a le femine et a ’l giuoco, in breve tempo indi escomi tutto ignudo.
Cr. Tu non hai dunque ritrovato già mai un’huomo temperato: questa è quasi sempre la natura mia, e mi piace risparmiare, come à qualunque altro, e spendere quando lo richiede il bisogno. ma entriamo in casa, perche io voglio che tu vedi e la moglie et il sol figlio che hò, quale io amo sommamente dopò tè.
Pl. Cregiolo.
Ch. Chi è quello che ti nascondesse il vero?
Ca. O huomini da bene amici e popolari, e che volontieri v’affaticate, e gran tempo hà che mangiate una medesima cipolla con mio patrone insieme, venite, affrettate, correte, che non è tempo da indugiare: adesso à punto è tempo di aiutare i presenti e prossimi nostri.
Ch. Ecco grande tempo hà che siamo pronti e parecchiati, come conviensi, noi vechij malsani. tu vuoi per aventura che teco à paro corra, nanzi che tù mi habi detto per che causa ne hà mandati à chiamare il tuo patrone.
Ca. Ecco un pezzo fà, te ’l dico, e tu non intendi: il patron dice, che voi tutti havete à vivere gioiosamente e liberi di questa vita fredda e bestial et aspra.
Cho. Che cosa gliè? et onde provien ciò che ei dice?
Ca. Egli hà un vecchio ne le mani capitato quà, ò lavoratori, strazzoso, sporco, gobbo, poverazzo, crespo, calvo, sdentato, e per il ciel i penso, che egli non ci habia nanche la capella.
Cho. O ambasciatore di ricchezze di parole dimmi, come ditu? tu dici che è venuto un che ha una montagna d’oro?
Ca. I dico, che hà una gran massa de mali da vecchi.
Cho. Pensitù d’infenocchiarci et andertene in là senza castigo, e massime se hò il bastone?
Ca. Pensatevi voi ch’io sia un huomo di cotal natura? e non istimate ch’io vi dica à punto il vero?
Cho. Quanto sei degno di bastonate, ma le tue gambe gridano iu iu, e bramano le corde et i ceppi, e le catene.
Car. T’è toccato il bollettino d’andar ne sepolchri ad esser giudicato, e di cio Caron ti manda il segno, ma tù non li voi però.
Cho. Postu crepare, quanto di natura sei zarlone, zanciere e mordace, che ne vai infenocchiando, tù non ci hai voluto anchora disziferare, perche causa tuo patrone ne hà mandato à dimandare, che stando noi intenti a ’l nostro lavoriero, ne ci avanzando tempo, ne agio, siamo venuti quà parecchiatisi, havendo lasciato di cavar le cepolle.
Ca. Non vi voglio più tener ascoso il vero, ò valent’huomini, vien il patrone, et hà seco il Pluto, qual dice che ne farà ricchi.
Cho. Da dovero ogn’un di noi diventera ricco?
Ca. Per i dei che tutti serete Mide, se vi pigliarete le orecchie d’asino.
Cho. Quanto m’alegro e gioisco: e voglio ballare d’allegrezza, se da dovero dici queste cose.
Ca. Et io voglio trettanelò imitar il ciclope, e menarvi là ballando, e saltando cosi, ei, figlij cantate su d’allegrezza, facete la voce di pecora, e de la putente capra. seguitemi dietro, scapellatevi il seminal membro, ò becchi scapreggiate di quà e di là.
Cho. Noi ce n’anderemo cantando trettanelò à ritrovar il ciclope: e se ti troviamo morir di fame, haver il sacco ò vuoi saccozza, crapulabre, e devorare herbe selvatiche irrugiadate, custodir e guidar le pecore, ò forsi anchor dormire, con un stizzone ti cavaremo gli occhij.
Ca. Et io in ogni guisa imiterò la striga e venefica Circe, che un tratto fece, che i compagni di Filonide in Corinto come propriamente porchi mangiassero il sterco ch’ella havea pisto et impastato, e voi porchi grognianti di amore seguirete la madre.
Cho. E noi se vuoi essere quella Circe tossicatrice, incantatrice, smerdante i compagni, ti pigliaremo così per spasso, e te appicheremo cò testicoli in sù, imitanti però quel figlio di Laerte, e ti smerderemo il naso come becchi, e tu Aristillo gridando dirai, seguitiamo ò porchi la nostra madre.
Ca. E voi non potenti più trar motti, sarete conversi in altra forma. Et io me n’anderò segretamente ch’el patron non sapia, e piglierò de’l pane, e de la carne, per poter mangiar dopoi, et à tal fattica mi travaglierò.
Chr. O compatrioti, e populari voi potete addimandare marzo et antico il saluto è gaudio vostro, che gia lungo tempo vi è stato assente. Ben vi saluto che veniste, à tempo, presto, e senza negligenza. e si come ne le altre cose voi mi havete aiutato, così anchora sarete conservatori e tutori di questo Idio.
Cho. Confidati, che se me vederai di certo crederai vedere un Marte: perciò che è assurda cosa, se ogni di spingemosi ne ’l foro per guadagnar tre oboli, che poi lasciamo andar il Pluto ad altri, potendolo haver noi.
Chr. Eccovi che vien questo Blessidemo: il quale da ’l suo affrettarsi caminando, mi dimostra haver udito qualche cosa di me.
Ble. Che cosa è questa, onde proviene, et in che modo Chremilo si presto è divenuto ricco? I no ’l cregio, quantunque per Hercole ognun ragiona di lui per le barberie. di ciò mi meraviglio assai. et ei manda à dimandare gli amici soi: è chiaro ch’ei negotia in qualche buona ò superba cosa.
Chr. Per i dei non ti nasconderò alcuna cosa ò Blessidemo, che hoggi havemo di meglio, che heri, il perche lece che anchor tù, n’habi parte, sendo d’i nostri amici.
Ble. Di certo sei fatto ricco come si dice?
Chr. Cregio che io serò frà poco, se piacerà a ’l dio, che adesso io hò un poco di pericolo, che mi fà travagliare.
Ble. E che pericolo?
Chr. Che pericolo?
Ble. Dimmi presto ciò che dici.
Chr. Se prosperamente si portiamo, sempre la faremo bene: se commettiamo errore, andaremo à le forche.
Ble. Questo mi pare un grave peso, e non m’aggrada questo arricchirsi di subito, e poi temersi. niente è buono per l’huomo negotiante.
Chr. E perche è niente buono?
Ble. O che per Giove hai rubato qualche argento et oro da ’l dio, donde tù vieni, poi forsi ne sei mal contento.
Ch. O Apolline difensor de mali, non io per Giove.
Ble. Taci huomo da bene, che manifestamente il conosco.
Chr. Pensi tù sopra di me tal cosa?
