CADA PIEZA VIVE EN UNA DIRECCIÓN · NADA VIVE EN UNA SOLA SALA  

PoetósferaLa BibliotecaBernardino Baldi

Bernardino Baldi · Barroco

Celeo o l'Orto

italiano

Sparir vedeasi già per l’oriente

Qualche piccola stella, e spuntar l’alba:

Già salutar il giorno omai vicino

S’udia col canto il coronato augello,

Quando pian pian del letticiuolo umile

Celeo, vecchio cultor di pover orto,

Alzò desto dal sonno il pigro fianco,

E d’ogn’intorno biancheggiar vedendo

De l’uscio a gli spiragli il dubbio lume,

Cinto la vile e rozza gonna, ond’egli

Solea coprirsi, indi calzato il piede

Col duro cuoio rappezzato ed aspro,

Bramoso di saper se fosse il cielo

Ver l’oriente o torbido o sereno,

Mirollo, e poi che senza nubi il vide,

Prendendo augurio di felice giorno,

Tornò là ve’ ad un chiodo arida scorza

Pendea di vota zucca, il cui capace

Ventre fatta s’avea di molti semi

Separati fra lor fida conserva,

E di lor quegli eletti onde volea

L’orticel fecondar, postosi sopra

La manca spalla il zapponcello e ’l rastro,

Ne l’orto entrò, cui diligente intorno

Di prun contesta avea spinosa siepe

Ove parte spargendo i semi, parte

Svellendo dal terren l’erbe nocive,

Parte i solchi nettando, e parte d’acque

Empiendo largo vaso, onde la sera

Innaffiar ne potesse i fiori e l’erbe,

Tanta dimora fè, che non s’avvide

Tre il sol già di que’ spazi aver trascorso,

Onde i giorni e le notti egli misura.

E tal de l’opra sua prendea diletto,

Che tempo assai più lungo ito vi fora,

Se ’l natural desio, che mai non dorme

In uom, che neghittoso il dì non mena

Desto in lui non avesse altro pensiero.

Per pagar dunque il solito tributo

Al famelico ventre ed importuno

Entrato nel tugurio, e giù deposte

Le lucid’arme sue, tutto si diede

A prepararsi il consueto cibo.

E prima col fucil la dura selce

Spesso ripercotendo, il seme ardente

De la fiamma ne trasse, e lo raccolse

In arido fomento: e perchè pigro

Gli pareva e languente, il proprio fiato

Oprò per eccitarlo, e di frondosi

Nutrillo aridi rami: e quando vide

Che in tutto appreso avvalorossi ed arse,

Cinto d’un bianco lino, ambe le braccia

Spogliossi fino al cubito, e lavato

Che dal sudore ei s’ebbe e dalla polve

Le dure mani entro stagnato vaso

Che terso di splendor vincea l’argento,

Alquanto d’onda infuse, ed a la fiamma

Sovra a un punto locollo, ove tre piedi

Di ferro sostenean di ferro un cerchio:

Gittovvi poi, quando l’umor gli parve

Tepido, tanto sal, quanto a condirlo

Fosse bastante, e per non stare indarno,

Mentre l’onda bollia, per fissa tela

Fece passar di setole contesta

Di Cerere il tesor che in bianca polve

Ridotto avea sotto il pesante gro

De la volubil pietra: indi partendo

Con tagliente coltel rotonda forma

Di grasso cacio, che da topi ingordi

Ei difendea entro fiscella appesa

Al negro colmo, col forato ed aspro

Ferro tritollo, e cominciando omai

L’acqua d’intorno a l’infiammato fianco

Del vaso a gorgogliare a poco a poco

S’adattò con la destra a spargervi entro

La purgata farina non cessando

Con la sinistra intanto a mescer sempre

La farina e l’umor con saldo legno.

