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PoetósferaLa BibliotecaAurelio Bertola de' Giorgi

Aurelio Bertola de' Giorgi · Ilustración

Il Canto della sera

italiano

Sorge a’ zefiri aperto

Di timo un colle ornato,

Sul cui ciglion men erto

Sua pompa stende un prato;

Fresco il ruscello mormora

Del folto prato appiedi;

E l’olezzante margine

È tal che dice: siedi.

Con la riva più bassa

Confine ha una selvetta:

La guarda il nembo e passa,

E il verno la rispetta.

Curvi sentier la tagliano

Sgombri di spine e bronchi;

E più sedili v’offrono

Quà e là gli antichi tronchi.

Smaltato a più colori

Sul vertice del colle

Sacro al Dio de’ pastori

Un tempietto s’estolle;

Qual culto! non le tenere

Agne il pastor vi uccide;

Viene un serto ad appendere,

E il proprio nome incide.

Entro quei serti posa

Talor l’auretta prende,

E poi tutta odorosa

Le candid’ali stende:

E le fragranze insolite

Sul men vicin sentiero

Del sacro loco avvisano

L’ignaro passeggiero.

Mirabil per l’eguale

Sua superficie liscia,

Presso al Tempio un viale

Offre una bianca striscia,

Che sotto al verde tremulo

Arco di larghe fronde

De’ monti fra il ceruleo

Si perde e si confonde.

All’occidente è volto

Questo vial frondoso,

In cui ver sera è accolto

Un popolo festoso:

Ninfe e pastor vi accorrono

Al sacro canto intesi,

Poi che i voti in bell’ordine

Ebbero al tempio appesi.

Le varie gregge intanto

Erran dal prato al rio:

Che pon temer, se accanto

Veglia il favor di un Dio?

Più di una capra immemore

Del timo, alza talvolta

Il fimo muso, e i cantici

Del suo pastore ascolta.

Or quando il Sol cadente

Più grande agli occhi appare,

E sembran foco ardente

Il ciel più basso e il mare:

Tra le fronde che ondeggiano,

Cente s’apron passaggi

Quà languidi, là vividi

I rosseggianti raggi.

Là quasi a stral simile

Tra’ folti s’introduce

Rametti una sottile

Riga di densa luce,

Che dove poi va a rompere

Nè più passaggio trova,

Par che in minuta sciolgasi

Rotante aurata piova.

Quà ve’ lascian più grande

I cespi all’aria il loco,

Ampio il raggio si spande

Tra il porporino e il croco;

Oh come è vago scorgere

Sotto alle volte ombrose

Del Sol che va chinandosi

Tante beltà scherzose!

Qual su mattin ridente

La vispa capinera

Odi soavemente

Cantar la primavera:

Tale e più dentro all’anima

L’aurea voce risuona

Del pastorel che i cantici

A sera al Nume intuona.

Scorre la voce, e fende

Le tremule verzure,

E nella valle scende

In braccio all’aure pure,

Che van l’eco a sorprendere

Nelle grotte tacenti;

Jeri ah jeri questi erano

Del pastorel gli accenti.

Nume propizio! serba

Felici i tuoi pastori;

Pel gregge cresca l’erba,

E pel tuo tempio i fiori:

Gli estivi dì non tolgano

L’onda al ruscel vicino;

E i nostri cor somiglino

A un limpido mattino!

Un prego oltra il costume

Oggi i pastor ti fanno;

Nuove al tuo piede, o Nume,

Rose e mirti verranno:

Invano a te non s’alzano

Da questo loco i preghi;

Che per cagion men nobile

Il tuo favor non neghi.

Ninfa tutta vezzosa

Tanto a Febo diletta,

Quanto un bocciol di rosa

A giovin forosetta;

Ninfa che fa sull’anime

Col sorriso gentile

Quello che fan sul mandorlo

I primi dì d’aprile;

Qui venne, e poi che fiso

Ebbe il viv’occhio azzurro

Sul rio, l’onde improvviso

Mosser per lei susurro:

Rapide gorgogliavano

Più che colà non fanno

Ove tra i sassi a frangersi

Sotto la rupe vanno.

Or d’arbusto odoroso

Qui rami unimmo a rami;

Bel padiglione ombroso

Vi fan misti fogliami;

I gelsomin serpeggiano

Tra erbette d’almi odori,

E le mie man v’appesero

Quattro feston di allori.

Spunta carco un rosajo

Fuor della tonda volta,

E sul mattin men gajo

Pur qualche boccia ha sciolta;

De’ fiori più durevoli

Che il nostro prato dona

Giù dalla volta pendere

Vedesi una corona;

Questa all’urtar di auretta

Forse le andrà sul crine;

Il salice ond’è retta

Tanto le fibre ha fine.

Non s’ella è lunge, movere

L’aurette osino l’ale;

Le aurette ancor rispettino

Cosa più che mortale.

Sul rio la volta sporge,

E sì disposte sono

Le basi su cui sorge

Il boschereccio trono:

Ch’ella non potrà volgere

Su queste onde un’occhiata,

Senza la propria immagine

Vedervi inghirlandata.

Oh più che ogni altro colle,

E ogn’altro erboso letto,

Più che il susurro molle

D’ogn’altro ruscelletto,

Queste a lei sempre piacciano

A te sacre dimore;

Piaccianle, o Nume, e appaghisi

Come tu fai, del core!

Torni fra pochi istanti,

E dopo te primiera

Regni sul loco, e i canti

S’abbia, qual t’hai tu, a sera:

E invano Lei degnevole

Di povere colline

Invochino, sospirino

Le mura cittadine.

Deh torni... così detto

Ebbe il pastore appena,

Che fuor del sacro tetto

Fiamma spiccò serena;

E qual ponte curvandosi,

Sul vial popoloso

Si stese, e n’ebbe invidia

Il sole mezzascoso.

Siccome in notte iberna

Entro l’ovil rinchiuso,

Se il dubbio giorno scerna,

All’uscio appoggia il muso

Gregge che impazientasi;

E poi l’ovil quand’apri,

S’urtan, s’affollan, premonsi

L’agne belanti e i capri:

Tal entro al tempio corre

Il giubilante stuolo;

Prostrarsi e il labbro sciorre

Fu un punto, un punto solo:

E grato da i cor fervidi

Sorse il divoto omaggio,

Come effluvio che levasi

Da i freschi fior di maggio.

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Autor
Aurelio Bertola de' Giorgi
Título
Il Canto della sera
Lengua
italiano
Época
Ilustración
Sala
La Biblioteca
Identificador
ws-it-il-canto-della-sera--aurelio-bertola-de-giorgi-410d6c
Cita recomendada
Aurelio Bertola de' Giorgi, «Il Canto della sera», Poetósfera, poetosfera.com/p/ws-it-il-canto-della-sera--aurelio-bertola-de-giorgi-410d6c.html

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