Bl. Oime che nissuno huomo da bene si trova, che adesso ogni menomo si dà a ’l guadagno.
Chr. Per Cerere che non mi pari in cervello.
Bl. Molto hà tramutato què costumi, che prima egli havea.
Chr. Diventi matto per il cielo.
Ble. Ma n’anche la ciera gli sta bene: il che è chiaro ch’ei hà fatto qualche male.
Ch. Tu vai chiarlando (certo il sò) che cerchi d’haver parte in qualche mio bene.
Bl. Haver parte? di che?
Ch. La cosa ne stà altramente.
Bl. Ciò non hai robato, l’hai ben tolto per forza.
Ch. Sei pazzo et ispedito.
Bl. Hai tù paura di cosa alcuna?
Ch. Nò de ’l certo.
Bl. O Hercole, hor vedi com’ei ci volge. non lo vuoi tu dire?
Ch. Tu mi accusi nanzi, che intendi la cosa.
Bl. Amico, voglio di ciò ispedirmi à puntino, nanti che si persuada la cità: io stoparò la bacca de gli oratori, e procuratori cò miei danari.
Ch. Per Dio mi pari buon amico, se ispendi trè mine per computarne et haverne dodeci.
Bl. I vego un ne ’l tribunale sentato, ch’hà una virga supplicatoria in mano con i figlij e con la moglie che niente dissomiglia da gli Herculidi di Pamfilo.
Ch. Niente ò infelice, che presto farò arricchire gli huomini da bene i savij e i modesti.
Bl. Che dici? tanto hai robato?
Chr. Oime, che mi fai morir tu?
Bl. Tu sei tu medesimo, a ’l mio parere.
Ch. Nò veramente ò poverazzo, perche ho ’l Pluto.
Bl. Tu il Pluto? quale?
Ch. L’stesso Idio.
Bl. E dove?
Ch. Dentro.
Bl. Dove?
Ch. In casa mia.
Bl. In casa tua? và à le forche, à i corvi, che Pluto è à casa tua?
Ch. Per Dio.
Bl. Dici il vero?
Ch. Dicolo.
Bl. Per la dea Vesta?
Ch. Per Nettuno.
Bl. Dici i’l marino.
Ch. Se gli è altro Nettuno, per quello.
Bl. Non ne fai parte anchor à noi che siamo toi amici?
Ch. Non anchor siamo à questo.
Bl. Che dici? non farne partecipi?
Chr. Non per Giove: che prima bisogna.
Bl. Che?
Ch. Che lo facciamo vedere.
Bl. Veder quale?
Ch. L’istesso Pluto, à quel modo che ei vide un tratto.
Bl. Ch’egli è cieco?
Ch. Sì per il cielo.
Bl. Egli mai non è venuto à me indarno.
Ch. Hor se piacerà à i dei, adesso ti verrà.
Bl. Dunque bisogna menar dentro qualche medico.
Ch. Che medico gli è buono ne la città, se non si paga e sprezzasi l’arte?
Bl. Vegiamolo.
Ch. Ma non vi è alcuno.
Bl. Nanche a’l mio giudicio.
Ch. Non per Dio, ma come havea determinato, è cosa ottima à ponerlo ne’l tempio d’Esculapio.
Bl. Sì ben per i dei. hor senza dimora, che almeno faciamo qualche cosa.
Ch. Vado hor mai.
Bl. Hor frettati.
Ch. Volontieri.
Povertà. O scelerità grande, indegna, impia, e crudele, che gli huomini habino tanto ardire? dove, dove? e perche fugite? non vi puotete voi affermare?
Ch. O Hercole.
Po. Vi voglio rovinare de’l tutto mala sorte che sete, che fate ogni sceleranza intolerabile, che non hà osato fare nissun altro già mai, ne dio ne huomo: onde ve ne appagarò.
Ch. Tu che sei? mi pari assai smorta e pallida.
Bl. E forsi la Erinni de la Tragedia: che di certo hà non so che di Tragico, e di furioso.
Ch. Ma non hà poi le facelle.
Bl. Ella piagnerà per Dio.
Po. Che vi credete che sia io?
Ch. Cregio che sei quella che vende l’ova, ò pur una qualche hosta, che se fosti altrimente, non ne havresti tanto villanegiati, massime non havendo havuto ingiuria alcuna da noi.
Po. Sì? non m’havete assai ingiuriata, se cercat’havete di bandegiarmi fuor de la cità?
Ch. Hor vi resta, scaciarti ne’l baratro infernale: che dovevi ben dir presto che sei.
Po. Bene. hoggi mi vindicherò anchor io, che vi sforzate darmi commiato.
Bl. Costei è quella hosta nostra vicina, che mi fragne, che mi roba ogni mio bicchiere, inchiestara, et ogni mio vasetto.
Po. Son io la povertà, che gia pur assai anni habito con voi.
Bl. O rè Apollo, ò dei, dove si fuge? e tu che fai quì horrendissima bestia? non m’aspetterai?
Po. Non io.
Ch. Non aspetterai? e noi, doi huomini temeremo, e fugiremo una feminuzza?
Bl. O castroni, ella è la povertade, di che nissun animale è concetto a’l mondo piu pernicioso.
Ch. Cessa di gratia, cessa.
Bl. Non farò per Giove.
Ch. Di certo faremo bene, se lascieremo questo dio solitario, e ne fugiremo via: adunque timeremo costei? non faremo quistione?
Bl. O potenza di che s’armaremo? qual corazza, qual scuto, qual arme non n’hà date tra le mani per pegno stà sciaguratissima.
Ch. Stà in cervello, che questo solo idio ne lievarà da’l triomfo di costei, e da suoi costumi.
Po. Non tacete anchora disgratiati, che non cessate di robare questo, e quello?
Ch. Tu disgratiata sopra piu, che ne vituperi, non essendo offesa?
Po. Per dio che vi pensate di farme grand’appiacere, cercando di far veder il Pluto.
Ch. Che di ciò n’hai molestia, se ad ogni huomo faciamo bene?
Po. Che ben ne haverete voi?
Ch. Che? per dio che fuor di tutta la Grecia ti scaciaremo.
Po. Mi scaciarete? qual pegior peccato pensate di fare?
Ch. Quale? se di ciò che siamo per fare, se ne dimenticassimo.
Po. Hor udite un poco piacendovi, ch’io meritamente vi farò toccar con mano, che sola io son causa d’ogni bene, che in vostra vita vi galdete: se altrimente sarà poi, fate di me ciò che vi piace.
Ch. O sporchissima, poi tu dir questo?
Po. Intendi che facilmente ti dimostrerò, che in ogni cosa pecchi, se dici di far ricchi gli huomini giusti.
Bl. O flagelli, ò scoregiate, ò ceppi, perche non venite in nostro aiuto?
