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Lodovico Paterno · Renacimiento

Il palazzo d'amore

italiano

Al bel vago gentil vostro occidente

D’amor l’altero volo, e’l gran desio

Canto, e ’l palazzo suo ricco e lucente,

Dov’un tempo abitar piacque al gran Dio,

Se pur colei, che ’n viva fiamma ardente

Tien dura, come selce, il petto mio,

Non sdegnerà, che con sua grazia io possa

Finir pria, che mi chiuda in poca fossa.

Altri di lui con più purgati inchiostri

Le varie scriva, ed ostinate imprese.

Altri, come domò tiranni e mostri,

Cui far non valse alfin schermi e difese,

Altri com’entro i sotterranei chiostri,

In mezzo’l foco, il gran Plutone accese.

Ed altri come in strane forme e nove

Cangiar fè gli Dei tutti, e ’l padre Giove.

Sovra’l più vago ed odorato mome,

Ch’abbiano i campi Eoi, stavasi Amore:

Quand’al buon Dio, che con la chiara fronte

Rende a tutte le cose il suo colore,

Disse, o tu, ch’ogni terra, ogni orizzonte

Empi, o sol, di sovrano almo splendore

Dimmi per cortesia, trovasti al mondo

Luogo più bel di questo, o più giocondo?

È lucente e gentil, Febo rispose,

Questo ed assai leggiadro, ed assai bello.

Ma pur in altri meraviglie ascose

Veder potresti in questo clima e ’n quello:

E sappi pur ch’ove a Sebeto impose

Natura entrare in tempestoso avello,

Giace una dilettosa ampia campagna,

Ch’ei con la felice urna impingua e bagna,

Questa non teme il variar de l’anno,

Nè del mio grave carro il foco interno:

Nè vienle, com’a l’altre oltraggio e danno

Da la superbia de l’orribil verno,

Qui smeraldi e zaffiri, e rubin’hanno

Vivo in su la verd’erba il pregio eterno,

Qui vaghi uccelli fan di notte e giorno

Gli arboscei dolce risonar d’intorno.

Sua sede ha Dio sovra quest’aria posto,

Ed indi move, e tempra l’universo;

E qui tanto da lui, tanto è riposto,

Quanto non può capir prosa nè verso,

Ed io, quando mai fia, meco ho proposto

Starvi suggendo ogni pensier avverso,

Qui tacque, e de destrieri accolse il freno,

E sparve, come suol larva e baleno.

Restonne il fanciulletto acceso in modo

Per le parole, che quel Dio gli disse,

Che ritrovar non sa requie nè modo,

Così nel suo desir le voglie ha fisse,

Sì che d’andarvi con acuto chiodo

Entro ’l suo petto, il tempo e ’l di prefisse

Che già venuto, e da la madre tolta

Licenza, a l’ale sue tosto si volta.

E quattro, e cinque volte in aria spinta

Lieve da terra, i vanni stende al dritto

Di meraviglia e tenta assai dipinto

Su per la negra arena de l’Egitto.

Ove di Menfi il prisco onore estinto

Vide, e ’l miracol suo dal tempo afflitto.

Poi lasciò la città, che ’l nome tolse

Dal magno Greco, e gli occhi a Rodi volse.

E quella pur lasciata affrettò ’l corso

In ver l’isola altera, ove’l gran figlio

Nacque del buon Saturno, e non fu morso

Dal dente, ed uscì fuor d’ogni periglio.

E poi per l’altra in un momento scorso

Che de l’Italia ha solitario esiglio,

L’ale rivolse da la man finestra

E giunse nel Tirren per la via destra.

Così di capre intorno va mirando

L’alta irsuta montagna, e ’l lito ameno,

Dolce recesso di Tiberio, quando

Avea posto a nemici il duro freno,

E Sarno vede ancor non molto errando

Gelido entrar de le quet’onde in seno,

E con grande umiltà render il muto

Sebeto, a la fals’onda il suo tributo.

Qui far Vesevo a le sue chiome calde

Pargli corona di fumoso vento:

E quinci e quindi per le ricche falde

Mover Sileno a passo infermo e lento.

