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PoetósferaLa BibliotecaGiovanni Gherardo de Rossi

Giovanni Gherardo de Rossi · Romanticismo

Il Canto di Nerina

italiano

Estiva notte sei pur bella! O notte

Allo stanco mortal tu sola rechi

Qualche ristoro dal sudor del giorno,

Per cenno tuo dalla spelonca oscura,

Mentre tutti dormiano i rei fratelli,

Zefiro uscì fuggiasco. Io già l’ascolto

Del lauro antico mormorar fra i rami,

Che scossi a urtar le polverose corde

Vanno della mia cetra. Amata cetra

Tu con quel suono mi richiami ai carmi:

Ma de’ carmi alla vena in questo petto

Argine fanno le nojose cure,

Onde non più qual pria libera scorre,

Così della capanna sulla soglia

Tirsi dicea, quando non lungi scorse

Picciol drappello di leggiadre Ninfe

Sulla sponda del rio sedute in cerchio.

Tacito s’appressò. L’ombra d’un mirto

Opportuna il copriva, onde potesse

Non udito, non visto, udir, vedere.

Duce al drappello era la vaga Dori,

E l’altre Ninfe intorno a lei ridotte

Avea la speme d’ascoltare il canto

Di Nerina, gentil figlia di Dori,

Che in beltà, che in virtude a sì gran Madre

Simile cresce. I musici concenti

Sull’aureo plettro iva destando Fille

Nell’armoniche vie duce a Nerina.

La fanciulla arrossiva, e dubbio il guardo

Tra la Madre aggirava, e la Maestra,

Quasi chiedesse agli occhi lor coraggio

Contro il freddo timor, che di modestia

Figlio le alberga in seno, e sulla gota

Roseo s’affaccia. Alfin dischiuse il labbro

E colla grata voce il duolo espresse

D’afflitto Sposo dal suo ben diviso,

Che invan lo cerca, che ne chiede invano;

Onde carco d’affanni in grembo a morte

E’ vicino a cader. Ne’ canti suoi

Simile fu Nerina al giovinetto

Usignolo, che nato a Primavera,

Par nel meriggio estivo tra le fronde

D’un arboscel si cela, e le veloci

Gorghe tenta imitar del genitore,

Che nei più folti rami al nido accanto

Posa, e cangiando va modi sonori

Per dar ristoro alle pietose cure

Della compagna sua, già un’altra volta

Madre. Al voler non è il potere uguale

Nel tenero augellin, ma pur felici

Sono i primi suoi sforzi, e le selvagge

Driadi l’odon ridenti, e in lui ravvisano

Il gran cantor della futura estate.

Tacque Nerina, e fralle amiche Ninfe

Sorse confuso mormorio di plauso,

Che nell’umil vezzosa fanciulletta

Rossore accrebbe; onde beltade accrebbe.

Alla sua Madre avvicinossi, e quella

In lei fissando placide, e contente

Le belle luci, così disse. O figlia

Arridano le Muse a tuoi sudori

E ti dian lena all’arduo sentiero,

Ch’intraprendesti. Verrà forse un giorno,

Che per te non sarà vano ornamento

L’arte d’esprimer con canori accensi

Dell’alma i moti. Se vorran le Parche

Lungo il fil di mia vita, e dell’etade

Al verno giungerò, che mena seco

Solitudine, e noja: allora, o figlia,

Prendi, dirò, prendi l’eburnea cetra,

Tempra le corde, e alle canzoni antiche

Sciogli la voce: lusinghiero incanto

Sì quella voce desterammi in seno;

Grata illusion mi condurrà ai momenti

Più lieti di mia vita, e mille affetti

Già sopiti nel cor risorgeranno.

Languidamente. Alle passate cose

Volge vecchiezza con piacere il guardo:

Perchè aspetto crudel non ha per lei

Quel tempo, che fuggì, mentre il presente

Cogli affanni la strazia, e coi languori,

Ed il futuro ascoso dietro il velo

D’un incerto avvenir le dice. Trema.

Quando riposo prenderai dal canto

Vedrai già da quest’occhi umide stille

Cader, sì figlia, spargerai tu ancora

Lagrime, non di duol, di tenerezza,

E forse un innocente pargoletto

Donato a te da Imene, e che vezzoso

Avea tentato fin allor col dito

Toccar furtivo l’auree corde, al pianto

Che in me, che in te vedrà, confuso, afflitto

Ne’ sguardi tuoi lo sguardo suo fermando,

Per ignota cagion piangerà anch’esso.

Dori sospese i detti, a lei Nerina

Rispondere volea, ma un dolce pianto

Celato invan, chinse alle voci il varco,

E alla Madre la man strinse tacendo.

Dissero le compagne: aspro compenso

Tu del canto al piacer ne desti, o Dori,

Perchè chiamarci a idee sì meste? Ad esse

Dori rispose, Meste sì, ma vere.

Sorser le Ninfe tutte, ed a Nerina

I plausi ripetendo verso il colle

Mossero lentamente. Allora Tirsi

Uscì dal nascondiglio, il cuore ingombro

Di tristezza sentia, ma non ingrata

Era quella tristezza, e quando giunse

Al lauro antico, nell’udir, che ancora

Zefiro sussurrava fralle corde

Della sua cetra, la spiccò dal ramo,

E la tenera scena, a lui presente

Lo volle il caso, di teneri carmi

Vestir tentò, ma non poteva il labbro

Produr quel dolce tumulto d’affetti,

Che il canto di Nerina, e della Madre

Eccitarono i detti. Assai maggiore

L’opra conobbe di sue forze, e tacque.

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Autor
Giovanni Gherardo de Rossi
Título
Il Canto di Nerina
Lengua
italiano
Época
Romanticismo
Sala
La Biblioteca
Identificador
ws-it-il-canto-di-nerina--giovanni-gherardo-de-rossi-b73b2c
Cita recomendada
Giovanni Gherardo de Rossi, «Il Canto di Nerina», Poetósfera, poetosfera.com/p/ws-it-il-canto-di-nerina--giovanni-gherardo-de-rossi-b73b2c.html

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