Po. Non bisogna haverl’à molesto, non accade gridare, nanti che la intendi.
Bl. chi pò fare che non gridi? oime ad udir tai cose?
Po. Ogn’un ch’è savio.
Ch. Qual pena haverai da me giustamente poi, come sei legata?
Po. Qual ti pare.
Bl. Ben ragioni.
Po. E voi anchor se perdirete, trattati sarete medesimamente.
Bl. Pensitu che vinti morti bastino à costei?
Ch. Sì bene. hor à noi bastino due sole.
Po. Ciò non potrete fare. hor ditemi che piu giustamente piu potria contradire.
Coro. Homai è necessario, che saviamente dicendo voi qualche cosa, vinciate costei, che cosi disputa. ma non gli concediate nulla di piacevolezza.
Ch. I penso che manifestamente si possa conoscere, che è giusta cosa se ogn’un fà bene: altrimente di che, fanno gli huomini scelerati. e noi desideranti questo, difficilmente ritroviamo il buon consiglio, la utile, e generosa volontà circa l’opre che si fanno: onde s’a’l Pluto ritornerà la vista, egli visitarà gli huomini da bene, e mai non gli abandonarà, e cosi venirà à fugire i cattivi, scaltriti, traditori, et empij: et arricchirà gli huomini facendoli persone da bene, et honoranti le cose divine. e di ciò che è meglio a’l mondo?
Bl. Io ti sono buon testimonio. non dimandar nulla à costei.
Ch. Chi non crede esser pazzia, ò vuoi piu presto infelicità, à tener à mente in che modo si portino gli huomini? che di certo i poltroni fannosi abundanti, e ricchi, rapiendo hor di quà, hor di là ingiustamente: e gli huomini da bene stannosi malamente, e muoiono di fame habitando teco. Dico adunque esser questa la via, che ogni cosa accheterà se’l Pluto gli rivede, per la qual via quello che v’andarà, farà conseguir à gli huomini beni pur assai.
Po. O viè piu che facile de tutti gli huomini, hò io persuaso doi vecchi zanciatori non valer niente: che se questo si fà che voi dicete, non dico esservi utile alcuno. perciò che se’l Pluto gli rivede, ugualmente si dividerà, onde non esserciterassi alcuna arte, ne sapienza. che sotteratevi queste amendue cose, chi farà l’arte del fabro? chi farà navi? chi cusirà? chi farà ruote? chi taglierà corami? farà muri? lavarà, ò tingerà le pelli? chi mieterà il frutto di Cerere? chi rumperà il campo con gli aratri? serà lecito, e forza starsene pegri, e negligenti d’ogni cosa.
Ch. Zancie. à tutto che n’hai detto s’affaticheranno i servi.
Po. E dove troverai servi?
Ch. Li compraremo con danari.
Po. Che li venderà, se a’l venditore non manca ne oro, ne argento?
Ch. Veneranno mercanti da la Tessaglia spogliati da latroni, e cercaranno di guadagnarci qualcheduna cosa.
Bl. Non seran latroni a’l parlar che fui. il ricco non si vi porrà a’l pericolo de la vita. e tù istesso sarai constretto arare, zappare, e lavorar in altro, e farai vita molto piu dolorosa di questa.
Ch. Tal sia di te.
Po. Anchor non haverai letto di dormire, ne tapeti nissuni, e chi vorrà tessere, se ogn’un haverà oro? i stillati unguentini vi mancaranno, quando menarete moglie, ne haverete panni suntuosi, ne di vario colore: che donque è piu arricchirsi mancando le preditte cose? che havereste da me facilmente il tutto, di che havete bisogno. Io come patrona, e madonna costringo l’artefice per bisogno ritrovare sovra ch’ei debia vivere.
Ch. Non mi poi dare nulla di buono, eccetto che vesiche di bagno. fai venir a’l mondo fanciulli, che muoiono di fame, ne dai un tumulto di vecchie, un numero di pedochij, cimici, pulici, e zanciale (non dico quanti) che risonanti circa ’l capo ne danno gran noia, risvegliandone, e dicendone, tu morirai di fame, hor lievati. apreso per una bella veste, ne dai la strazzata, che non si tien insieme pur mica: per il letto, un mattarazzo di giunchi pieno di pulici, e cimici, che i dormienti fa risvegliare: per il tapete una stuora marza: per il cossino, una gran pietra: per il pane rami di malva: per un marzapane, ò per una fugazza, foglie de rafani: per il scanno, la testa d’un’olla spezzata: per il mortaio, un’ascia d’una botta rotta. ecco dunque che sei causa à gli huomini d’ogni bene.
Po. Non mi hai recitata la vita mia, ma quella de i miseri mendici.
Ch. Diremo adunque che la povertà è sorella della mendicità.
Po. O voi che dicete che Dionisio è simile à Trasibulo, la vita mia veramente non patisce questo, non per Giove, ne mai è per patire. la vita de’l mendico, qual mi dici, è non haver niente: de’l povero poi, è vivere parcamente, et attendere a’l lavoro: et egli nulla s’avanza, e niente gli manca.
Ch. O Cerere che vita beata d’un’huomo: egli si sparmierà, et affaticherà, e mai potrà lasciare nanche da sepelirsi.
Po. Mi prezzi, e mi butti in occhio, come che io non facia un ben a’l mondo: non sai tu che io facio huomini di consiglio, di prudenza, di ciera, e d’aspetto migliori che ’l Pluto? per cui divengono gottosi, ventrosi, grossi di gambe, bottichioni, e lascivi. presso di me sono magri, sottili, gentili, accorti ingeniosi, e valenti contra soi nemici.
Ch. Gli dai forse tal gentilezza, ò gracilità perche muoiono di fame.
Po. Hor vi farò intendere, che la modestia, e la venustà, ne stà con meco, et che è cosa propria di Pluto à far ingiuria.
Ch. E molto venusta cosa robare, e trafforar le mura.
Po. Considera de gli advocati ne le cità, che quando sono poveri si portano giustamente tra il popolo, e la cità: fatti ricchi di subito divengono ingiusti, et insidiano à la plebe, et oppugnano il popolo.
Ch. Non dici niente di bugia circa à questo: ma perche sei cosi invida non poco piagnerai, ne superbirai cosi, che cerchi di persuadere che la povertà sia meglio de’l Pluto.
Po. Di ciò non mi poi riprendere: ma parli fuor di proposito, e de l’utile.
Ch. Hor dimmi la causa, che tutti ricercano di fugerti.
Po. Perche li facio huomini da bene, e megliori che vi si possa, ma considerate ogniun da fanciullo, che i padri loro li scacciano, et vietano da andare à filosofi, et à persone savie: onde ne divien cosa difficile à conoscere l’huomo giusto.
