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Ugo Foscolo · Romanticismo

Dei Sepolcri (1835)

italiano

All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne

Confortate di pianto è forse il sonno

Della morte men duro? Ove più il Sole

Per me alla terra non fecondi questa

.mw-parser-output .numeroriga{float:right;color:var(--color-subtle,#666);font-size:70%;user-select:none}5Bella d’erbe famiglia e d’animali,

E quando vaghe di lusinghe innanzi

A me non danzeran l’ore future,

Nè da te, dolce amico, udrò più il verso

E la mesta armonia che lo governa,

10Nè più nel cor mi parlerà lo spirto

Delle vergini Muse e dell’Amore,

Unico spirto a mia vita raminga,

Qual fia ristoro a’ dì perduti un sasso

Che distingua le mie dalle infinite

Ossa che in terra e in mar semina morte?15

Vero è ben, Pindemonte! Anche la Speme,

Ultima Dea, fugge i sepolcri; e involve

Tutte cose l’obblio nella sua notte;

E una forza operosa le affatica

Di moto in moto; e l’uomo e le sue tombe20

E l’estreme sembianze e le reliquie

Della terra e del ciel traveste il tempo.

Ma perchè pria del tempo a sè il mortale

Invidierà l’illusion che spento

Pur lo sofferma al limitar di Dite?25

Non vive ei forse anche sotterra, quando

Gli sarà muta l’armonia del giorno,

Se può destarla con soavi cure

Nella mente de’ suoi? Celeste è questa

Corrispondenza d’amorosi sensi,30

Celeste dote è negli umani; e spesso

Per lei si vive con l’amico estinto

E l’estinto con noi, se pia la terra

Che lo raccolse infante e lo nutriva,

Nel suo grembo materno ultimo asilo35

Porgendo, sacre le reliquie renda

Dall’insultar de’ nembi e dal profano

Piede del vulgo, e serbi un sasso il nome,

E di fiori adorata arbore amica

Le ceneri di molli ombre consoli.40

Sol chi non lascia eredità d’affetti

Poca gioia ha dell’urna; e se pur mira

Dopo l’esequie, errar vede il suo spirto

Fra ’l compianto de’ templi Acherontei,

O ricovrarsi sotto le grandi ale45

Del perdono d’Iddio: ma la sua polve

Lascia alle ortiche di deserta gleba

Ove nè donna innamorata preghi,

Nè passeggier solingo oda il sospiro

Che dal tumulo a noi manda Natura.50

Pur nuova legge impone oggi i sepolcri

Fuor de’ guardi pietosi, e il nome a’ morti

Contende. E senza tomba giace il tuo

Sacerdote, o Talia, che a te cantando

Nel suo povero tetto educò un lauro55

Con lungo amore, e t’appendea corone;

E tu gli ornavi del tuo riso i canti

Che il lombardo pungean Sardanapalo,

Cui solo è dolce il muggito de’ buoi

Che dagli antri abduani e dal Ticino60

Lo fan d’ozi beato e di vivande.

O bella Musa, ove sei tu? Non sento

Spirar l’ambrosia, indizio del tuo Nume,

Fra queste piante ov’io siedo e sospiro

Il mio tetto materno. E tu venivi65

E sorridevi a lui sotto quel tiglio

Ch’or con dimesse frondi va fremendo

Perchè non copre, o Dea, l’urna del vecchio,

Cui già di calma era cortese e d’ombre.

Forse tu fra plebei tumuli guardi70

Vagolando, ove dorma il sacro capo

Del tuo Parini? A lui non ombre pose

Tra le sue mura la città, lasciva

D’evirati cantori allettatrice,

Non pietra, non parola; e forse l’ossa75

Col mozzo capo gl’insanguina il ladro

Che lasciò sul patibolo i delitti.

Senti raspar fra le macerie e i bronchi

La derelitta cagna ramingando

Su le fosse e famelica ululando;80

E uscir del teschio, ove fuggìa la Luna,

L’ùpupa, e svolazzar su per le croci

Sparse per la funerea campagna,

E l’immonda accusar col luttuoso

Singulto i rai di che son pie le stelle85

Alle obblîate sepolture. Indarno

Sul tuo poeta, o Dea, preghi rugiade

Dalla squallida notte. Ahi! sugli estinti

Non sorge fiore ove non sia d’umane

Lodi onorato e d’amoroso pianto:90

Dal dì che nozze e tribunali ed are

Dier alle umane belve esser pietose

Di sè stesse e d’altrui, toglieano i vivi

All’etere maligno ed alle fere

I miserandi avanzi che Natura95

Con veci eterne a’ sensi altri destina.

Testimonianza a’ fasti eran le tombe,

Ed are a’ figli; e uscìan quindi i responsi

De’ domestici Lari, e fu temuto

Su la polve degli avi il giuramento:100

Religïon che con diversi riti

Le virtù patrie e la pietà congiunta

Tradussero per lungo ordine d’anni.