Quando poi tutta di sudor la fronte

Aspersa egli ebbe, e ’l bianco e molle corpe

Cominciò a diventar pallido e duro:

Aggiunse forza a l’opra e con la destra

A la sinistra man porgendo aita,

Per lo fondo del vaso il legno intorno

Fece volar con più veloci giri,

Finchè vedendo omai quella mistura

Nulla bisogno aver più di Vulcano,

Preso un bianco taglier di bianco faggio,

Fecene sovra quel rotondo massa:

E ratto corso là dov’egli avea

Molti vasi disposti in lunghe schiere,

Un piatto sopra tutti ampio e capace

Indi tolse, ed il terse con un filo

Ritroncando la massa in molte parti,

Il piano ne colmò, di trito cacio

Aspergendolo sempre a suolo a suolo.

E per non tralasciar cosa che d’uopo

Fosse per farla delicata e cara;

Mentre fumava ancor, sovra v’infuse

Di butirro gran copia, che dal caldo

Liquefatto stillante a poco a poco

Penetrò tutto il penetrabil corpo.

Condotta alfin quest’opra, e posto il vase

Così saldo com’era appresso al foco,

Provido ad altro attese: e volto il piede

Là v’egli larga pietra eretta avea

Sotto una grande e tortuosa vite

Che copria con le fronde un vicin fonte,

D’un panno la coperse in guisa bianco,

Che l’odor del bucato ancor serbava.

Quinci il picciol vasel sovra vi pose

Ove il sal si conserva, e’l pan che dolce

Gli era e soave, ancor che negro e vile

Di molte erbe odorate e molti frutti

Careolla al fin, che l’orticel cortese

Ognor dispensa: e da l’armario tolse

La ciotola capace, e ’l vaso antico

Del vin, cui logro avea l’uso frequente

Il manico ritondo, e rotto in parte

Le somme labbra onde il liquor si versa.

Preparato già il tutto, ed omai stanco

Del lungo faticar, poi che le mani

Tornato fu di nuovo a rilavarsi:

Accostossi a la mensa, e tutto lieto

Cominciò con gran gusto a scacciar lunge

Da se l’ingorda fame e l’importuna

Sete, e spesso temprando il vin con l’onda

Che dal fonte scorrea gelida e pura:

E già sazio era il ventre, e già il palato

Da lui più non chiedea bevanda od esca

Quando dietro la fame in lui serpendo

Queila stanchezza entrò, che dolce suole

Gli occhi gravar, mentre veloce il caldo

Vital sen corre al cibo, e lascia pigre

Le ristaurate membra: ond’egli, a cui

Il dì passar dormendo unqua non piacque,

Per non dar loco al sonno, in queste voci

Cominciando fra se, ruppe il silenzio.

O beato colui, che in pace vive

Questa vita mortal misera e breve;

La qual benchè sì bella appaia in vista,

Tosto langue però qual fiore in prato

O da falce o da piè pesto o reciso.

Ma infelice colui, che sempre in guerra

Seco col suo pensier mai non s’affronta;

Quel che da cure ambiziose avare

Tormentato mai sempre, un’ora, un punto

Di tranquillo non prova, e non sa quanto

Di gran lunga trapassi ogni tesoro

La cara povertà giusta innocente.

Abbiansi le cittadi, abbiansi pure

L’arti, onde nascon gli agi, e ’l viver molle;

Ch’a noi sommo piacer, sommo diletto

Fia ’l contemplar or verdi or biancheggianti

Le seminate biade in rimirando

L’antiche selve, le sassosse grotte,

L’opache valli, i monti, i vivi laghi,

L’acque stagnanti, e i mobili cristalli,

Il sentir lieti a l’ora mattutina

Disciolti al canto ir gorgheggiando a gara

Le vaghe lodolette, e gli ussignuoli:

De le tortore udir, de le colombe

I gemiti e i sussorri, e da gli arbusti

Di rugiada pasciute le cicale

Roco doppiar sul mezzo giorno il canto.

