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PoetósferaLa BibliotecaMarcello Giovanetti

Marcello Giovanetti · Barroco

Colà dove con flebile singulto

italiano

Colá dove con flebile singulto

il precipizio suo piange Aniene,

mentre con procelloso aspro tumulto

giú da’ monti latini a cader viene,

che poi, placido fatto, or muove occulto

fra cavi sassi e sotterranee vene,

or con la lingua tremola de l’onde

lambendo va le tiburtine sponde;

s’apre vago giardin, di cui natura,

di cui l’arte la palma aver presume,

che poi (sia loro o negligenza o cura)

di cangiar le vicende han per costume.

Or dentro a queste villarecce mura,

libero volse imprigionarsi il fiume,

e sembra sol che di formar s’appaghi

loquaci fonti e taciturni laghi.

Qui le ninfe de’ liquidi cristalli

con le ninfe de’ monti in schiera accolte,

fabbricando tra lor trecce di balli,

ora in gruppi annodate ora disciolte,

scherzando gían per quegli ondosi calli

con auree chiome in su le fronti avvolte,

e di mirto e d’allòr frondosi rami

eran del biondo crin verdi legami.

Giunse fra loro altera donna armata

in sembiante magnanimo e augusto;

ferreo arnese copria la fronte aurata,

grave d’asta la man, d’usbergo il busto.

Forse in aspetto tale figurata

Pallade fu nel secolo vetusto,

e dagli anni e da l’arme ancor non doma

nel suo volto esprimea l’antica Roma.

Per ascoltar costei le gelid’urne

lasciâr de’ fonti lor Tetide e Flora;

dagli antri oscuri alzâr le membra eburne

la dea casta e la dea che n’innamora;

cessâr da l’opre solite dïurne

gli augelli e l’aure mormoranti allora,

e per non fare a lei garrule offese

il corso per udir l’onda sospese.

— O de l’altro Alessandro emolo altero —

disse — e de l’attio sangue inclito pegno,

splendor de l’ostro, cardine di Piero,

aquila lucidissima d’ingegno,

di magnanimitá ritratto vero,

de la nuda virtú ricco sostegno,

de l’antico valor novella prole

e del ciel de la gloria unico sole;

lascia oggimai, ti prego, i sette colli

che di Roma novella ornano il seno,

che sol di fasto allettatrici e folli

aure nutre nel torbido sereno,

ha mentiti i costumi, i vezzi ha molli,

nel facondo suo dir mesce il veleno,

e allora indice altrui guerra verace

quando par che piú spiri aura di pace.

Lascia pur Roma, e vieni omai qui dove

fresco è il rio, dolce è l’aura e lieto è il cielo;

nembo di perle qui l’aurora piove

qualor diffonde il maturino gielo;

la libertá, ch’invan si brama altrove,

qui sol lieta fiorisce in ogni stelo;

e van per l'amenissime pendici

l’aure, de l’alme ognor tranquillatrici.

Qui senza velo agli occhi altrui dispiega

nuda semplicitá le sue ricchezze;

qui riposa il Riposo e qui non nega

di compartir altrui pure dolcezze;

qui con laccio di gioia i sensi lega

l’ombra fra le real salvatichezze;

né può quinci lontano esser diviso

s’è ver ch’abbia la terra il paradiso.

Vieni, e de’ grandi Augusti il mio desio

di nuovo in te vagheggi i gesti e l’opre;

vieni, ch’ogn’uom costí fallace e rio

sotto contrario vel l’alma ricopre;

qui schietto il fonte e trasparente il rio

sin da l’intimo fondo il cor ti scopre;

e, di te imitatrice, in grembo ai fiori

versa prodiga vena i suoi tesori.

Se le romane mura e gli archi e i tempi

ti spiace forse di lasciarti a tergo,

qui, dagli Estensi tuoi sottratta agli empi,

mirerai d’altra Roma il prisco albergo;

ch’io qui ricovro e de’ passati scempi

fra i diluvi de l’acque il duol sommergo,

e trovo sol per questi chiostri ombrosi

nel secolo del ferro aurei riposi.

