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PoetósferaLa BibliotecaVittoria Aganoor

Vittoria Aganoor · Modernismo

I cavalli di San Marco

italiano

Bianca, deserta stendesi

la gran piazza al sopor meridïano;

va d’un cantor girovago

l’ultima nota a perdersi lontano.

Di San Marco le cupole

meravigliose avvolge un nimbo d’oro,

ma nelle nicchie fulgide

par che i santi sbadiglino tra loro.

Son tanti anni che dormono

i forti eroi distesi nella fossa!

Tanti anni che sparirono

i cavalieri dalla toga rossa!

Di Barbarossa il fremito,

che a San Marco portò d’Illiria il vento,

son più di sette secoli

che dentro l’onda paludosa è spento.

Non più giocondi ondeggiano,

d’un tratto sciolti a sgominar la notte,

sull’alta torre i vigili

bronzi, saluto alle tornanti flotte;

e invan quei santi attendono

che un suono, cui li aveva il tempo avvezzi,

che un urlo di vittoria

di quel tedio infinito il gelo spezzi...

La gloria fu; ma un torpido

sonno San Marco e il suo popolo ha vinto;

ma sovra gli archi fremere

s’odon ora i cavalli di Corinto,

i cavalli che al fervido

sol della Grecia, nel clamor guerriero,

baldi passar vedeano

i rapsodi cantando inni d’Omero,

passar d’Epiro i giovani

che Arato incontro all’oppressor traea,

passar rombando i plaustri

vittoriosi della Lega Achea.

*

Invan Claudio di porpora

rivesti le corrose assi del soglio!

Le forti romane aquile

stridon ferite appiè del Campidoglio,

e in pugno alto la fiaccola

tra gli arsi templi e i portici crollanti,

te vedran cupo assorgere

i nipoti pigmei d’avi giganti.

*

Pur, così allora, o vecchia

Tracia, il tuo ciel non ti vedea; la mano

ne’ templi tuoi sacrilega

posto ancor non aveva il musulmano.

Nè sui delubri l’aurea

mezzaluna in quei dì; ma grande e tristo

di libertà segnacolo,

la terribil s’ergea croce di Cristo...

Io vedo, io vedo... Incurvasi

il mar tra verdi rive; ecco il giocondo

sorriso aprir Bisanzio

a un esulante vincitor del mondo.

Giovanilmente destasi

la ribelle d’un tempo or lieta e doma,

e vince nel magnifico

suo nuovo maggio la superba Roma...

E tu passi, o de’ secoli

ala immane, e paesi e imperii morti

spazzi, a novelli popoli

maturando nel volo ampio le sorti!...

*

Quante vedeste, o bronzei

corsier, dagli erti scali ampie lanciare

gallute navi e rapide

galee pugnaci nell’Adriaco mare?

Quanta echeggiò nel tempio

onda di preci; e al puro etere immenso

quanti volaron cantici

e nubi di fragrante arabo incenso?

Quanti osanna scoppiarono

del Bucintoro al sùbito raggiare,

e quante nozze strinsero

in cospetto del sol Venezia e il mare,

prima che voi, dal turbine

dei fati, come lieve in aere penna,

travolti foste e ai margini

posati là della cruenta Senna?

Anche laggiù, non tedio

v’attendea di silenzi e sonni ignavi;

sovra possente incudine

là si battean dell’avvenir le chiavi,

là posto avea, con vindice

braccio, l’arguta libertà di Francia

il diritto dei popoli

e quel dei re, dentr’unica bilancia,

e ancor bello e terribile

stringea laggiù repubblicano saio

il Côrso, e piovea folgori

sul Direttorio al sole di Brumaio.

*

e un dì, coi gagliardi omeri

levato il sasso dell’avel, rizzossi

dinanzi al torvo austriaco

lunga una schiera di fantasmi rossi:

lo stuolo dei magnifici

cui cantò il mare i funerali elogi,

il grande, il forte, il libero,

il glorïoso esercito dei dogi.

Di Marghera tuonarono

quel giorno a festa i fervidi cannoni;

rotti precipitarono

giù dall’aste con l’aquile i pennoni;

scoppiò dai petti un unico

evviva; sfavillò l’occhio dei forti;

vibrar nell’aria limpida

l’esultante s’intese inno dei morti.

*

il giorno che famelici

spettri, che agonizzanti anime in nera

gramaglia ricoprirono

un’altra volta la rossa bandiera;

che le scarne mordendosi

man, quegli eroi, dalla plebaglia folta

degli alemanni videro

la repubblica uccisa un’altra volta.

*

Per voi, per voi l’Adrìaca

donna schiuse le ciglia semispente,

per voi si colorarono

un istante le gote alla morente.

Poi sul deserto e tacito

suo verde flutto dall’algoso fondo

ricadde inerme e lacera

quella che un giorno s’ebbe ai piedi il mondo.

— Tardi giungesti! — in lagrime

sclamò il fratello baciando il fratello.

— Non siete vivi? — chiesero

severamente i morti di Torcello.

— Vivi, ma stanchi e torpidi,

lo spirito infiacchito, il corpo affranto;

le vostre gagliarde anime

voi non ci deste, o chiusi in camposanto!

— Per quasi un mezzo secolo

fisso lo sguardo ad una meta eccelsa,

per quasi un mezzo secolo

abbiam vegliato colla man sull’elsa;

— ed or... compiuto il libero

voto d’Italia e ricomposte l’ire,

or... pace consentiteci,

siamo vecchi... lasciateci morire. —

Fremono i morti e fremono

i bei cavalli di Corinto ardenti,

sempre a protervi scalpiti

pronti ed al corso i muscoli possenti;

fremono i morti... e al fremito

dei loro morti, indifferenti o schivi,

tenacemente dormono

l’orrido sonno dell’ignavia i vivi.

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Autor
Vittoria Aganoor
Título
I cavalli di San Marco
Lengua
italiano
Época
Modernismo
Sala
La Biblioteca
Identificador
ws-it-i-cavalli-di-san-marco--vittoria-aganoor-abcf3b
Cita recomendada
Vittoria Aganoor, «I cavalli di San Marco», Poetósfera, poetosfera.com/p/ws-it-i-cavalli-di-san-marco--vittoria-aganoor-abcf3b.html

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