CADA PIEZA VIVE EN UNA DIRECCIÓN · NADA VIVE EN UNA SOLA SALA  

PoetósferaLa BibliotecaGiovanni Rosati

Giovanni Rosati · Modernismo

Il Fisiofilo

italiano

Me di fama non vago alti palagi

Che invidia il vulgo, d’ostro e d’ôr lucenti

Di prenci albergo e di mordaci cure,

Non allettino: addio, cittadi; io lunge

Vivrò dal vostro strepito in solinghi

Luoghi sotteso umil tugurio, ostello

Da procelle sicuro, ove allo sguardo

Senza tumulto alcun queto e tranquillo

Le meraviglie sue m’offra natura.

Ecco già riede la stagion de’ fiori,.mw-parser-output .numeroriga{float:right;color:var(--color-subtle,#666);font-size:70%;user-select:none}10

E all’aleggiar di zefiro le fronde

Scherzano tremolando ai rami intorno.

Deh! che turbi non sia miei dolci sonni

Col suo rauco fragor stridulo ordigno

Astretto ad indicar l’ore notturne.

Sazio l’albor mi desti per lo fesso

Del finestrin furtivo entro meando

Poichè sgombrata abbia dal ciel la notte.

Le orecchie ancor mi vegna ricreando

Degli augelli il garrir che per le folte20

Cime l’astro salutano che nasce,

Finchè i lumi guizzanti a poco a poco

Lasci il sonno, e il vigor torni alle vene.

O madre del creato alma natura,

Quanta i sensi dolcezza e il cor mi molce

Quando te miro al ritornar del giorno!

Certo d’esto più bello non sorrise

Quel vago dì, che l’alma luce al mondo

In pria rifulse, e di fioriti prati

Sparse e di boschi e verdeggianti erbette30

Il suol novello; tale era la vita

Pura e tranquilla dell’antico Padre

Onde fu l’uman genere, cui fea

Pago il cenno di Dio e i don terrestri.

Fuor dell’adriaco mar pel roggio calle,

Sovra cocchio da ignivomi cavalli

Tratto già monta il sol, quinci di vari

Mille color si pingono le cose;

E per l’immenso pelago le azzurre

Vie rischiararsi d’ogni lato è bello40

Vedere, e tutta tremolar ai rai

E brillar l’onda. Quì dove vestite

D’erbe le valli giacciono, spaziosi

Stendonsi a destra ed a sinistra i campi

I quai traversa il fiumicel che in bianca

Ghiaia si frange, e a cui d’intorno spiega

La non mai stanca rondinella il volo.

E dove amene sorgono colline

Quì boschi vedi e folte macchie, e in mezzo

Di tigli e querce nereggiar cipressi50

Tra il verde, e rare biancicar le case,

Sol d’arte fregio alla natura. Ovunque

Io mi diletti o dei boschetti al rezzo,

O pei prati novei mover le piante

Io mi sollazzo ovunque. Ecco già guizza

Fuor dell’ombrosa amata siepe il nero

Merlo squittendo; il rampicante picchio

Variopinto a covar l’alber pertugia

Ed il giallo rigogolo ne’ rami

D’elce sospende de’ figliuoi la cuna.60

Nè mai si stanca per la densa ombria

Di garrir la vocale capinera;

Ma il soavo usignuol che mai non serba

Una legge in cantar, re de’ pennuti

Via più che gli altri fa echeggiar lo selve.

Quante delizie quanti offre diletti

Negli animai domestici natura!

Ecco la chioccia provvida ch’uscita

Testè del chiuso il pigolanto branco

Mena fuor de’ pulcini, ed a diletto70

Erra crocciando per li campi, ed ove

Infra la paglia o nella pula in chicchi

Di gran s’avvegna, con più acuto grido

I figli appella razzolando, ond’elli

Traggono frettolosi a quei d’intorno

Graditi semi e cerca ognun suo pasto

Per lo sollo terren menando il piede,

Avidamente empiendo il voto gozzo.

Quale da lungi ahimè! lagno improvviso

Le orecchie mi percuote, e da cotanta80

Letizia mi disvia l’alma raccolta?

Ecco traendo il lento piè, spossato

E ignaro della via t’offri al mio sguardo

Pulcin novello ed ultimo dei nati

Della madre delizia, a lei fra tutti

Più caro, che di lei smarrito in traccia

Mentre incauto t’affidi al campo aprico,

Più la madre non vedi, cui nascose

Già oltre in suo cammin siepe frondosa.

