Estiva notte sei pur bella! O notte
Allo stanco mortal tu sola rechi
Qualche ristoro dal sudor del giorno,
Per cenno tuo dalla spelonca oscura,
Mentre tutti dormiano i rei fratelli,
Zefiro uscì fuggiasco. Io già l’ascolto
Del lauro antico mormorar fra i rami,
Che scossi a urtar le polverose corde
Vanno della mia cetra. Amata cetra
Tu con quel suono mi richiami ai carmi:
Ma de’ carmi alla vena in questo petto
Argine fanno le nojose cure,
Onde non più qual pria libera scorre,
Così della capanna sulla soglia
Tirsi dicea, quando non lungi scorse
Picciol drappello di leggiadre Ninfe
Sulla sponda del rio sedute in cerchio.
Tacito s’appressò. L’ombra d’un mirto
Opportuna il copriva, onde potesse
Non udito, non visto, udir, vedere.
Duce al drappello era la vaga Dori,
E l’altre Ninfe intorno a lei ridotte
Avea la speme d’ascoltare il canto
Di Nerina, gentil figlia di Dori,
Che in beltà, che in virtude a sì gran Madre
Simile cresce. I musici concenti
Sull’aureo plettro iva destando Fille
Nell’armoniche vie duce a Nerina.
La fanciulla arrossiva, e dubbio il guardo
Tra la Madre aggirava, e la Maestra,
Quasi chiedesse agli occhi lor coraggio
Contro il freddo timor, che di modestia
Figlio le alberga in seno, e sulla gota
Roseo s’affaccia. Alfin dischiuse il labbro
E colla grata voce il duolo espresse
D’afflitto Sposo dal suo ben diviso,
Che invan lo cerca, che ne chiede invano;
Onde carco d’affanni in grembo a morte
E’ vicino a cader. Ne’ canti suoi
Simile fu Nerina al giovinetto
Usignolo, che nato a Primavera,
Par nel meriggio estivo tra le fronde
D’un arboscel si cela, e le veloci
Gorghe tenta imitar del genitore,
Che nei più folti rami al nido accanto
Posa, e cangiando va modi sonori
Per dar ristoro alle pietose cure
Della compagna sua, già un’altra volta
Madre. Al voler non è il potere uguale
Nel tenero augellin, ma pur felici
Sono i primi suoi sforzi, e le selvagge
Driadi l’odon ridenti, e in lui ravvisano
Il gran cantor della futura estate.
Tacque Nerina, e fralle amiche Ninfe
Sorse confuso mormorio di plauso,
Che nell’umil vezzosa fanciulletta
Rossore accrebbe; onde beltade accrebbe.
Alla sua Madre avvicinossi, e quella
In lei fissando placide, e contente
Le belle luci, così disse. O figlia
Arridano le Muse a tuoi sudori
E ti dian lena all’arduo sentiero,
Ch’intraprendesti. Verrà forse un giorno,
Che per te non sarà vano ornamento
L’arte d’esprimer con canori accensi
Dell’alma i moti. Se vorran le Parche
Lungo il fil di mia vita, e dell’etade
Al verno giungerò, che mena seco
Solitudine, e noja: allora, o figlia,
Prendi, dirò, prendi l’eburnea cetra,
Tempra le corde, e alle canzoni antiche
Sciogli la voce: lusinghiero incanto
Sì quella voce desterammi in seno;
Grata illusion mi condurrà ai momenti
Più lieti di mia vita, e mille affetti
Già sopiti nel cor risorgeranno.
Languidamente. Alle passate cose
Volge vecchiezza con piacere il guardo:
Perchè aspetto crudel non ha per lei
Quel tempo, che fuggì, mentre il presente
Cogli affanni la strazia, e coi languori,
Ed il futuro ascoso dietro il velo
D’un incerto avvenir le dice. Trema.
Quando riposo prenderai dal canto
Vedrai già da quest’occhi umide stille
Cader, sì figlia, spargerai tu ancora
Lagrime, non di duol, di tenerezza,
E forse un innocente pargoletto
Donato a te da Imene, e che vezzoso
Avea tentato fin allor col dito
Toccar furtivo l’auree corde, al pianto
Che in me, che in te vedrà, confuso, afflitto
Ne’ sguardi tuoi lo sguardo suo fermando,
Per ignota cagion piangerà anch’esso.
Dori sospese i detti, a lei Nerina
Rispondere volea, ma un dolce pianto
Celato invan, chinse alle voci il varco,
E alla Madre la man strinse tacendo.
Dissero le compagne: aspro compenso
Tu del canto al piacer ne desti, o Dori,
Perchè chiamarci a idee sì meste? Ad esse
Dori rispose, Meste sì, ma vere.
Sorser le Ninfe tutte, ed a Nerina
I plausi ripetendo verso il colle
Mossero lentamente. Allora Tirsi
Uscì dal nascondiglio, il cuore ingombro
Di tristezza sentia, ma non ingrata
Era quella tristezza, e quando giunse
Al lauro antico, nell’udir, che ancora
Zefiro sussurrava fralle corde
Della sua cetra, la spiccò dal ramo,
E la tenera scena, a lui presente
Lo volle il caso, di teneri carmi
Vestir tentò, ma non poteva il labbro
Produr quel dolce tumulto d’affetti,
Che il canto di Nerina, e della Madre
Eccitarono i detti. Assai maggiore
L’opra conobbe di sue forze, e tacque.