CADA PIEZA VIVE EN UNA DIRECCIÓN · NADA VIVE EN UNA SOLA SALA  

PoetósferaLa BibliotecaAndrea Rubbi

Andrea Rubbi · Romanticismo

I Conviti

italiano

O de le Grazie, e de le Muse amica,

O del genio Orobian Lesbia ministra,

Dimmi, ond’è mai, che fra il tenace fumo

De le laute vivande, e il vapor crasso

De l’anfora falerna io vegga a forza

Di Bacco a l’ara incatenata e stretta

La celeste Armonia, la Dea possente

De’ nostri affetti? e vi consenta Apollo,

Nè lo vieti Esculapio? ah tu mi narra,

Qual barbara cagion, qual furia trasse

De’ Catafàgi a l’implacabil rito

La vittima innocente. Il lusso forse

O l’uso fu d’indomita ricchezza,

Che a la beltà fe’ guerra? Io vidi, io stesso

Lo spettacol crudele, orribil vista!

Forse da quello non difforme in parte,

Che a questa età fatal l’orme calcando

Di Neron, di Mezenzio, e di Busiri

Su la Senna rinnova il Celta, atroce.

Lesbia, io ti pingo il ver. La docil alma

Piega e l’orecchio, e i duri casi impara.

Ampia sala s’aprì di tempio in guisa

All’occhio e al passo mio. Turba frequente

Inoltrava colà. L’invito io seguo

Del pingue araldo, e fra il drappello eletto

De li Auguri, de’ Flamini, m’appresso:

E iniziato ai misterj non ignoti

Seggo tra lor, fatto ministro anch’io

D’un sacrifizio, che a’ mortali è grato,

Più che a l’ombre, o a gli Dei, cui si destina.

De la divinità che qui s’adora,

Oscuro è il nome e incerto forse. Un Erma

Di moltiplici teste, un Panteo è quegli,

Che siede in alto, ed offre un simulacro

A più braccia e più man, d’Egizia forma.

Ivi Bacco con Venere ravvisi,

Ed Ebe ornata, ed il procace Momo

Con Ganimede, con Volupia, e il coro

De’ Satiri bibaci con Sileno.

E il sacrario chiudean primi Jerarchi

Lucullo e Apicio, che l’insegne in mano

Avean de’ Catafàgi, ed il volume.

L’ara è una mensa spaziosa e quadra

Su colonne di cedro a fregi alzata;

Forse dir si potria la massim’ara

Che nel Circo romano Ercole avea.

Batavi lini, belgici tappeti

Fan base a l’oro, ed a lo sculto argento,

Che al tremolar de le notturne faci

Brillano intorno, e su i cristalli e i fiori

Ripercotendo i ben disposti raggi,

Fanno il loco più lieto e il seggio adorno,

S’inoltrano a vicenda i sacerdoti,

E i ministri minor, tronfi e superbi

De la novella dignità. Le gemme

Ornan le vesti lor. Pomposamente

Un multiplice stuol di parasiti

Entra seco nel tempio, e par che dica;

Questo è il mio regno. Tumide matrone

Piumate il capo, inannellate il crine,

Con ondeggiante strascico e lucente

Van prime all’Ara, e siedono nel mezzo

Abbellite da i vezzi, e chiuse quasi

Tra i gonnicelli sì, che mal ravvisi

L’età canuta e le deformi rughe.

Ivi tra lor sotto mentita forma

In abito viril, chi il crederia?

Conobbi una vestal pentita forse

De la giurata fe’. Comincia appena

L’usato rito; e un re si elegge a sorte

De la mensa e del vin. Lesbia, nol pensi,

S’agita l’urna sacra, e il re son io.

M’affido in capo all’ara; e d’ambi i lati

Qua Clelia veggo, là Veturia. Allora

M’accorsi, che tu lungi eri da questo

Multiforme spettacolo: nè certo

Te dal mio fianco avria diviso il cielo.

S’incomincia un garrir, che d’inno in guisa

Apre la festa. Io con la legge intimo

Silenzio ai fidi miei. Tacita in prima

Entra, e con grave passo una donzella

Bianco vestita, del più vago aspetto

Che fusse in terra mai. Celeste forma,

Atti celesti avea. Le belle membra

Da simmetria composte un ordin certo,

Un ritmo dirigea. Figura e moto

Da numeriche leggi eran temprate;

E l’alito perfino, e il guardo istesso

Con grado si vibravano a misura.

Opra fu questa de la mano eterna

Quando i cieli creò, la terra e il mare,

Di sua ragione immagine perfetta.

Chi non la riconosce? o Dea de’ cuori,

E de le menti, o archetipa ministra

Del bello mondial, salve; io t’adoro,

Sovrumana Armonia: tu mi rapisci:

Sento la forza de gl’influssi tuoi,

Che irresistibilmente m’assoggetta,

E beato mi fa.... Lesbia, ove sono?

Che dirò? per pietà deh torci il guardo

Dal fiero atto crudel. Dunque saranno

De le umane follie vittima i numi?

Appena ella diè cenno a’ suoi seguaci

Di cantando intuenar musiche note;

Appena si destò l’amico suono

D’arpe, cetre, viole: ed ella il labbro

O a vicenda con altri, o sola aperse

A qualche inno melodico e soave,

Che un truce bisbigliar di risa e d’urli,

Un fremito, un rumor, qual di chi insulta,

E morte vuol, s’alzò tra la bibace

Turba d’intorno. Chi fa voti a Bacco,

Chi a Venere si volge, o Momo invoca,

E tracannando ingordamente detta

Di morte editti contro la sorpresa

Sbigottita Armonia, che in van si scuote,

E vorria por sottrarse a gl’impensati

Sfregi e percosse. Ma il tumulto cresce,

E più scampo non ha. Ver me s’appressa,

Qualche accento m’invia, pietade implora.

Che mi giova esser re? Tutti ribelli

Scorgo i sudditi miei. Non ha riparo

Da un’ombra vana, da un pomposo nome,

Che la sorte creò. Ceder conviene.

Così de’ Catafàgi un dì sull’ara

Di cibi lorda, di vapori e vino

L’infelice Armonia cadde trafitta.

Lesbia, nè piangi ancor? nè i mostri abborri?

Nè il fulmin chiam!? ah contro i numi tanto

S’infierisce qua giù? Ma gl’immortali

Morte non hanno ma su l’empio scende,

Benchè tarda talor giusta vendetta.

Presto più bella l’Armonia rifulse,

E ne’ templi fu vista, e ne’ teatri

Folgoreggiar. De’ Catafàgi il regno

Fu da quel giorno a se medesmo in ira,

De’ secoli l’orror, l’obbrobrio eterno.

Sigue explorando

Por su autor
Andrea Rubbi
Dónde vive
La Biblioteca

Expediente

Autor
Andrea Rubbi
Título
I Conviti
Lengua
italiano
Época
Romanticismo
Sala
La Biblioteca
Identificador
ws-it-i-conviti--andrea-rubbi-cd2112
Cita recomendada
Andrea Rubbi, «I Conviti», Poetósfera, poetosfera.com/p/ws-it-i-conviti--andrea-rubbi-cd2112.html

Las obras de dominio público se reproducen íntegras, con atribución y en la ortografía de su impreso. ¿Ves una errata o conoces una fuente mejor? Escríbenos desde Sobre la casa.