Ma non si tosto ella ode i tuoi lamenti,90

Parle veder l’immagine del nibbio,

E in aspro suon la voce più levando

Tutt’arruffata riede in tuo soccorso

Forte temendo per sì cara vita.

Del alcun non mi consigli al derelitto

Porgere aita, che dal curvo rostro

Nullo schermo s’avria la mano e il viso.

L’ira appieno non muor mentre del figlio

Ricuperato si rallegra, e gli altri

A sè chiamando tutti li raccoglie100

Sotto l’ali materne, e con le piume

Li riscalda del sen; volonterosi

S’acquattan tutti, chè proteso il gozzo

Lor troppo è grato il placido riposo;

Fan cenno intanto con leggier pispiglio

Quai sensi il core beino di figli

Sotto la madre. Ed ecco a poco a poco

Dal materno calor prender vigore

Le tenerelle membra: o dolce vista!

Qual di flavo color mostra desio110

Di spirar l’aura e di mirar la luce,

Ed infra la materna ala e la costa

Fa capolino: qual co’ piè s’aita

E con le alucce e ardito un salto spicca

Sul dosso della madre; e qual chiazzato

S’inerpica pel collo e va superbo

Di farsi al piè del vertice sgabello.

Nè diletto minor porgon gli adulti

Capricciosi in lor gare: ecco che a fronte,

O amor li punga, o della cresta orgoglio,120

Co’ curvi colli e minacciosi rostri

Sta l’un dell’altro, del rival spiando

E sensi o moto: a più a più rosseggia

Il guardo e più s’accende in foco d’ira,

Ve’ quinci e quindi balenar le teste:

L’un sul capo dell’altro ergesi altero

A dar principio all’accanita zuffa.

Ratto questi del rostro un fiero colpo

Meditato già salta, e l’altro schiva

Con celer moto l’aggressore, insieme130

Nel montar su, insieme ancor nel calo.

Riedono alla tenzon, cresce il furore

E d’acre bile più s’infiamma il petto.

Quand’ecco il primo all’inimico addosso

Disperato si spicca e un picchio assesta

Feroce sì che alfin la cresta afferra

E’l dimena gemente e lo trascina

Nè avvien che il lasci se pagato il fio

Pria non abbia col sangue: il vincitore

Ne va superbo, e aperto al canto il largo140

Varco, chicchirichì tre fiate grida,

E tante il suol, bassando l’ali, spazza.

Ma contento miglior maggior sollazzo

Nell’umil tetto si nasconde: arredi

Quì vili e scarsi, ma candor d’affetti

E pudici costumi, antica fede

E s’ha Religion qual merta onore.

Là ’ve d’un colle il facile pendio

Giace, d’un orticel confine al margo

Squallido antico affumicato siede150

Un casolar su cui suoi larghi rami

Frondoso spande un tiglio: in quel che il campo

Il bifolco ad aprir suda, e la nuora

Fuori le pecorelle a pascer caccia,

Soletta a guardia della casa stassi

La vecchieralla, sperta a fuoco lento

Di cuocere i legumi, e con le braccia

Già tremolanti dondolar la culla

Ricantando la nanna, onde al bambino

Il sonno si concili. Or mentre ch’ella160

È tutta i cibi ad allestir intenta

Per chi fatica e stuzzica le brace

E dal piccol paíuol toglie la schiuma;

Ve’ la gattina che spoppata appena

Balda di giovinezza, erta la coda

Lietissima saltella baloccandosi

A un gomitolo intorno, il qual co’ piedi

Volve e rivolve, ed anco in alto il balza,

E mollemente ripiegando in arco

La schiena co’ zampin, gira e rigira170

Qual pinto da flagel paleo rotante.

