Sorge a’ zefiri aperto
Di timo un colle ornato,
Sul cui ciglion men erto
Sua pompa stende un prato;
Fresco il ruscello mormora
Del folto prato appiedi;
E l’olezzante margine
È tal che dice: siedi.
Con la riva più bassa
Confine ha una selvetta:
La guarda il nembo e passa,
E il verno la rispetta.
Curvi sentier la tagliano
Sgombri di spine e bronchi;
E più sedili v’offrono
Quà e là gli antichi tronchi.
Smaltato a più colori
Sul vertice del colle
Sacro al Dio de’ pastori
Un tempietto s’estolle;
Qual culto! non le tenere
Agne il pastor vi uccide;
Viene un serto ad appendere,
E il proprio nome incide.
Entro quei serti posa
Talor l’auretta prende,
E poi tutta odorosa
Le candid’ali stende:
E le fragranze insolite
Sul men vicin sentiero
Del sacro loco avvisano
L’ignaro passeggiero.
Mirabil per l’eguale
Sua superficie liscia,
Presso al Tempio un viale
Offre una bianca striscia,
Che sotto al verde tremulo
Arco di larghe fronde
De’ monti fra il ceruleo
Si perde e si confonde.
All’occidente è volto
Questo vial frondoso,
In cui ver sera è accolto
Un popolo festoso:
Ninfe e pastor vi accorrono
Al sacro canto intesi,
Poi che i voti in bell’ordine
Ebbero al tempio appesi.
Le varie gregge intanto
Erran dal prato al rio:
Che pon temer, se accanto
Veglia il favor di un Dio?
Più di una capra immemore
Del timo, alza talvolta
Il fimo muso, e i cantici
Del suo pastore ascolta.
Or quando il Sol cadente
Più grande agli occhi appare,
E sembran foco ardente
Il ciel più basso e il mare:
Tra le fronde che ondeggiano,
Cente s’apron passaggi
Quà languidi, là vividi
I rosseggianti raggi.
Là quasi a stral simile
Tra’ folti s’introduce
Rametti una sottile
Riga di densa luce,
Che dove poi va a rompere
Nè più passaggio trova,
Par che in minuta sciolgasi
Rotante aurata piova.
Quà ve’ lascian più grande
I cespi all’aria il loco,
Ampio il raggio si spande
Tra il porporino e il croco;
Oh come è vago scorgere
Sotto alle volte ombrose
Del Sol che va chinandosi
Tante beltà scherzose!
Qual su mattin ridente
La vispa capinera
Odi soavemente
Cantar la primavera:
Tale e più dentro all’anima
L’aurea voce risuona
Del pastorel che i cantici
A sera al Nume intuona.
Scorre la voce, e fende
Le tremule verzure,
E nella valle scende
In braccio all’aure pure,
Che van l’eco a sorprendere
Nelle grotte tacenti;
Jeri ah jeri questi erano
Del pastorel gli accenti.
Nume propizio! serba
Felici i tuoi pastori;
Pel gregge cresca l’erba,
E pel tuo tempio i fiori:
Gli estivi dì non tolgano
L’onda al ruscel vicino;
E i nostri cor somiglino
A un limpido mattino!
Un prego oltra il costume
Oggi i pastor ti fanno;
Nuove al tuo piede, o Nume,
Rose e mirti verranno:
Invano a te non s’alzano
Da questo loco i preghi;
Che per cagion men nobile
Il tuo favor non neghi.
Ninfa tutta vezzosa
Tanto a Febo diletta,
Quanto un bocciol di rosa
A giovin forosetta;
Ninfa che fa sull’anime
Col sorriso gentile
Quello che fan sul mandorlo
I primi dì d’aprile;
Qui venne, e poi che fiso
Ebbe il viv’occhio azzurro
Sul rio, l’onde improvviso
Mosser per lei susurro:
Rapide gorgogliavano
Più che colà non fanno
Ove tra i sassi a frangersi
Sotto la rupe vanno.
Or d’arbusto odoroso
Qui rami unimmo a rami;
Bel padiglione ombroso
Vi fan misti fogliami;
I gelsomin serpeggiano
Tra erbette d’almi odori,
E le mie man v’appesero
Quattro feston di allori.
Spunta carco un rosajo
Fuor della tonda volta,
E sul mattin men gajo
Pur qualche boccia ha sciolta;
De’ fiori più durevoli
Che il nostro prato dona
Giù dalla volta pendere
Vedesi una corona;
Questa all’urtar di auretta
Forse le andrà sul crine;
Il salice ond’è retta
Tanto le fibre ha fine.
Non s’ella è lunge, movere
L’aurette osino l’ale;
Le aurette ancor rispettino
Cosa più che mortale.
Sul rio la volta sporge,
E sì disposte sono
Le basi su cui sorge
Il boschereccio trono:
Ch’ella non potrà volgere
Su queste onde un’occhiata,
Senza la propria immagine
Vedervi inghirlandata.
Oh più che ogni altro colle,
E ogn’altro erboso letto,
Più che il susurro molle
D’ogn’altro ruscelletto,
Queste a lei sempre piacciano
A te sacre dimore;
Piaccianle, o Nume, e appaghisi
Come tu fai, del core!
Torni fra pochi istanti,
E dopo te primiera
Regni sul loco, e i canti
S’abbia, qual t’hai tu, a sera:
E invano Lei degnevole
Di povere colline
Invochino, sospirino
Le mura cittadine.
Deh torni... così detto
Ebbe il pastore appena,
Che fuor del sacro tetto
Fiamma spiccò serena;
E qual ponte curvandosi,
Sul vial popoloso
Si stese, e n’ebbe invidia
Il sole mezzascoso.
Siccome in notte iberna
Entro l’ovil rinchiuso,
Se il dubbio giorno scerna,
All’uscio appoggia il muso
Gregge che impazientasi;
E poi l’ovil quand’apri,
S’urtan, s’affollan, premonsi
L’agne belanti e i capri:
Tal entro al tempio corre
Il giubilante stuolo;
Prostrarsi e il labbro sciorre
Fu un punto, un punto solo:
E grato da i cor fervidi
Sorse il divoto omaggio,
Come effluvio che levasi
Da i freschi fior di maggio.