Ch. Dici tu che Giove non conosce l’ottimo bene? ei l’ha da’l Pluto, e lo dona, e manda à noi.
Po. O voi tutti duoi affaticati ne gli antichi conseglij, Giove pur è povero, di cui facciovi la pruoua. s’egli era ricco, in che guisa ei statuendo il certame Olimpico, dove tutti i Greci per ogni cinque anno si congregassero, dichiaravalo i vincitori per la corona d’oliva salvatica? s’egli era ricco, perche non piu presto li coronava di corona d’oro?
Ch. Questo dimostra ch’ei honora il Pluto, che isparmiandosi di dar quello ch’ei vole ispendere per se, corona i vincitori di baie, e folle, e à se ne ritien il Pluto.
Po. Tu cerchi da applicargli la dislealtà: perche ne diverrebe l’argomento in mio favore: se egli è ricco, e non è liberale, dunque è amator di guadagno.
Ch. Giove ti saetti il coronante di corona d’oliva salvatica.
Po. Questo è un favellare, onde ne dimostrate, che non conoscete i beni da me.
Ch. Da Hecate si potremo chiarire, s’è meglio esser ricco, che povero: imperoche ella dice, che i ricchi mandanoli una cena ad ogni primo dì de’l mese, e ch’ei poveri non cosi presto apparecchiata la rapiscono. Và in mal’hora, non mi zanciar più ne le orecchia, che anchor che mi persuadesti, non vorrei intendere.
Po. O cità di Argo, odi ciò ch’ei dice?
Ch. Chiamami quà Pausone, quel mio compagno.
Po. Come sarò io trattata misera me?
Ch. Presto à i corvi, et à le forche.
Po. E dove io n’anderò?
Ch. A’l Cisone, e non vi bisogna tardare, presto presto.
Po. E quando tornerò io?
Ch. Tornerai. hor che se istracij et squarti costei. è meglio ch’io mi arricchisca, e chi ti lascia straciar i capelli giù del capo.
Bl. Per Giove voglio arricchirmi, e mangiare e trippare cò la mia moglie e con i figlij, e lavarmi e tornarmi da’l bagno, e pettegiar dietro à la povertà, et à gli artefici.
Ch. Costei se ne fuge. di certo merita essere stossata: io, e tù n’andaremo giù presto nel tempio d’Esculapio, e quivi condurremo il dio Pluto.
Bl. Hor non tardiamo più, che non venga alcuno, che ciò ne possa vietare.
Ch. Carione, che si porti fuori i letti, che si guidi giù il Pluto, e l’altre cose ch’entro vi sono preparate.
Car. O Vecchij satiati ne le Tesee feste, che trà le vostre pochissime farine sete felici, ò come sete aventurati, et ò voi altri che vi portate da huomini da bene.
Cor. Ch’egli è huomo da bene? parmi che ne porti bona ambasciata.
Car. Il signore è diventato felicissimo, e più il Pluto, che hà asseguito il lume de gli ochij da Esculapio, il figlio d’Apollo.
Cor. Mi dai alegrezza e consolatione.
Car. V’alegrarete volete sì, volete nò.
Cor. I lauderò cantando quelli che hanno i buoni figlij, et Esculapio il gran lume de gli huomini.
Moglie di Cremilo. Che gridor è mai questo? ne dinuntialo qualche bene? questo desidero però. hor aspetterò costui.
Car. Il vino presto presto madonna che anchor tù beverai: e se presto fai, mi dimostri l’amor tuo. et io ti porto buona ambasciata.
Mo. E dove è?
Car. Presto l’intenderai da le mie parole.
Mo. Finiscemi presto quello che vuoi dire.
Car. Adesso ti conterò il tutto da piedi a’l capo.
Mo. Non à fè ne’l capo.
Car. Che vi è di nuovo, se non buone cose?
Mo. Queste non sono gran facende.
Car. Tosto ne siamo andati giù d’al dio, e gli havemo menato il Pluto huomo che era tristissimo: hor adesso egli è divenuto beato, se vi è alcun’altro a’l mondo: l’havemo condotto a’l mare, et ivi l’havemo lavato giù.
Mo. Per Giove ch’ei è felice, s’havete lavato un gelato vecchio ne’l freddo mare.
Car. N’andassimo a’l tempio de’l dio: e quando furono sacrificate à l’altare le schizzate, l’incenso, l’horzo et il resto de sacrificij con la fiamma di Volcano, inchinassimo e ponessimo giù il Pluto ne’l stramazzo. il dovere era, che ogniun gia se havea acconmodato il suo letto.
Mo. Vi erano altri che per qualche male ricercassero il dio?
Car. Un certo Neoclide, qual è cieco, ma ne’l robare supera gli altri che ci vegono, et gli erano molti altri d’ogni generatione ch’eran ammalati. e quando il sacerdote de’l dio, volendo ammorzar il lume, ne dinuntiò l’hora de’l dormire, e disse, se havessimo sentuto strepito alcuno, che dovessimo tacere, tutti secondo il solito si buttassimo giù. I non potea dormire, che una olla di polenta mi scacciò il sonno, posta poco longi da la testa d’una vecchietta: à la qual polenta io da valent’huomo volea dar l’assalto: ma gardatomi dogni intorno vidi il sacerdote che ricoglieva le schizzate, e i fighi secchi da’l sacro altare: et se ne rivolgea à tutti gli altari cercando, se in alcun luogo fusse restata qualche fugazza: finalmente puose ogni cosa ne’l sacco. et io pensata la santità di tal negotio, me ne vado pian piano à l’olla.
Mo. Disgratiato non temevitu il dio?
Car. Per dio ch’io temea il sacerdote che non mi ritrovasse in cerco à l’olla, perche nanzi me l’havea avisato. La vecchietta sentì il strepito ch’io facea, et ella di subito ritirò la mano: et io sibilando come ch’io fusse il serpente Paria, pigliai la polenta e la cominciai à morsicare. un’altra volta costei istrasse la mano, e ne giaceva involtasi chetamente per paura che havea, tirando corezze da lupo. A l’hora mangiai molto di quella polenta, e quando fui ben ripieno, alquanto mi ricreai.
Mo. Il dio non ui andava dianzi à voi?
Car. Nò: ma io feci anchor una cosa da ridere, ch’egli andando inanzi, fortemente i pettegiai: che havea il ventre troppo ingomfio.
Mo. Certo che per questo t’hebero in sospetto.
Car. Nò: ma un certo Iasone che seguiva con noi, divenne rosso, e Panacea rivoltosi indietro, e tenevasi il naso, che à dir il vero, io non cago muschio.
Mo. Egli poi?
Car. Per Giove nanche gli adverti.
Mo. Dici che’l dio è rustico?
Car. Per Giove non io, ma egli mangia merda.
