Sorgea già l’Alba e asperso
Di grave umido nembo,
Io mi giacea sommerso
A dolce sonno in grembo,
Quando cinta di larve
Donna orribil m’apparve.
A lo squallor mortale
A gli atti, a l’armi, a l’ale
La conobbi, e gridai:
Ahimè che sarà mai?
Chi fia che mi conforte?
Questa, questa è la Morte.
Ella in me il guardo affisse,
Indi afferrommi e disse:
O là segui i miei passi,
E giù per tetri e bassi
Sentieri il cammin torse.
Io la seguo d’appresso,
Qual uom, che di sè in forse
Sembra fuor di se stesso.
In quel cupo viaggio
Mai non apparve un raggio
Di chiara amica luce:
Se non che ad ora ad ora
Da quegli orrori fuora
Sulfureo lampo uscia
Più a funestar la via.
Dopo cammin sì cieco
Giunti dove ampio speco
Un doppio ordine intorno
D’archi e colonne avea;
A me volta la rea
Fronte gridò colei:
Ne la mia Reggia or sei.
Giro intorno lo sguardo;
Quant’io rimiro, il tutto
Spira terrore e lutto
Pallido lume e tardo,
Che balena da lunge,
Non toglie no, ma aggiunge,
Non scema ivi, ma accresce
A l’ombre il fosco, ed esce
Da quel tetro fulgore
Più che conforto, orrore.
Quando a me d’improvviso
S’offre più fiero oggetto:
Veggio funesto ed atro
Tosto aprirsi un Teatro;
Fiera scena ravviso.
Lasso! a l’orrendo aspetto
Quanto mal mi sostenni!
Non so dir qual divenni
Ne gli atti, e nel sembiante
Tutto di stragi, ohimè! lordo e fumante.
Di sangue è il trono, ove la rea si affide:
A lui d’intorno appese stanno, oh quante
In trofei raggruppate arme omicide.
L’alato veglio al nero foglio innante
Con polve entro un cristal l’ore divide:
Qua rotti scettri, e là corone infrante
Stanno a’ suoi piedi. Ei tutto guarda e ride.
L’occhiura Dea sopra cent’urne e cento
Oppressa siede di mort’al cordoglio,
Or, più ch’applausi, atta a svegliar spavento
Appiè di questo inesorabil soglio
Venga il mortale, e a insuperbire intento
Serbi se puole, il folle umano orgoglio.
Non paventare; io voglio,
Quell’empia a dir riprese,
Che tu veggia di queste
Cose ancor più funeste
Tutte tune mie imprese,
Vedi quest’urne tutte,
Cui denso fumo involve?
Ivi il cener si serra
De le città distrutte
Sì chiare in pace e in guerra;
Là dentro è poca polve
Troja, Tebe, Micene,
Sparta, Cartago, Atene,
Mira a destra que’ marmi:
Colà chiuso sen giace
Ettore, Ulisse, Achille,
Enea, Paride, Ajace,
E ben mill’altri è mille
Su l’Eufrate, e sul Tebro
Sì gloriosi in armi.
A lor giacciono a canto
Pantasilea, Camilla,
Angelica, Clorinda,
Climene, Erminia, Olinda,
E ben cent’altre Donne
Più assai, che fra le gonne
Fra l’armi illustri tanto.
Quetta tomba è di voi,
Armoniosi Eroi;
Di voi, di voi, Poeti,
Che con destrieri alati
Ite sovra i pianeti
A ragionar co i Fati;
Di voi, Poeti, a cui
Nume s’aggira in mente,
E in cor spirto possente
A tor da morte altrui.
Di voi, a cui la bella
Eternitade è ancella.
In questo posar deve
Chi vive in Pindo, e in questa
(Ahi novella funesta!)
Te pur aspetta in breve.
Quest’altra ella è di tanti
Sì forsennati amanti,
Che su gli altar di Gnido
Invan spargendo voti
Vittime e Sacerdoti
Si svenano a Cupido;
Quell’avello sì vasto,
Quello con egual fasto
E da i Troni, e da i solchi
Regi accoglie e bifolchi.
Quello... ma a che mostrarte
Mai tutti ad uno ad uno
I trofei, che qui aduno?
In più remota parte
Vieni, e da un solo impara
Il valor di mia possa.
In così dir pensosa,
Nè più, qual pria fastosa,
Chi ’l crederia? spargea
Qualche lacrima amara.
Era, o d’esser parea
Da duol, da pietà mossa;
Forse bramava ancora
Vane rendere allora
Le sue gran prove estreme.
Terror spirando, e maestade insieme
S’innalza un’urna, e in lungo vel si chiude.
La bionda età sopra vi piange, e geme
Da questo lato Amor, da quel Virtude.
Quinci Beltà, che di splendore ignude
Mira sue glorie, e nuovi danni teme;
Quindi il gran Po, ch’alto squallor le crude
Doglie palesa, che nel core ei preme.
La Morte anch’essa in mezzo a lor v’è scolta.
E co la destra, onde cittadi ha dome,
Regge immagin di Donna al ciel rivolta.
Co l’altra poi l’urna additando, oh come,
Par che dica, gran Donna è qui sepolta,
Ma umil non osa di ridirne il nome.
Al sembiante, a le chiome
Io ravvisai l’immago:
Ella dissi, è di Lei,
Che col volo sì vago
Per le vie de gli Dei
Giù venne a empier di sagge
Belle glorie gioconde
Ambe l’Esperie piagge,
Ambe del Po le sponde.
Di lei nata d’un sangue,
Che co l’età non langue
Per cento Itali Eroi
Chiaro, e per cento Iberi,
Noti a i Mauri, e a gli Eoi
Pe’ loro fregi alteri.
Sublime eccelsa Donna
Ristretta in mortal gonna,
Racchiusa in fragil chiostro
Di virtù, di beltade,
Di valor, d’onestade
E centro, e Reggia, e Tempio;
Onor del secol nostro,
E del futuro esempio.
Illustre Donna eletta,
Che da Imeneo fu stretta
A saggio almo consorte,
Almo, e saggio, poc’anzi
Sì ne l’augusta corte,
Ove al gran soglio innanzi
Per lui tant’alto ascese
La maestà Farnese:
Figlio a l’Eroe, che a stuolo
I più sublimi e gravi
Pregi de’ suoi grand’Avi
Vanta tutti in se solo.
Germano a Lui, ch’or regge
In forma alma e divina
Sul Taro inclito Gregge:
Ma cui la Fè destina
Nel gran regno di Piero
Un più sublime impero.
Deh! perch’ei mai non tolle
In man l’aurata cetra?
Deh! perchè mai non sciolse
Il suo bel canto a l’Etra?
Forse il colpo sì reo....
Ei più felice Orfeo
Forse pria, ch’ella fosse....
Ah che la Morte... o Dio!
Qui un gran sospir m’uscio,
Che dal sonno mi scosse;
Io gli occhi apersi e vidi
Tutto già adulto il giorno
Indorar d’ogn’intorno
Valli, Montagne, e Lidi.