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Pietro Aretino · Renacimiento

Il divino Pietro Aretino a lo Imperadore ne la morte del Duca d'Urbino

italiano

Cesar Sacro egli è morto il Duca fido

Del qual il pregio, e ’l grado del honore

In eterno vivra nel comun grido,

E benche non convenga à real core

Ne gli irremediabili accidenti

Di rivolger la mente nel dolore,

Saria bel vanto il mostrare à le genti

Con l’oscuro del habito, è col pianto

Come vi dolgon gli huomini eccellenti,

Il vestire per lui, lugubre manto,

E ’l lagrimar di lui, che n’è pur degnio,

Al mondo vi faria grato altretanto,

Ch’oltre ch’egli era di Marte l’ingegnio,

De la militia sua gli occhi, è le braccia,

De l’armi, è de gli esserciti sostegnio,

Oltre che raro è quel, che dica, è faccia

Cio che dire, è far diesi, onde risponda

La mano al piede, è l’animo a la faccia.

Fede non fu giamai tanto profonda,

Ne valor, che spiegato habbia piu l’ale

A la steril fortuna, à la seconda.

Divin consiglio, è fortezza fatale,

Maniere tolte à le virtu superne

In servigio di voi lo fecer tale.

Non si accendono in Ciel tante lucerne,

Quante opre degnie di statua, & d’historia

Nota il secol di lui con lodi eterne.

L’alto intelletto de la gran memoria

Solo ha discorsa, antevista, è compresa

L’arte del cui sudor nacque la gloria.

Anima non fu mai cotanto accesa

Di zelo militar, di vigor puro,

Ne piu spregiante ogni tremenda impresa.

A le difficultade ei ruppe il duro,

Sempre facendo in parole, è in effetti

Il dubio chiaro, e'l periglio sicuro.

Per intender de Pallade i concetti

Con gravi discorsi, è pensier alti

D'intrepida prontezza armava i petti

Schifo il repentino de gli assalti,

Prese il fugace de le occasioni,

Et lento passi de i nemici salti.

De le vittorie intese le cagioni,

Sostenne il si, die preminenza al vero

E crebbe ne la guerra arti, è ragioni

Mostrò in fronte il candor del sincero,

Fu ne i conflitti, ù l'ordin si disgiugnie

Hora Duce, hor Pedone, hor Cavalliero

Vide come la sorte ne le pugnie

Diriza il ferro, è colpi, è la virtute

Reggie l'animo, è il core, è in un gli giugnie.

Con le scienze de le cose sute,

Che la memoria gli tenne guardare,

Haveva le future prevedute.

Deliberò ne la necessitate

Tutta via essegui cio che propose

O con l'essempio, ò con l'autoritate.

Fu leva à le facende bellicose,

Fu polso de le subite occorrenze,

Fu nervo à l'opportuno de le cose.

Egli era il corpo de le esperienze,

Egli era i membri de gli stratagemi

Egli era fiato, è Dio de le avertenze.

Seppe il terror fuggir de i casi estremi,

E le seditioni enfiate, è dure

Estinte con la spada, è co i proemi.

De i paesi conobbe le nature,

E da se con prestezza ogni hor rimosse

L'insidie, gli aversari, è le paure.

Mai horror di pericol non lo scosse,

Mai temenza inimica non retenne,

Ne indarno mai pur una squadra mosse.

La fatica il digiun fermo si stenne,

La notte gli fu dì, letto il terreno,

O vinse altrui, o d'altri il vincer tenne.

Pose à l desir religioso freno,

A i nimici apparì sempre audace,

E sempre à i suoi d'ogni clementia pieno

Tempesta, è calma di guerra, è di pace

Veramente puote chiamarsi Urbino,

Espirto illustre del tutto capace,

Ei seppe i campi mettere in camino,

Seppe fargli pugnar, seppe alloggiarli,

E seppe vincer gli huomini, e'l destino,

Tal che Italia dovrebbe consacrarli

In questo, & in quel luogo altari, è tempi

E Mete, & archi, è colonne drizzarli.

Fati rei, sorti inique, & influssi empi

Gran carco fate à la bonta de i Cieli

Dando di voi si scelerati essempi.

Dovria salvarsi da gli ultimi gieli

Un Francesco Maria, un Capitano

Già mosso à triomphar de gli infideli,

Non che toccar con accidente strano

La magnanima sua lucida vita

Riputatione del genere humano.

La creatura nobile è gradita,

Havendo il cerchio del mondo trascorso

Con l'ali de la sua fama infinita

Se ben di morte è necessario il morso.