Pochi san quanto giovi i membri lassi

Gittar talor dormendo in qualche piaggia

Fresca erbosa fiorita appresso un rivo,

Che mormorando col garrir s’accordi

De gli augelli, de l’aure e de le frondi.

Ma qual piacer s’agguaglia a quel ch’io prendo

Solamente da te, mio picciol orto,

Da te, ch’a me città, palazzo, e loggia,

A me sei vigna e campo e selva e prato.

Tu di salubri erbette ognor fecondo

Porgi a la mensa mia non compro cibo,

Tu l’ozio da me scacci, e da te viene,

Che benchè già canute aggia le tempie,

Di robustezza a giovane non ceda.

Tu dal mio petto le noiose cure

Longe sbandisci, e ’n vece lor v’induci

Piacer, letizia e pace, e sei cagione

Ch’io non invidi l’aurea verga, e ’l manto,

E le ricchezze che dal mondo avaro

Fanno ammirar gl’Imperadori e i Regi.

Qual si trova piacer, che tu non abbia?

Qual hai piacer, che d’util non sia misto?

O qual utile è ’l tuo, che da l’onesto

Si veggia, come molti, esser discorde?

Tu l’occhio pasci, se dell’erbe mira

I nativi smeraldi e i vaghi fiori

Godon per te gli orecchi in ascoltando

Il grato sussurrar de l’api industri,

Mentre predando vanno ai primi albori

Da’ fior le dolci rugiadose stille

Senso non ha chi l’odor tuo non sente,

Odor che la viola il croco e ’l giglio

Il narciso, la rosa intorno sparge.

Piaccion le gemme a gli occhi, e piace l’oro,

Ma non ne gode il gusto: il gusto poi

D’altre cose piacer talora sente,

Di cui nulla il veder diletto prende.

E così avviene a te, poi che non meno

L’occhio mi pasci tu di quel che faccia

Il gusto ed ogni senso: io se desio

L’oro veder, del già maturo cedro

La spoglia miro, che s’assembra a l’oro;

Se l’oro poi che di rubin sia carco,

A la siepe mi volgo ove il granato

Maturo e mezzo aperto i suoi tesori

Mi scopre, se veder gli altri lapilli

Chieggio, ecco l’uve di color mature

Pendenti giù da pampinosi rami

Ma qual altro diletto a quel s’agguaglia,

Che dà il veder sovra un medesimo tronco,

Sovra un medesimo ramo il pero il pomo

E la mandola e ’l pesco e ’l fico e ’l pruno:

Ed una sola pianta a sì diversi

Figli somministrar madre cortese

Con nuovo modo il nutrimento e ’l latte?

Taccio tante altre gioie e tanti beni,

Che mi vengon da te, caro orticello;

Ed a voi mi rivolgo, o Dei, ch’avete

De gli orti cura, e di chi agli orti attende.

Fa dunque, Clori, tu che mai non manchi

Al mio verde terren copia di fiori.

Tu fa, Pomona, che de’ frutti loro

Non sian de gli arbor mai vedovi i rami.

E tu che tante e sì diverse forme

Prendi, Vertunno, il culto mio difendi

Or con la spada se soldato sei,

Or col pungente stimolo se i buoi,

Giunger ti piace al giogo: e tu, Priapo,

S’unqua gli altari tuoi di fiori ornai

Con la gran falce e con l’altre arme orrende

Spaventa i ladri che notturni vanno

Predando ingiusti le fatiche altrui;

Crescete, erbette e fior, crescete lieti,

Se ’l ciel benigno a voi giammai non neghi

Tepidi soli e temperata pioggia.

Sì dicea seco il povero Celeo

Ne la sua povertà felice a pieno,

Quand’io, cui men di lui l’ozio non piace,

Per non perdere il tempo a dir m’accinsi

Come industre nocchier quel legno formi

Ch’e’ dee guidar per non segnate vie.

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Autor
Bernardino Baldi
Título
Celeo o l'Orto
Lengua
italiano
Época
Barroco
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Identificador
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