Alfin le dritte sue veloci e falde

Penne, piegando ad alte cose intento

Cader si lascia in sen del bel paese,

Di cui vedere alto desio l’accese.

E con molt’agio il mira, e rivagheggia,

E sempre il ten più lieto e più gentile,

E fra se dice: qui sarà mia reggia,

Che l’oriente è troppo inculto, e vile.

Così mentre godendo il pargoleggia,

Mira florido errar tra l’erbe aprile,

Che celeste piacer da gli occhi sui

Prima porge a se stesso, e poscia altrui.

Qui, come Dio, che con un cenno aduna

Quant’ei vuole, e comanda immantinente.

Un palagio real, che vinca ognuna

Opra, non mai più vista in fra la gente

Fè sorger pria, che l’aria cieca e bruna

Uscisse fuor de’ liti d’occidente:

A lato a cui sarian, qual rame ad oro,

L’alte case di Xerse, o Dario o Poro.

De le più ricche gemme, ch’a noi scopra

L’Arabo, o l’Etiopo, o l’Indo errante,

La porta era vestita, e ferma sopra

Quattro, e quattro colonne di diamante.

Ne le cui sponde ergeasi con bell’opra

Bronzo, ed avea di donna alto sembiante,

Al cui primo apparir ne gli occhi accolto,

Dimostrava spirar, mover il volto.

Gli archi di bel musaico, e le sue logge

Superbe, e i palchi affisi a Parii marmi,

Difendean da l’arsura e da le pioggie

Quei, ch’in mano d’amor rese avean l’armi.

E perch’alto e superbo il loco pogge

Crescea, che degno di miracol parmi,

Una sala, cui sopra era un bel cielo,

Qual e ’l vero, v’appar senz’ombra o velo.

Dentro e di fuor tutto fregiato e carco

Avea d’or fino il muro, e di giacinti.

Nel mezzo un Ercol poi tenea l’incarco

Sugli omeri non mai stanchi nè vinti

E da l’un lato a l’altro il celeste arco

Mille e mille color s’avea dipinti,

Col frate di Giunon, da la cui mano

Saetta uscir parea giù di Vulcano.

Nel cerchio obliquo, ove del dì la luce

Rota, vedeasi, insculto il gran Centauro,

Col discreto animal, che seco adduce

Dolce amata stagione, e tempo d’auro.

Nè Castor vi mancava, nè Polluce

Congiunti, nè chi ’nfiamma il popol Mauro,

Quando col fiero cane, innanzi a libra,

I più cocenti fuochi in terra vibra.

La ben capace, e ricca sala, intorno

Di statue d’or perfettamente belle,

Piena era tutta, che vergogna e scorno

Facean al torchio de l’ardenti stelle.

Le quai sovr’altre, che più vago e adorno

Rendean quel luogo, avean nel lembo quelle

Lode intagliate, che si sparser fuori

Per l’onorate penne de’ migliori.

D’alto sangue real di somma altezza

(Qui Maria d’Aragona, e d’onestate

Sorgea la prima e di maggior bellezza

Fra quante mai ne furo in altra etate.

De’ duo, che di tenerla ebber vaghezza

Sovra le spalle a tanto incarco nate.

I nomi eran descritti in larga nota,

Pria Ferrante Carafa, e poscia il Rota.

Gioanna d’Aragona era dappresso,

Tempio d’ogni virtù sacro ed intero.

A questa rari doni ha ’l ciel concesso

Donna immortal, dignissima d’impero;

A costei un Maron fu già promesso

Dal primo dì, che nacque, ed un Omero.

De’ quai potean vedersi i nomi belli

Angelo di Costanzo, e ’l suo Ruscelli.

Gironima Colonna era la terza,

Figlia del grande Ascanio, e dopo questa

Quella seguia, che da mattino a terza

A nona, a vespro i chiari ingegni desta

D’Aragona Isabella, e seco scherza

Amor nè grazia alcuna a dietro resta

Minturno, e Tasso eran de l’una carchi

E de l’altra il Tansillo e ’l dotto Varchi.