Non sempre i sassi sepolcrali a’ templi

Fean pavimento; nè agl’incensi avvolto105

De’ cadaveri il lezzo i supplicanti

Contaminò; nè le città fur meste

D’effigïati scheletri: le madri

Balzan ne’ sonni esterrefatte, e tendono

Nude le braccia su l’amato capo110

Del lor caro lattante, onde nol desti

Il gemer lungo di persona morta

Chiedente la venal prece agli eredi

Dal santuario. Ma cipressi e cedri

Di puri effluvi i zefiri impregnando115

Perenne verde protendean su l’urne

Per memoria perenne; e prezïosi

Vasi accogliean le lagrime votive.

Rapìan gli amici una favilla al Sole

A illuminar la sotterranea notte,120

Perchè gli occhi dell’uom cercan morendo

Il Sole; e tutti l’ultimo sospiro

Mandano i petti alla fuggente luce.

Le fontane versando acque lustrali

Amaranti educavano e viole125

Su la funebre zolla; e chi sedea

A libar latte o a raccontar sue pene

Ai cari estinti, una fragranza intorno

Sentia qual d’aura de’ beati Elisi.

Pietosa insania che fa cari gli orti130

De’ suburbani avelli alle britanne

Vergini, dove le conduce amore

Della perduta madre, ove clementi

Pregaro i Geni del ritorno al prode

Che tronca fe’ la trîonfata nave135

Del maggior pino, e si scavò la bara.

Ma ove dorme il furor d’inclite gesta

E sien ministri al vivere civile

L’opulenza e il tremore, inutil pompa

E inaugurate immagini dell’Orco140

Sorgon cippi e marmorei monumenti.

Già il dotto e il ricco ed il patrizio vulgo,

Decoro e mente al bello Italo regno,

Nelle adulate reggie ha sepoltura

Già vivo, e i stemmi unica laude. A noi145

Morte apparecchi riposato albergo,

Ove una volta la fortuna cessi

Dalle vendette, e l’amistà raccolga

Non di tesori eredità, ma caldi

Sensi e di liberal carme l’esempio.150

A egregie cose il forte animo accendono

L’urne de’ forti, o Pindemonte; e bella

E santa fanno al peregrin la terra

Che le ricetta. Io quando il monumento

Vidi ove posa il corpo di quel grande155

Che, temprando lo scettro a’ regnatori,

Gli allor ne sfronda, ed alle genti svela

Di che lagrime grondi e di che sangue;

E l’arca di colui che nuovo Olimpo

Alzò in Roma a’ Celesti; e di chi vide160

Sotto l’etereo padiglion rotarsi

Più Mondi, e il Sole irradiarli immoto,

Onde all’Anglo che tanta ala vi stese

Sgombrò primo le vie del firmamento:

Te beata, gridai, per le felici165

Aure pregne di vita, e pe’ lavacri

Che da’ suoi gioghi a te versa Apennino!

Lieta dell’aer tuo veste la Luna

Di luce limpidissima i tuoi colli

Per vendemmia festanti, e le convalli170

Popolate di case e d’oliveti

Mille di fiori al ciel mandano incensi:

E tu prima, Firenze, udivi il carme

Che allegrò l’ira al Ghibellin fuggiasco,

E tu i cari parenti e l’idïoma175

Dèsti a quel dolce di Calliope labbro,

Che Amore in Grecia nudo e nudo in Roma

D’un velo candidissimo adornando,

Rendea nel grembo a Venere Celeste;

Ma più beata che in un tempio accolte180

Serbi l’Itale glorie, uniche forse

Da che le mal vietate Alpi e l’alterna

Onnipotenza delle umane sorti,

Armi e sostanze t’invadeano, ed are

E patria, e, tranne la memoria, tutto.185

Che ove speme di gloria agli animosi

Intelletti rifulga ed all’Italia,

Quindi trarrem gli auspici. E a questi marmi

Venne spesso Vittorio ad ispirarsi,

Irato a’ patrii Numi; errava muto190

Ove Arno è più deserto, i campi e il cielo

Desîoso mirando; e poi che nullo

Vivente aspetto gli molcea la cura,

Qui posava l’austero; e avea sul volto

Il pallor della morte e la speranza.195

Con questi grandi abita eterno: e l’ossa

Fremono amor di patria. Ah sì! da quella

Religïosa pace un Nume parla:

E nutrìa contro a’ Persi in Maratona

Ove Atene sacrò tombe a’ suoi prodi,200

La virtù greca e l’ira. Il navigante

Che veleggiò quel mar sotto l’Eubea,

Vedea per l’ampia oscurità scintille

Balenar d’elmi e di cozzanti brandi,

Fumar le pire igneo vapor, corrusche205

D’armi ferree vedea larve guerriere

Cercar la pugna; e all’orror de’ notturni

Silenzi si spandea lungo ne’ campi

Di falangi un tumulto e un suon di tube

E un incalzar di cavalli accorrenti210

Scalpitanti su gli elmi a’ moribondi,

E pianto, ed inni, e delle Parche il canto.