Mo. U povero.
Car. Fatto questo io subito temendo mi coprì, et egli di quà di là, considerava l’infermità, e circuiva tutto il luogo secondo il solito. poi il ministro gli porse un mortariolo di pietra, e un cocchiar con una casselletta.
Mo. Di pietra?
Car. Per Giove non, nanche la casselletta.
Mo. Come gli vedevitu sfazzato, se dici che t’eri coperto?
Car. Da i buchi de la cappa straciata, ch’hà forami per Giove nanche picioli. e pigliò l’empiastro di Neoclide aggiuntili tre capi d’aglio tenero, quali pistò ne’l mortaio entro mettendoli il caggio et una cipolla salvatica e temperando ogni cosa con aceto di Sfettio: poi voltatolo, esso gli empiastrò le palpebre de gli ochij; tal che piu si dolesse. Costui gridando ad alta voce levosi e fugiua via: à cui ridendo disse il dio, sedimi quà empiastrato ch’io te accheterò, quantunque biastemmi.
Mo. Il dio è savio et ama grandemente la cità.
Car. Et egli sedì presso di Plutone: ei pigliatoli il capo, con una binda pura strinseli su le palpebre: e Panacea gli coperse il capo di porpora, e tutto il volto. poi il dio sibilo, quindi doi grossissimi draconi uscirono da’l tempio.
Mo. O dio mio caro.
Car. I quali entrati chetamente sotto la porpora, d’incerco gli leccavano le palpebre, quanto à quello ch’io potea vedere. madonna inanzi che havesti potuto bevere dieci bicchieri di vino, si lievò su il Pluto vedendoli molto bene. et io sbattendo le mani d’alegrezza, eccitai il patrone: il dio incontinente si disparì, et erano i serpenti ne’l tempio, i quali giacendo presso il Pluto (e come pensi?) l’abbrazzavano, e tutta la notte vigilarono, per fin che venne dì. Io lodava il dio assai, che fece che il Pluto presto gli potesse vedere: ma Neoclide piu sacciecò.
Mo. O Rè, ò Signore quanto hai di potenza. e dov’è Pluto?
Car. E venuto à casa, et erali à torno à torno moltitudine assai, che prima era giusta, ma gli mancava il pane: onde l’abbrazzavano e lo pigliavano per la mano di alegrezza e di consolatione: e quelli ch’erano ricchi di facultà che ingiustamente haveano l’entrata, gli rabbassavano le ciglia de gli ochij: e gli altri seguivano dietro pigliandosi diletto, e lodandolo: i vecchij fregando per terra le pianelle ordinatamente lo seguivano, e dicevano tutti ei, ei, saltate, ballate, alegratevi, che niun non ne puo riprendere, che non habiamo farina ne’l sacco.
Mo. Et io per la Luna ti voglio coronare ne l’ordine de biscotti (io te’l prometto) che di ciò mi fai l’ambasciata.
Car. Non mi tardar piu: che gli huomini sono presso à la porta.
Mo. Ecco ch’io n’anderò e porterò le catachismata, cose che si spargono sovra ’l capo de servi di nuovo compri ch’entrano in casa, come che io havesse acquistati gli ochij proprij.
Car. Io gli vò incontro.
Pl. Io adoro il Sole, e ’l Sole de l’honoranda Pallade, e tutto ’l luoco di Cecrope che mi hà ricevuto. e questo era per le proprie mie disgratie, quali sendo io con gli huomini, non sapeva conoscere. I fugea quelli che erano degni de la mia compagnia sapendo io nulla misero me. Però ne questo ne quello facea secondo il devere, ma tutto rivolgea per contrario. Ne l’avvenire mostrerò, ch’io facea bene à i cattivi huomini contra mia voluntade.
Ch. A i corvi. sono mal da intendere quelli, che di subito si dimostrano amici, à cui la và bene. percioche da un canto vi pungono e rompono le gambe, da l’altro però mostrano qualche benevolenza. Hor che non hà ragionato meco? qual compagnia de vecchij non mi hà incoronato ne la congregatione? ò dilettissimi huomini et tù e tù, e tutti alegratevi. Hor sù come è di lege e di costume, ch’io ti sparga su’l capo queste gentilezze come ad un venuto di nuovo.
Pl. Nò. appartien à me se io entro ne la casa tua, non toglier niente, ma portarvi dentro, e riempirla.
Mo. Non ti lascierai sparger il capo?
Pl. Sì, dentro de la casa come si suole: ma fugiremmo volontieri questo carico: che non è il devere d’un precettore gettar fighi secchi ne altre gentilezze à spettatori, et indi moverne poi il riso.
Mo. Dici benissimo. eh questo hospite è lievato suso come per pigliar i sighi.
Car. Come è dolce cosa ò huomini à farla felicemente, e pur quando niente escie fuor di casa. un montone di bene è venuto à casa nostra, e nanche havemo fatto ingiuria à nissuno. pur cosi arricchirsi è una cosa dolce. questa casa è ripiena de le bianche farine: queste botte sono piene di un vermiglio, et il menomo d’ogni nostro vaso è pieno d’oro et d’argento, tal che è maraviglia assai. un pozzo gli è pien d’oglio: questi boccali, questi bussoli sono pieni d’unguentini, e tutto questo tavolato è carico de fighi secchi. ogni vaso d’aceto, ogni secchiello, ogni lavezzo è di metallo. e le scutelle ch’erano sporche e marze, e piatelli da pesce si vegono esser d’argento. questo camino è fatto d’avorio. noi servi giocamo à scudi d’oro. s’assorbimo non più con le pietre, con i sassi, ma homai con panni delicati. Adesso è dentro il signore, è incoronato: et sacrifica un porco, un becco, et un montone. Il fumo mi ha scacciato fuori, che non è possibile a starci, che mi abbrusciava le palpebre de gli ochij.
Huomo giusto. Vien meco ragazzo che n’andiamo a’l dio.
Car. O chi è costui che gli vuole andare?
Giu. Son io un huomo di prima disgratiato: s’è mutata hormai (ma tardi) la mia sorte.
Car. Sei huomo da bene a’l mio parere.
Giu. Sì bene.
Car. Di che hai di bisogno?
Giu. Voglio visitar il dio, che ver me dimostra gran bontade: che io ricevuta da mio padre assai facultà n’ho fatto partecipi i poveri miei amici, ciò imaginatomi dovermi esser utile al viver mio.
Car. La roba te hà prest’abbandonato.
Giu. Presto di certo.
Car. E ti ritrovi adesso povero?
Giu. Sì certamente. Io mi credea, che facendo bene à quelli che n’haveano bisogno, me gli dovesse far amici fideli, e costanti, acioche s’alcuna volta ne’l medesimo io fusse divenuto, che anchor loro potessero dar aiuto à me. elli m’hanno postergato, et non piu paiono che mi conoscano.