Supina gode or palleggiarlo, come

Tra branche avesse topolin mal vivo

Cui tra poco a ghermir paterno istinto

Della tacita notte in fra gli agguati

Le apprenderà coll’uncinato piede

Desïato bottino; e denti ed unghie

Così addestrando. Che se errar fra ’l pelo

Senti la pulce che le addenta i fianchi,

Ponsi a seder di botto, e senza posa180

Tenta col ceffo e gratta coll’artiglio

Se dal seno scovar possa il molesto

Nemico. Intanto co’ trastulli suoi,

La richiama il micino emul fratello:

Frode ella simulando in pria con lento

Moto s’avanza quattamente, scagliasi

Poi sopra lui ratto ch’ei vien da presso

Qual folgore, e de’ piè fra lor conserti

Naspo fanno e viluppo; un brulichio

Per l’aura fa lo spesseggiar de’ colpi.190

Tregua alla giostra: di lasciare il campo

Venuto è il tempo, ed eccoli repente

Salti spiccando con arcato dosso

L’uno e l’altra sgusciar per via diversa,

E di corsa aggrapparsi a quelle imposte

A cui prima s’avvengono; dell’unghie

S’ode lo sgretolar: ma se fancello

Per caso appaia con in man la ferza

Di lancio si dileguano, le busse

Temendo, e sotto l’ombra a ricovrarsi200

Corron d’un letto, donde dalle nari

Spiran minacce e fan degli occhi lampa.

Dell’orto intanto dai sentieri erbosi,

Ovver de’ tetti il culmine lasciando,

Riede la madre a passo lento, e appena

Appar dell’uscio sulla soglia e miagola,

Traggono i figli al noto suon di sotto

Al covile, e saltellano d’intorno

Alle mammelle, e mentre l’un le afferra

La coda co’ zampin, l’altra s’atterga210

Alle vellose coste: ella de’ suoi

Tenera non li sdegna e con la lingua

Li vien forbendo e careggiando insienie.

Lei frattanto rimira antiveggente

La vecchierella che alla rocca presso

Al vieto focolar tragge la chioma,

Posata il piò lambirsi il muso e gli occhi

Lisciarsi; a certi segni indi argomenta

O i dì piovosi o il ciel seren: se forbe

Il piè le gote dalla fronte ai baffi,220

Nitidi giorni e senza un nugol l’etra

N’è lecito sperar, ma se trascenda

Tai termini e alla nuca alto trascorre

Le cave orecchie comprimendo, allora

Vedrai per tutto infuriar procelle

E cadere dal ciel l’acqua a bigonce.

Degli altri che dirò lieti spettacoli

Che mi restano a dir? quando all’occaso

Diretro alla collina il sol dichina

E su l’occidue piagge i ranci spande230

Purpurei rai? Già di lontan gli agnelli

Ver la casa approcciar senton le madri

Turgide le mammelle, e dall’ovile

Tentan di sprigionarsi; la campagna

Di belati risuona: alfin dischiusi

Corron precipitosi ognun la propria

Madre cercando, e cupido alla dolce

Poppa s’apprende. Il can bau bau latrando

Saltellon fassi a’ suoi padroni incontro

Cenni facendo del gioir la coda.240

Già deposto dal collo il giogo, e stanchi

Al presepe tornar vedi i giovenchi.

Già reduci il marito e la consorte

La casipola accoglie, i quai la suocera

Saluta in lieti accenti: indi sul desco

Pon verzotti e fagiuol lessi, e d’agnello

Un capo arrosto cui savore intorno

Fa sbricciolato pan con ramerino.

Ma più vigile cura in petto siede

Alla madre: ella memore del bimbo250

Sua delizia ed amor vola alla culla

A disbramarsi nel desiato aspetto.

Il bambol biondo e ricciutello al riso

Affigura la madre, e le manine

Ver lei levate gongola d’andarle

Infra le braccia, e co’ suggenti labbri

Dalla gradita poppa avido pende,

E mille e mille s’ha baci e carezze.

Siedono a desco; nè l’amato pegno

Ella depon sollecita dal petto260

E si compiace a capo chin le guance

Vermiglie vagleggiarne ei vivi occhietti,

E in ridente mostrarlo atto soave

Al tenero marito; a quel sorriso

Il sorrider del padre e della madre

E il sorrider dell’avola risponde.

Veramente felici! a quella vista

Io non batto palpebra: incolto o quasi

Il semplice costume, il maritale

Verace amor, che più? l'aspetto istesso270

Che la pura rivela alma tranquilla

Mi rapiscono i sensi. Io lieto, io pago

Grido: con tai costumi il secol d'oro

Tornerebbe per fermo e l'aurea pace;

E senza gloria tu borusso Fabbro

Correresti a serrar le tue fucine

Di stragi e morte apportatrici al mondo.

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Autor
Giovanni Rosati
Título
Il Fisiofilo
Lengua
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