Felice te che il regno ampio de’ venti,

Ippolito, a’ tuoi verdi anni correvi!

E se il piloto ti drizzò l’antenna215

Oltre l’isole Egée, d’antichi fatti

Certo udisti suonar dell’Ellesponto

I liti, e la marea mugghiar portando

Alle prode Retèe l’armi d’Achille

Sovra l’ossa d’Ajace: a’ generosi220

Giusta di glorie dispensiera è morte:

Nè senno astuto, nè favor di regi

All’Itaco le spoglie ardue serbava,

Chè alla poppa raminga le ritolse

L’onda incitata dagl’inferni Dei.225

E me che i tempi ed il desio d’onore

Fan per diversa gente ir fuggitivo,

Me ad evocar gli eroi chiamin le Muse

Del mortale pensiero animatrici.

Siedon custodi de’ sepolcri, e quando230

Il tempo con sue fredde ale vi spazza

Fin le rovine, le Pimplèe fan lieti

Di lor canto i deserti, e l’armonia

Vince di mille secoli il silenzio.

Ed oggi nella Tròade inseminata235

Eterno splende a’ peregrini un loco

Eterno per la Ninfa a cui fu sposo

Giove, ed a Giove diè Dàrdano figlio,

Onde fur Troja e Assàraco e i cinquanta

Talami e il regno della Giulia gente.240

Però che quando Elettra udì la Parca

Che lei dalle vitali aure del giorno

Chiamava a’ cori dell’Eliso, a Giove

Mandò il voto supremo: E se diceva,

A te fur care le mie chiome e il viso245

E le dolci vigilie, e non mi assente

Premio miglior la volontà de’ fati,

La morta amica almen guarda dal cielo

Onde d’Elettra tua resti la fama.

Così orando moriva. E ne gemea250

L’Olimpio; e l’immortal capo accennando

Piovea dai crini ambrosia su la Ninfa

E fe’ sacro quel corpo e la sua tomba.

Ivi posò Erittonio: e dorme il giusto

Cenere d’Ilo; ivi l’Iliache donne255

Sciogliean le chiome, indarno, ahi! deprecando

Da’ lor mariti l’imminente fato;

Ivi Cassandra, allor che il Nume in petto

Le fea parlar di Troja il dì mortale,

Venne; e all’ombre cantò carme amoroso260

E guidava i nepoti, e l’amoroso

Apprendeva lamento a’ giovinetti.

E dicea sospirando: Oh se mai d’Argo,

Ove al Tidide e di Laerte al figlio

Pascerete i cavalli, a voi permetta265

Ritorno il cielo, invan la patria vostra

Cercherete! le mura, opra di Febo,

Sotto le lor reliquie fumeranno;

Ma i Penati di Troja avranno stanza

In queste tombe; chè de’ Numi è dono270

Servar nelle miserie altero nome.

E voi palme e cipressi che le nuore

Piantan di Priamo, e crescerete ahi! presto

Di vedovili lagrime innaffiati.

Proteggete i miei padri: e chi la scure275

Asterrà pio dalle devote frondi

Men si dorrà di consanguinei lutti

E santamente toccherà l’altare,

Proteggete i miei padri. Un dì vedrete

Mendico un cieco errar sotto le vostre280

Antichissime ombre, e brancolando

Penetrar negli avelli, e abbracciar l’urne,

E interrogarle. Gemeranno gli antri

Secreti, e tutta narrerà la tomba

Ilio raso due volte e due risorto285

Splendidamente su le mute vie

Per far più bello l’ultimo trofeo

Ai fatati Pelìdi. Il sacro vate,

Placando quelle afflitte alme col canto,

I prenci argivi eternerà per quante290

Abbraccia terre il gran padre Oceàno.

E tu, onore di pianti, Ettore, avrai,

Ove fia santo e lagrimato il sangue

Per la patria versato, e finchè il Sole

Risplenderà su le sciagure umane.295

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Autor
Ugo Foscolo (1778–1827) · Wikidata Q166234
Título
Dei Sepolcri (1835)
Lengua
italiano
Época
Romanticismo
Sala
La Biblioteca
Identificador
ws-it-dei-sepolcri-1835--ugo-foscolo-2ea119
Cita recomendada
Ugo Foscolo, «Dei Sepolcri (1835)», Poetósfera, poetosfera.com/p/ws-it-dei-sepolcri-1835--ugo-foscolo-2ea119.html

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