Car. Ben sai, che ti dilegiavano.
Giu. E ’l vero. hor ritrovomi tutto perso, non trovandomi in casa pur un sol vasetto.
Car. Allhora andava altrimente.
Giu. Onde mi vengo ad adorar il dio.
Car. Che bisogna à i dei un tal stracio, qual porta questo tuo regazzo?
Giu. Vogliolo dedicar a’l dio.
Car. Sei initiato d’i sacri misterij de’l suo ordine?
Giu. Non. ma io son gielato di freddo per tredici anni.
Car. Tu porti cosi fatte calcie?
Giu. Elle hanno fatto meco l’inverno.
Car. Tu portavi queste cose per offerirle?
Giu. Per Giove sì.
Car. Un dono di certo grato a’l dio.
Si. O povero me e disgratiato in che modo son afflitto. disgratiato me tre volte, quattro, cinque, e dodici, e diece millia. oime, oime. cosi mi guida la fortuna mia.
Car. O Apolline liberator de mali, ò dei cari, che diavolo hà costui?
Si. Non mi corre dietro la disgratia, se ogni cosa di casa m’è andata male, per rispetto di questo idio che (non mancando la giustitia) un’altra fiata divenera cieco?
Giu. Parmi chiaramente conoscere il tutto. è costui qualche huomo infelice, e vedesi essere di cattiva, ò falsa moneta.
Car. Per Giove per far bene, è andato à le forche.
Si. Dove, dove è costui, che solo ne promette di farne ricchi incontinente? certo s’ei rivede un’altra volta molto piu ne offenderà.
Car. Che hà egli offeso in fino à quà?
Si. Me medesimo.
Car. A fede sei ghiotto, e ladro.
Si. Per Giove, che tra voi non ci è nulla di buono, e non mi crederei gia mai altrimente, che voi non haveste rapito la facultà mia.
Car. O Cerere, come è superbo costui che vi è entrato. furfante, calumniatore.
Giu. E chiaro ch’ei muore, e cade di fame.
Si. T’annuncio che fra poco di tempo serai condotto, e legato in mezo a’l foro dove serai constretto confessar ciò che fatto hai.
Car. Tu piagnerai.
Giu. per Giove Salvatore, questo idio è dignissimo di tutti i Greci, che presto hà da punire tutti i sicofanti.
Si. O infelice me, che anchor tu n’hai hauuto parte, e sopra ciò mi dilegi. onde hai ritrovato una cotal veste? non ti vidi io heri con una pertugiata?
Giu. Niente curomi di tè. porto anchor questo annello, che heri comperai da Eudamo per una drachma.
Car. I sicofanti non hanno potenza alcuna ne’l morsicare.
Si. Non è questa ingiuria grande? mi delegiate? nondimeno dir non volete ciò che facete quà, che nulla di bene oprate.
Car. Niente havemo del tuo.
Si. Per Giove cenerete voi del mio.
Giu. Postu crepare con tal testimonio, anchor che di niente ripieno sei.
Si. Ben lo negate, ma dentro vi è ogni cosa. ò sciagurati. ò quanto salume di pesce, ò quanta carne arrostita, hy hy hy hy, hy hy hy hy, hy hy, hy, hy.
Car. Odoritu poveretto, sentitu di ciò che vi è dentro?
Giu. Ei forsi sente il freddo, che è stracioso.
Si. Poss’io dunque tolerar tal ingiuria ò Giove, à dij, che mi vien fatta dogliomi oime, che sendo di megliori, et amatori de la cità, patisco si gravemente.
Giu. Tu amator de la cità, e di migliori?
Si. Sì, piu che altro huomo.
Giu. Hor rispondimi.
Si. Che?
Giu. Sei agricola?
Si. Pensi ch’io sia di tal prezzo?
Giu. Sei mercante?
Si. Simulo ben cosi quando mi piace.
Giu. Che? hai tu arte alcuna?
Si. Non.
Giu. In che modo vivi dunque se nulla fai?
Si. Io procuro le cose publice, e le private anchora.
Giu. Tu? che sai?
Si. Cosi mi piace, e cosi voglio.
Giu. Come sei huomo da bene, ladro, se niente convienti? Vanne che ti fai pigliar odio.
Si. Non mi conviene ch’io faccia bene à la cità mia s’io posso? ò capo girlo.
Giu. Il ben fare adunque è ad esser curioso?
Si. Sì, fare che si servino le legi, e mai non compiacere à colui che pecca.
Giu. Mancano à la cità i giudici, che le commandano?
Si. E che vi è d’accusatori?
Giu. Ogn’un che vuole.
Si. Son io di quelli, à cui vengono le cose de la cità trà le mani.
Giu. Per Giove la cità si ritruova haver un tristo tutore. e se potesti haver quiete non viveresti in otio?
Si. Mi narri la vita d’una bestia, à cui non appare essercitio alcuno che si faccia.
Giu. Non ti muterai d’openione?
Si. Non se mi donasti l’istesso Pluto, et il balsamo di Batto.
Giu. Presto, metti giù la veste.
Car. Dice à te.
Giu. Spogliate.
Car. Dice à te ogni cosa.
Si. che nissun mi venga sotto.
car. Ben sarò io quello.
Si. Povero me, che ogni dì son ispogliato.
Car. Se lavori à gli altri, vuoi venir à mangiar quì?
Si. Non vedi che fai? di ciò vi è il testimonio.
Car. Hai per testimonio addotto colui, che si fuge via.
Si. Ritruovato solo son assaltato. Oime.
Car. Adesso gridi pure.
Si. Oime, oime anchora.
car. Doue è quella cosi istratiata veste, che io son per vestir il sicofanta, e il maldicene? damila.
Giu. Non farò io gia, ch’ella è sagrata a’l Pluto.
Car. E come la dedicherai meglio, che à torno à un fursante? il dever è che si adorni il Pluto di vesti honeste, e belle.
Giu. A che adoperiamo queste calciamenta? dimmi.
Car. Le inchioderò ne la fronte di costui, come ne l’oliva.
Si. Partomi, ch’io son menore di voi: se posso io havere un compagno, et un buon pistolese di legno, hoggi farò che questo idio ne patirà le pene. ei solo distruise il prencipato del popolo, ne sà persuadere ne consilio, ne concilio à citadini, che dia pur alquanto di utile.
Giu. Tu che hai l’armatura mia, corre via a’l bagno, et ivi accommodato il primo riscaldati, che per altro tempo tal stanza et io soleva havere.
Car. Traberalo fuori il stuaro, pigliatolo per i tesitcoli. se lo vede lo conoscerà, che di lui non
potrà haver guadagno. entramo noi ad adorar il Dio.