Qui, qui, scorno del tempo, onta de l’armi,

ogni abbattuta mole anco torreggia;

qui co’ teatri e con le statue parmi

traspiantata veder l’antica reggia;

distillan acque gli obelischi e i marmi

e quasi la cittá fra l’acque ondeggia;

vieni, e se ’l Tebro hai di veder desio

ho fra queste mie sponde il Tebro anch’io.

Qui potrá sollevar da gravi cure

l’alma tua degnamente ozio non vile:

vedrai Pandora acque salubri e pure

dal suo vaso stillar, fuor del suo stile;

e Bacco, invece pur d’uve mature,

ampie tazze colmar d’onda simile;

e, lasciato Elicona il bel Pegaso,

d’acque aprir con la zampa argenteo vaso.

Vedrai per te formar con saggi errori

i fonti, al ciel balzando, umidi giochi;

di finti augelli inanimati cori

sciorranno a te canti non finti o rochi;

vedrai lieta spelonca in cui gli Amori,

poste in disparte le saette e i fochi,

al cenno di colei che dal mar nacque,

i petti altrui san fulminar con l’acque.

Fastose ch’a tal gloria il ciel sortille,

se son di fasto qui l’onde capaci,

con riverenti, ossequïose stille

stamperan su ’l tuo piè gelidi baci:

le fontane piú lucide e tranquille

faransi al volto tuo specchi vivaci,

e ’l dio de l’onde anch’ei sará tenuto

darti in coppa d’argento il suo tributo.

Vieni, Alessandro, e mirerai disciorsi

in lagrime di gioia i vivi fonti;

a le tue piante i lor marmorei dorsi

supporran volentier portici e ponti;

e i simolacri e le colline forsi

per adorarti piegheran le fronti:

certo, per pregio suo fia che s’inchine

la palma e ’l lauro a coronarti il crine.

Ma se a l’altro Alessandro intero un mondo

era spazio incapace, angolo breve,

il tuo valor, che non ha mèta o fondo,

termine angusto imprigionar non deve.

Sollo, gran prence, e pur non mi confondo,

ma d’adempir miei voti anco fia lieve,

ché ben che sia maggior de l’ampia terra,

pure in brieve epiciclo il Sol si serra. —

Accompagnò quest’ultime parole

con lieti applausi ogn’aura, ogni spelonca,

e dispiegar da le canore gole

i selvaggi cantor voce non tronca;

ogn’onda mormorò piú che non suole

armonïosa entro la propria conca,

ed agli organi diè, con modo ignoto,

a tempo il canto ed a misura il moto.

Fûr veduti a la fin da cento bocche

cento fiumi versar gonfi serpenti,

e con tal precipizio avvien che fiocche

il bel diluvio di que’ molli argenti,

che sembra udir da le superbe ròcche

il sonoro ulular de’ bronzi ardenti.

Ai lieti augúri, al plauso de le linfe

Eco rispose e risero le ninfe.

Pastor del Tronto a vagheggiar sedea

gli orti famosi, a cui null’altro agguaglia,

di cui forse men bello esser dovea

o ’l giardino di Pesto o di Tessaglia.

Or mentre ei d’alta gioia il cor ricrea,

le sparse voci in verde pianta intaglia;

poi, con note che ruvide compose,

al gran prencipe estense il tutto espose.

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Autor
Marcello Giovanetti
Título
Colà dove con flebile singulto
Lengua
italiano
Época
Barroco
Sala
La Biblioteca
Identificador
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Cita recomendada
Marcello Giovanetti, «Colà dove con flebile singulto», Poetósfera, poetosfera.com/p/ws-it-cola-dove-con-flebile-singulto--marcello-giovanetti-dfdf6e.html

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