Si è trasferita à le celesti sphere

Perch'ebbe intoppo il natural suo corso.

Del Metauro gemer le ninphe altere

Nel chiuder di quegli occhi gravi, è immoti

Già chiari specchi de le franche schiere,

Gli Iddii del mare suo squamosi, è ignioti

A l'urna lo portar sopra il pheretro,

Da i cui lati pendean ghirlande, & voti.

La pompa funeral, che seguia dietro,

Si facea ombra con le insegne invitte,

Che gli aggiunse Fiorenza, è Marco, è Pietro,

E mentre lo spargean le turbe afflitte

Di Ghiande d'or, di corone, è di palme

A la immortalità nel tempio ascritte,

Posate in pace ossa felici, & alme

Dicea che vide le religuie sole

Sgravata pur de le vivaci salme.

Ne lo sperar colui, che havea le scole

Di Minerva nel petto d'honor cinto,

Onde ne sospirò la Luna e'l sole.

Con supremo stupor d'amor depinto

Sculto in materia, che lo scritto indora,

Nel gran cor se gli lesse Carlo quinto,

Hor quello Imperador, che il mondo adora,

Poscia ch'è'l fedel suo morto, è sepolto,

Risguardi la Gonzaga Leonora,

Duo fiumi amari gli irrigano il volto,

Ch'ella piangendo del cor preme, è suelle,

Da che le ha Giove il buon Consorte tolto.

Torto fareste à le cortesi stelle,

Che quali gemme vi ornan la corona

De le lor sorti inviadiate, è belle,

Mancando à la dignissima persona

Che rinchiuso il marito in freddi marmi

Con seco stessa in tal note ragiona.

Da che non posso celebrare i carmi

L'alta Maesta sua, che ha ricco il nome

Di spoglie, di trophei, de carri, è d'armi,

Ne singular darle triompho, come

Le dava il padre di tre miei figlioli

Con l'haver lire à l'Oriente dome,

Le sue lodi usciranno à stuoli, à stuoli

Fervidamente fuor de i labbri miei

De gli altri detti ognihor vedovi, soli.

Adunque voi, che pareggiate i Dei

Pero'l Cielo ogni gratia vi comparre,

Resuscitate il suo Signior in lei

Racoglietele homai le gioie sparte,

Che fe'l merto die giungere à la fede

Deverebbe entrar con voi ne i Regni à parte

Perche la terra mai non vide, o vede

Costanza, pertinacia, effetto, & voglia

Piu intenta al sommo de la vostra fede,

Langue se l'aurea Ispagnia sente doglia,

Gioisce poi, s'ella in letitia ride,

con suo ben veste, è col suo mal spoglia

Siche in vece di quel, che la conquide,

Et in cambio del cor, che vi consacra,

E perche in le sian le speranze fide

L'alta Gloria di voi inclita, è sacra,

Con ristorar le Ducali fatiche,

Li acqueti, ò scemi la pena aspra

Se'l fate, ei, ch'è tra l'eccelse bre antiche,

E gli heroi di Dio ha per compagni,

Le militie del ciel terravvi amiche.

Ecco il thesor de i paterni guadagni

Ecco la imago de l'huom venerato,

Ecco la destra de i suoi fatti magni

Guidobaldo dico io Giovane ornato

Di cio che i buoni bramano in colui,

Ch'è per regniare, e per dar legge nato.

Rimir il par, se vol veder altrui

Del suo pio Genitor le virtu conte

Ringiovanite, e ridondare in lui.

Però vi inchinera l'Appenin Monte

Quasi à suo Dio terren verace, è caro

La superba ventosa horrida fronte.

Intanto à Cesar sempre Augusto chiaro

Bascia il pie l'Aretin servo suo buono.

Di Venetia alma al mezzo di Genaro.

Ne l'anno Mille Trentesimo Nono.

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Autor
Pietro Aretino (1492–1556) · Wikidata Q296272
Título
Il divino Pietro Aretino a lo Imperadore ne la morte del Duca d'Urbino
Lengua
italiano
Época
Renacimiento
Sala
La Biblioteca
Identificador
ws-it-il-divino-pietro-aretino-a-lo-imperadore-ne-la-m--pietro-aretino-43f251
Cita recomendada
Pietro Aretino, «Il divino Pietro Aretino a lo Imperadore ne la morte del Duca d'Urbino», Poetósfera, poetosfera.com/p/ws-it-il-divino-pietro-aretino-a-lo-imperadore-ne-la-m--pietro-aretino-43f251.html

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