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Marcello Giovanetti · Barroco

Fra l'atra notte e 'l luminoso giorno

italiano

Fra l’atra notte e ’l luminoso giorno

egualmente diviso era l’impero,

e spandea tanto l’ombra il manto nero

quanto splendea di raggi il sole intorno;

onde, se l’alba ai soliti lavori

destava l’uom su l’aure matutine,

il dolce sonno, con egual confine,

sopiva i sensi e raddolciva i cori;

con grati nodi agli olmi lor mariti

dolcemente stendean le braccia amiche

e discoprian per le colline apriche

lieti tesor le pampinose viti;

quando s’udio sul nubiloso velo,

presagio d’oscurissima tempesta,

mormorando con voce orrida infesta,

tuono bombar fra mille lampi in cielo;

s’udîro urtarsi in fera giostra i venti,

spinti da profondissime caverne;

fûr visti a gara poi da le superne

magioni in giú precipitar torrenti.

Mai non s’udí del ciel per le campagne,

cotanto imperversando, austro nimboso

scuotere il dorso a l’Apennin selvoso,

fracassar nubi e tempestar montagne.

Ma crescendo maggior l’impeto a l’onde,

e qual rauco fragor d’acque sonanti,

parea che l’etra a tanti flutti e tanti

picciole avesse e troppo anguste sponde.

Da disusata vïolenza spinto,

correva il flutto ad inondar la valle;

era lago la piazza e fiume il calle

e la cittade ondoso labirinto.

Il troppo fosco orror rendea cotanto

confuso il ciel, che per tre spazi integri

il Sol rotar non volle i lampi allegri,

né la notte spiegar gemmato il manto.

Da cento e cento lubrichi vassalli

ebbe tributo volontario il Tronto,

che, fatto ingiusto rege, audace e pronto

corse a tiranneggiar l’amiche valli.

Se pria devoto a la cittá di Pico

il piè baciò de le famose mura,

ora senza ritegno ei s’assicura

moverle aspra tenzon, fero nemico;

e disdegnando omai degli alti ponti,

novello Arasse, l’odïosa soma,

scuote con atto altier l’umida chioma

e guerra indice con spumosi monti.

E qual vittorïoso capitano

per batter mura di superba ròcca

opra ferrate travi e sempre scocca

piú forti colpi con robusta mano,

cotal ruina orribile minaccia,

ed avventando ai ponti elci ed abeti,

fa tremar, fa crollar l’alte pareti

il fiume altier con spaventosa faccia.

Ma raddoppiando le divelte piante

ognora formidabili percosse,

forza è che ’l ponte al fine a tante scosse

cada e l’inghiotta pur l’onda tonante;

l’onda, ch’omai la chioma piú frondosa

copre de’ pioppi, e, dove fece il nido

semplicetto augellin, del fiume infido

allora ivi natò plebe squammosa;

l’onda che sozza, fra gli acuti dumi

e fra le tane di spinosi sterpi,

suffoca ancor le velenose serpi

strette ed avvolte in lubrichi volumi;

l’onda che seco raggirando balza

rotte schegge, alti scogli, alpestre rupi,

e ne’ vortici suoi rapidi e cupi

ora assorbe gran tronchi, ora gl’inalza.

Stillava pria con limpidi zampilli

entro nera spelunca a goccia a goccia

l’onda gelata da scabrosa roccia,

secreta stanza di Piloro e Filli;

ed ora in questa, fatta orrida grotta,

formando tal rumor ch’il mondo assorda,

diluvia l’acqua impetuosa e lorda,

e un fiume intero v’entra e vi s’ingrotta.

Scopre l’intima selce e ’l tufo scabro,

impoverito omai di poca terra,

il colle, e ’l monte e se medesmo atterra,

fatto del danno suo mal cauto fabro;

poscia che, riversando a nembo a nembo

prodigamente Giuno le procelle,

egli lieto le accoglie e ’nsieme a quelle

offre ampiamente l’arido suo grembo.

Per intenso dolor con occhi asciutti

il povero cultor vide che ’l crudo

fiume rapigli, di pietate ignudo,

del dolce Bacco i sospirati frutti.