Vecchia. Siamo voi venute ò cari padri à casa di questo idio nuovo, ò pure di tutto havemo fallito la via?
Ch. Sei à le proprie porte ò giovanetta, che mi dimandi con tal affetto.
V. Deb’io dimandare alcun quà dentro?
Ch. Non, che io adesso ne vengo. hor come lece, dimi per qual causa quì ne sei venuta.
V. Hò patito di crudel cose fratel mio, poi che questo idio ha ricevuta la vista, onde non posso vivere.
Ch. La causa? che sei e tu calunniatrice?
V. Non per Giove.
Ch. Non sei posta ne le sorti tu, che bevevi ne la scrittura.
V. Burlitu di me? misera me che son consumata ne l’amore.
Ch. E non mi dirai che amore?
V. Haveva io un mio amico giovanetto, povero certo, ma di bello aspetto, et era persona pur assai da bene: di costui benissimo mi satisfacea, et ei iscambievolmente di me, quando tra noi uno havea bisogno de l’altro.
Ch. In che egli havea bisogno de l’opra tua?
V. E non tante cose. e mi riveriva molto, onde una fiata gli diedi (poi che me l’hebe dimandate) vinti drachme da farsi una veste, e forsi otto per calciarsi, e da vestir le sorelle, e la madre. diedeli anchor da comperar quattro mozzi di formento.
Ch. Non molto detto hai per Apolline, ma si vede ch’ei t’honorava, et portavati amore.
V. L’amore era semplice e casto. onde dicea che mi richiedeva tal cose, acioche ornatosi de le vesti ch’io gli facea, ogni fiata che le vedeva, s’arricordasse di me.
Ch. Narrimi come quello che ti brammava.
V. Hora ha mutato openione, e pare che mi porti odio. io mandandoli questa piadena con una fugazza, et altre gentilezze, secretamente gli mandai à dire, che in questa sera l’harei visitato.
Ch. Che t’ha egli fatto? dillomi.
V. Mi rimandò egli tai gentilezze, con risposta, che mai piu venirà a me: apresso sprezzandomi, odo che disse, che anchor per tempo assai i Milesij erano galiardi, e potenti.
Ch. chiaro è che amendoi eravate di consentienti costumi. hor che essolui s’arricchito viè piu che prima si ralegra, che alhor era constretto per la bisogna mangiare d’ogni cosa.
V. Per le dee, che ogni dì per inanzi solea venire à la porta mia.
Ch. O superbia grande.
V. Per Giove sì.
Ch. Ei veniva per causa de danari.
V. Per i dei s’egli havesse saputo che pur qualche fiata dal male fussi molestata, mi haveria chiamata con nome di Nitarella e Batiolo, e mi visitava pure solamente per udire la voce mia. era egli tanto desideroso di me.
Ch. Forsi per dimandarti da comparar de le scarpe.
V. Esso tutto un giorno mi battè, che s’accorse, che un dì sendo io in caretta, miravami un bellissimo
giovane. vedi s’ei era zeloso di me.
Ch. Tanto ch’ei mangiaua de’l tuo (a’l mio giudicio) si ralegrava.
V. Dicevami ch’io havea le belle mani.
Ch. Sì quando gli porgevano le vinti dramme.
V. Mi diceva che la testa mia soavemente gli sentiva di buono.
Ch. Ben, se sopra ti spargea il Tasio et il profumo. e meritamente per Giove.
V. Ch’io havea una ciera dolce, bella e delicata.
Ch. Non era ignorante huomo. ben sapea mangiare e dissipare la facultà de la lussuriosa vecchia.
V. Amico caro, di ciò non fà giustamente Giove, che come si dice favoregia à gli ingiuriati.
Ch. Ben, che farà egli? che gli farai, ò che gli farà fatto?
V. Parmi il dovere, che costui havuto da me ne le delicie, si pigli e si constringa à rendermi il beneficio, ò che tutti i beni suoi gli siano confiscati.
Ch. Hor dimmi chi ti donava egli ogni notte?
V. Dicevami che tanto ch’ei vivea, non m’haveria abbandonata giamai.
Ch. A proposito. adesso egli hà per certo, che più tu non vivi.
V. Son io fratello, dileguata di dolore.
Ch. Non: ma sei putrefatta, a’l parer mio.
V. Tu mi traheressi per l’annello.
Ch. Sì, anchor che fusse grande come un cerchio di crivello.
V. Ecco, se ne viene il giovane, di cui ragioniamo. parmi che ne vada ad embriacarsi.
Ch. Vegiolo bene. se ne viene con una corona et una facella.
Gio. A dio.
V. Che dice egli?
Gio. Amica vecchia, tantosto per il cielo sei fatta canuta.
V. Misera me. che ingiuria mi torna fatta?
Ch. Pare ch’ei gia temp’assai, non te habia veduta.
V. Tempo assai? ò poveretto, che heri mi ritruovò.
Ch. Costui fà in contrario à gli altri, che ebriacatosi (come si vede) gli vede più acutamente dogni altro.
V. Deh, che sempre fù di rozzi costumi.
Gio. Nettuno, ò dei, ò quante rughe hà costei ne’l viso.
V. Hà hà. non spinger à me questa facella.
Ch. Dice bene, che s’una scintilla sola la toccherà, tutta divenera abbrusciata, à guisa di ramo d’oliva secchissimo.
Gio. Non vuoi un pochetto scherzar meco? non vuoi giuocare?
v. Che? misero te.
Gio. Piglierai le nuoci.
V. Che dolce giuoco?
Gio. E quanti denti hai in bocca?
Ch. Saperollo anchor io. tre forsi ò quatro a’l più.
Gio. Taci, ch’ella non hà se non un solo massillare.
V. Tu non sei in cervello disgratiato: mi dilegi in tanti huomini.
Gio. O haveremo il bel spasso, se te poni anchor tu à tentarla.
Ch. Non farò io. è adesso fucata ò isbellettata: che se tal fuco si levasse giù, le vederesti le fissure de’l viso.
V. Hai de’l vecchio e de’l matto.
Gio. Egli cerca di tentarti, ma ti tocca poi le mamelle, come che ciò sia nascoso da me.
V. O sei fastidioso. non fa egli per Venere.
Ch. Io divenirei matto per la Luna. Non patisco io che habi tù ò giovane in odio questa tal giovanetta.
Gio. Io di certo le voglio bene.
Ch. Pure t’incolpa e ti danna.
Gio. Che, danna?
Ch. Dice ella, che non hai rispetto à farle onta, o ingiuria. Lamentasi dicendo che le hai mandato à dire, che Milesij anchor son galiardi e potenti.
Gio. Non voglio di costei teco far questione.
Ch. Perche?
Gio. Temo et honoro la etade tua, che un’altro non riverirei. Vanne alegro, vanne abbracia la giovane.
