O de le Grazie, e de le Muse amica,
O del genio Orobian Lesbia ministra,
Dimmi, ond’è mai, che fra il tenace fumo
De le laute vivande, e il vapor crasso
De l’anfora falerna io vegga a forza
Di Bacco a l’ara incatenata e stretta
La celeste Armonia, la Dea possente
De’ nostri affetti? e vi consenta Apollo,
Nè lo vieti Esculapio? ah tu mi narra,
Qual barbara cagion, qual furia trasse
De’ Catafàgi a l’implacabil rito
La vittima innocente. Il lusso forse
O l’uso fu d’indomita ricchezza,
Che a la beltà fe’ guerra? Io vidi, io stesso
Lo spettacol crudele, orribil vista!
Forse da quello non difforme in parte,
Che a questa età fatal l’orme calcando
Di Neron, di Mezenzio, e di Busiri
Su la Senna rinnova il Celta, atroce.
Lesbia, io ti pingo il ver. La docil alma
Piega e l’orecchio, e i duri casi impara.
Ampia sala s’aprì di tempio in guisa
All’occhio e al passo mio. Turba frequente
Inoltrava colà. L’invito io seguo
Del pingue araldo, e fra il drappello eletto
De li Auguri, de’ Flamini, m’appresso:
E iniziato ai misterj non ignoti
Seggo tra lor, fatto ministro anch’io
D’un sacrifizio, che a’ mortali è grato,
Più che a l’ombre, o a gli Dei, cui si destina.
De la divinità che qui s’adora,
Oscuro è il nome e incerto forse. Un Erma
Di moltiplici teste, un Panteo è quegli,
Che siede in alto, ed offre un simulacro
A più braccia e più man, d’Egizia forma.
Ivi Bacco con Venere ravvisi,
Ed Ebe ornata, ed il procace Momo
Con Ganimede, con Volupia, e il coro
De’ Satiri bibaci con Sileno.
E il sacrario chiudean primi Jerarchi
Lucullo e Apicio, che l’insegne in mano
Avean de’ Catafàgi, ed il volume.
L’ara è una mensa spaziosa e quadra
Su colonne di cedro a fregi alzata;
Forse dir si potria la massim’ara
Che nel Circo romano Ercole avea.
Batavi lini, belgici tappeti
Fan base a l’oro, ed a lo sculto argento,
Che al tremolar de le notturne faci
Brillano intorno, e su i cristalli e i fiori
Ripercotendo i ben disposti raggi,
Fanno il loco più lieto e il seggio adorno,
S’inoltrano a vicenda i sacerdoti,
E i ministri minor, tronfi e superbi
De la novella dignità. Le gemme
Ornan le vesti lor. Pomposamente
Un multiplice stuol di parasiti
Entra seco nel tempio, e par che dica;
Questo è il mio regno. Tumide matrone
Piumate il capo, inannellate il crine,
Con ondeggiante strascico e lucente
Van prime all’Ara, e siedono nel mezzo
Abbellite da i vezzi, e chiuse quasi
Tra i gonnicelli sì, che mal ravvisi
L’età canuta e le deformi rughe.
Ivi tra lor sotto mentita forma
In abito viril, chi il crederia?
Conobbi una vestal pentita forse
De la giurata fe’. Comincia appena
L’usato rito; e un re si elegge a sorte
De la mensa e del vin. Lesbia, nol pensi,
S’agita l’urna sacra, e il re son io.
M’affido in capo all’ara; e d’ambi i lati
Qua Clelia veggo, là Veturia. Allora
M’accorsi, che tu lungi eri da questo
Multiforme spettacolo: nè certo
Te dal mio fianco avria diviso il cielo.
S’incomincia un garrir, che d’inno in guisa
Apre la festa. Io con la legge intimo
Silenzio ai fidi miei. Tacita in prima
Entra, e con grave passo una donzella
Bianco vestita, del più vago aspetto
Che fusse in terra mai. Celeste forma,
Atti celesti avea. Le belle membra
Da simmetria composte un ordin certo,
Un ritmo dirigea. Figura e moto
Da numeriche leggi eran temprate;
E l’alito perfino, e il guardo istesso
Con grado si vibravano a misura.
Opra fu questa de la mano eterna
Quando i cieli creò, la terra e il mare,
Di sua ragione immagine perfetta.
Chi non la riconosce? o Dea de’ cuori,
E de le menti, o archetipa ministra
Del bello mondial, salve; io t’adoro,
Sovrumana Armonia: tu mi rapisci:
Sento la forza de gl’influssi tuoi,
Che irresistibilmente m’assoggetta,
E beato mi fa.... Lesbia, ove sono?
Che dirò? per pietà deh torci il guardo
Dal fiero atto crudel. Dunque saranno
De le umane follie vittima i numi?
Appena ella diè cenno a’ suoi seguaci
Di cantando intuenar musiche note;
Appena si destò l’amico suono
D’arpe, cetre, viole: ed ella il labbro
O a vicenda con altri, o sola aperse
A qualche inno melodico e soave,
Che un truce bisbigliar di risa e d’urli,
Un fremito, un rumor, qual di chi insulta,
E morte vuol, s’alzò tra la bibace
Turba d’intorno. Chi fa voti a Bacco,
Chi a Venere si volge, o Momo invoca,
E tracannando ingordamente detta
Di morte editti contro la sorpresa
Sbigottita Armonia, che in van si scuote,
E vorria por sottrarse a gl’impensati
Sfregi e percosse. Ma il tumulto cresce,
E più scampo non ha. Ver me s’appressa,
Qualche accento m’invia, pietade implora.
Che mi giova esser re? Tutti ribelli
Scorgo i sudditi miei. Non ha riparo
Da un’ombra vana, da un pomposo nome,
Che la sorte creò. Ceder conviene.
Così de’ Catafàgi un dì sull’ara
Di cibi lorda, di vapori e vino
L’infelice Armonia cadde trafitta.
Lesbia, nè piangi ancor? nè i mostri abborri?
Nè il fulmin chiam!? ah contro i numi tanto
S’infierisce qua giù? Ma gl’immortali
Morte non hanno ma su l’empio scende,
Benchè tarda talor giusta vendetta.
Presto più bella l’Armonia rifulse,
E ne’ templi fu vista, e ne’ teatri
Folgoreggiar. De’ Catafàgi il regno
Fu da quel giorno a se medesmo in ira,
De’ secoli l’orror, l’obbrobrio eterno.