Le guance lacerò, squarciossi i crini

il timido pastor, che ’l caro armento

vide preda de l’onde, e ’n fero accento

piú volte bestemmiò gli empi destini.

Ove trasse talor notte serena

il villanel, sott’umile capanna,

co ’l suol di lievi ariste e ’l ciel di canna,

è fatto lido d’infeconda arena.

Udii talor sopra frondoso legno

balenando cadere a me vicino

folgore orrendo, e nel percosso pino

restar del suo fragor perpetuo il segno;

tonar superba mole al Tebro in riva

udii talor d’orribile rimbombo,

ed alternando ancorché lieto il bombo,

il mio volto per téma impallidiva;

e quand’anco da l’antro austro sen fugge

e ’l sonoro ocean mesce e conturba,

celasi per terror l’ondosa turba,

ove men rauco il mar mormora e mugge.

Ma son sembianze omai troppo ineguali

folgore, irato mar, fulmin terreno,

a l’impeto del Tronto irato e pieno,

che s’erge su, dove fu ’l varco a l’ali.

Impetuosamente orride belve

vedresti per le liquide pianure

seco trar l’onda, e fra quell’onde oscure

rotar case e natar l’intere selve.

Mal cauto peregrin, che vide l’onda

scorrer sí gonfia per gli aperti campi,

esser pensò lá dove il sole i lampi

vibra accesi e l’Egitto il Nil feconda.

Le driadi, le napee e l’altre ninfe,

ch’abitan l’onde ed oprano le frecce

o veston le selvatiche cortecce,

tutte stupîr de le cangiate linfe.

Stupir che ’l Tronto, ch’aggirar solea

lubrico il piè per limpida pendice,

e che scopriva altrui ciò che felice

nel piú secreto fondo ei nascondea,

e che piú volte a lor fido consiglio

somministrò co’ liquidi zaffiri,

e come s’orni il crin, l’occhio si giri,

e come rida, in su la rosa, il giglio;

ora, fatto d’orror scena funèbre

e bara de’ cadaveri insepolti

di pallor sparsi, in negro fango involti,

fa stillar di pietá mille palpèbre.

Fu chi pensò che ’l secolo di Pirra

giá ritornasse al mondo; ond’altri il voto

preparava a Nettuno, altri devoto

offriva al divo Giove incenso e mirra.

Oh quante volte il tridentato dio

rivolto ad Ino, ad Anfitrite, a Glauco:

— Chi è — disse — costui sí altero e rauco,

ch’esser mostra ribelle al regno mio?

Mirate lá come per larga foce

sgorgando in mar, qual tortuosa biscia,

serba fra l’onde mie ben lunga striscia,

e non l’arresta lo mio guardo atroce. —

Allora anch’egli i suoi spumosi regni

scosse col gran tridente, e ’n un s’udîro

tonando i flutti in un profondo giro

ravvoltati assorbir volanti legni.

Cosí cavallo indomito, che ’l morso

rallentato si senta, urta e si scuote,

pesta il suol, sfida l’aure e ’n varie ruote

girando squassa orribilmente il dorso.

Ma, poi che in volto formidabil scerse

il mar d’Adria turbato in carro assiso,

a le guerre del ciel, de l’onda fiso

e muto spettator, gli occhi converse.

Cosí dicea con piú sonori carmi,

posta da canto l’umile sua cetra,

Aldin, che di dolcezza i marmi spetra,

Aldin, che canterá guerrieri ed armi.

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Autor
Marcello Giovanetti
Título
Fra l'atra notte e 'l luminoso giorno
Lengua
italiano
Época
Barroco
Sala
La Biblioteca
Identificador
ws-it-fra-l-atra-notte-e-l-luminoso-giorno--marcello-giovanetti-813488
Cita recomendada
Marcello Giovanetti, «Fra l'atra notte e 'l luminoso giorno», Poetósfera, poetosfera.com/p/ws-it-fra-l-atra-notte-e-l-luminoso-giorno--marcello-giovanetti-813488.html

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