Ch. T’intendo, t’intendo bene, che non giudichi forsi esser degna cosa à starvi seco?
V. Chi ti darà tal libertà?
Gio. Per tal bagassia gia mille e tre mill’anni, non voglio contendere.
Ch. Hor che hai bevuto il vino, dovevi anchor bere la fezza.
Gio. La fezza è marcida homai.
Ch. Non le può rimediare il colatoio?
Gio. Vien dentro piacendoti. vorei io offerir a’l dio queste corone che mi vedi.
V. Et io lo voglio adorar alquanto.
Gio. Io non entrerei dunque.
Ch. Fà buon animo, non temere. gia non ti sforcerà.
Gio. Ben dici, che ad altro tempo io à sufficienza la chiavava, e la fregava bene.
V. Va inanzi, et io ti seguirò.
Ch. O Giove Rè, come se gli attaca questa vecchia, à guisa di ostrea.
Car. Chi batte à la porta? chi è quello? nissun appare: la porta da se medesima fa strepito.
Mer. Carion odi, odi, aspetta.
Car. Chi batti tu cosi forte à la porta?
Mer. Per Giove. mi pensava. hor sei venuto ad aprirmi. corre, dimanda tuo padrone, e la moglie, i figlij, i servi, il cane, e la porca, e viene poi tu istesso.
Car. Dimmi, che ci è?
Mer. O rozzo, vuole Giove, gettatovi tutti voi in un medesimo vaso, mandarvi tutti insieme a’l baratro
de l’inferno.
Car. Se suole tagliar la lingua ad un tal messo, e perche ne dinuntij il mal’anno da lui?
M. Voi havete commesso un grandissimo peccato. poi che Pluto hà gia la vista nessuno sagrifica à noi
dij ne libano, ne lauro, ne fugazze, ne bestie, ne altro niente.
Ca. Per Giove nanche sagrificherà, che nulla havete cura di noi.
Mer. Curomi nulla de gli altri dei, ma son io morto, son io consummato.
Car. Sei in cervello?
M. Suoleva io havere presso le hosterie ogni bene la mattina, fugazze, miele, fighi secchi, e ciò che convienesi à Mercurio circa il mangiare. adesso con un piede su l’altro stomene à l’alta, e muoro di same.
Car. Ebene, che spesso me nocevi, quantunche havesti bene di tal guisa.
Mer. Oime, oime, oime, quelle fugazze ben pistate et impastate che havean intelletto.
Car. Che mi chiami, se non ricerchi la presenza mia?
M. Quelle lonze, con quali io decenava.
Car. Salta quà à lo aere per di sopra le pelli.
M. Le calde trippe, ch’io mangiava.
Car. Parmi ch’el dolore ti volga à le trippe.
M. Oime l’uguale calice con l’altro ugualmente mischiato.
Car. Vuoi tu bere? corri bene, ma non gli poi arrivare.
M. Vuoi tu agiutar un tuo amico?
Car. Sì bene, se hai bisogno de l’officio mio.
M. Dami qualche buon pane, e qualche poco di carne giovenile, che sagrificate voi in casa.
Car. Niente si può portar fuori.
M. Non t’arricordi, che quando tu rubavi qualche piadena à tuo patrone, io sempre ti custodiva, facendoti star segreto?
Car. Sì per haverne parte anchor tù. O ladro, cosi facendo anchor à te veniva pur qualche pane bianco.
M. E tù il magnavi.
Car. Ma tu non havressi participato ugualmente le bastonate meco, quando fuss’io stato ritruovato à fare qualche male.
M. Non t’arricordi quando rubasti la tribu? e ch’io ti conservai? però fami anchor tu questa gratia,
ricevemi homai in casa.
Ca. Lascierai i dei per starne quà?
M. E molto meglio à starci con voi.
Car. Che? il fugire parti civil cosa?
M. Quella è patria, dove si può far bene.
Car. Ben, che utile ne darai à star con noi?
M. Sarò io portinaio.
Car. Portinaio? questo non me manca.
M. Fattore, agente, venditore.
Car. Se ricchi siamo che accade mantinere Mercurio rivenditore.
M. Decettore.
Car. Manco. quì si ricercano semplici costumi.
M. Conduttore, donzello.
Car. Il dio gli vede, homai non bisogna più conduttori.
M. Serò capitano ò soldato, che dici anchora? cosa che torna utile à Pluto, faremo certami, musiche, lotte.
Car. E utile assai haver assai cognomi et arti, che cosi truovasi presto il vivere: e non male giudicano quelli che in molti istromenti si fanno scrivere.
M. Non entro io in questi?
Car. Vatene al pozzo e lava queste budelle. conoscerò ben io ciò che sei da fare.
Sac. Che mi dice chiaramente dove è Chremilo?
Car. Che vuoi huomo da bene?
Sa. Altro non son io che misero et infelice. oime, poiche questo Pluto hà gia la vista, son morto di fame. non hò io che mangiare, io son poi il sacerdote de’l salvatore Giove.
Car. O dio. e come accade questo?
Sa. Niuno più pensa essere degna cosa il sagrificare.
Ca. La causa?
Sa. Homai ogniun è ricco. Quando non ci era facultà veniva un mercante, che da qualche male o fortuna s’era liberato, e sacrificava una vittima. Veniva un’altro che qualche pena scampato havesse, ò qualche giudicio, e facea il simile, ogniun veniva al sacerdote, ogniun donavali qualche presente. Adesso nissun entra n’anche nel tempio, se non vengono à cagarvi et pissarvi, e sono più di diece mila.
Car. Non hai dunque i consueti doni.
Sa. Parmi di lasciare andare in buon’hora il salvatore, et io me ne starò quì.
Car. Sta di buon animo, che se gli piace, vennerà quà l’istesso idio di sua propria volontà.
Sa. Mi annuncij ogni bene.
Car. Poneremo quà (hor aspetta) il Pluto al suo luogo dove prima era, ch’ei servi il postico di Pallade. hora si portino fuori le facelle accese, e pigliatele tù n’anderai inanzi a’l dio.
Sa. Ciò conviensi à fare.
Car. Chi Chiama di fuori il Pluto?
V. E che deb’io fare?
Car. Piglierai le olle, ne le quali affermeremo il dio. e castamente le porterai in capo. ò come sei varia di veste.
V. Perciò son venuta à punto.
Car. Bene le cose ti succederanno: vennerà il giovane in stà sera à visitarti.
V. Se di ciò mi fai sede porterò le olle.
Car. Queste olle si vegono fare il contrario de le altre, le quali hanno la spuma di sopra, e queste hanno di sotto la vecchia, che medesimamente tien il nome con la spuma.
Coro. Non tardiamo piu. hor partiamosi, e seguiamo costor che cantano.