Ecco Leonora poi Sanseverina,

O chi verrà, che que’ begli occhi appieno

Possa lodare, ove suoi strali affina

Amor, per impiagarne a mille il seno.

Di costei canta Laura Terracina,

E pon cantando a l’aura a l’onda il freno:

E un Caracciol con lei, spirto divino

Giulio Cesar, cui tanto onoro, e ’nchino.

Non men chiara, e leggiadra un’altra appare,

Mostra lo scritto fuor, Giulia Gonzaga,

Che de la notte a voglia sua può fare

Il chiaro giorno, od ella bianca e vaga,

I duo, che dottamente a lui cantare

Volser del lume, ch’ogni sdegno appaga

Si leggeano in un verso a paro a paro

Francesco Maria Molza, Annibal caro.

Nata da quel medesmo sangue ancora,

E d’onesta vaghezza non minore

Ippolita apparea, ch’i campi infiora

Il verno, e ne’ begli occhi ha sempre amore,

Nè degli omeri d’uno, o duo s’onora;

Ma da molti s’alzava il suo valore,

Da molti dico, a l’età nostra antichi,

Amalthei, Capilupi, e Gradenichi.

Ne l’altra, o perch’i’ tanto ardisco, e voglio

Stringer chiara bellezza in fosche rime?

Con men dura fatica, in duro scoglio

Gnidia, con debil piombo ancor s’imprime

Vedeasi scritto. È Martia Bentivoglio

Che per un, che ne scrisse è tra le prime,

Per un, che tanto il secol nostro onora,

Adriano Guglielmo Spatafora.

Di quelle due vittorie, che si stanno

Così propinque, d’or l’intaglio dice,

È Vittoria Colonna, ch’alto inganno

A la morte farà sola Fenice.

È Vittoria Capana, a cui far danno

Grave non potrà mai tempo infelice.

Ed è ben dritto poich’han guance e chiome

Di beltà pari, abbian di pari il nome.

I primi duo, che con sì caldi petti

Portan la sua da l’uno a l’altro polo;

Termini di cognome ambi son detti,

Berardino, ed Antonio, ch’io ben colo.

I duo secondi, ch’i medesmi effetti

Speran de l’altra (o glorioso volo)

Duo Gianvincenzi son, l’uno Belprato

L’altro Vigliera, anch’ei da Febo amato.

Di sembiante real seguia la santa,

Cangiato il proprio nome in Amarilli,

Vince costei quante aver mai si vanta

Il bosco, si leggeva, e Nisa e Filli.

Con la fronte costei lega, ed incanta,

Più che non fan di sera accolti villi.

Così di chi l’ergea di terra in alto

Dicea l’intaglio: È Don Gaspar Toralto.

Ecco qui le tre grazie, ecco le belle

Di Marcellon Caracciolo alme figlie,

Che ’l mondo insomma aggiunge a lato a quelle

Ricche, e famose sue gran meraviglie.

Ma con le due, qual Hespro infra le stelle

Parea Vittoria; o madri di famiglie

Alte, i gran vostri appoggi, è ben ragione

Che Sansovino sien Franco e Serone.

L’ultima avea sul risplendente lembo

Invece del suo nome, così scritto:

Questa era degna, che di lei sol Bembo

Avesse, o d’altra men cantato e ditto,

Il nome ancor di chi piegato il grembo

Avea, per porla sovra ’l lato dritto

Era occulto; nè so per qual rispetto

Restasse il bel lavor manco e imperfetto.

Dentro al ricco palazzo amor si vide

Starsi gran tempo assai pago e sicuro.

Finchè di Soliman le genti infide

Poser il giogo ai Sorrentin sì duro.

Allor chi noi da noi spesso divide,

Timido sen fuggì per l’acre oscuro.

E lui drizzato a la sua prima culla,

Repente il tutto si risolse in nulla.

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Lodovico Paterno
Título
Il palazzo d'amore
Lengua
italiano
Época
Renacimiento
Sala
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Lodovico Paterno, «Il palazzo d'amore», Poetósfera, poetosfera.com/p/ws-it-il-palazzo-d-amore--lodovico-paterno-7240d7.html

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