Sparir vedeasi già per l’oriente
Qualche piccola stella, e spuntar l’alba:
Già salutar il giorno omai vicino
S’udia col canto il coronato augello,
Quando pian pian del letticiuolo umile
Celeo, vecchio cultor di pover orto,
Alzò desto dal sonno il pigro fianco,
E d’ogn’intorno biancheggiar vedendo
De l’uscio a gli spiragli il dubbio lume,
Cinto la vile e rozza gonna, ond’egli
Solea coprirsi, indi calzato il piede
Col duro cuoio rappezzato ed aspro,
Bramoso di saper se fosse il cielo
Ver l’oriente o torbido o sereno,
Mirollo, e poi che senza nubi il vide,
Prendendo augurio di felice giorno,
Tornò là ve’ ad un chiodo arida scorza
Pendea di vota zucca, il cui capace
Ventre fatta s’avea di molti semi
Separati fra lor fida conserva,
E di lor quegli eletti onde volea
L’orticel fecondar, postosi sopra
La manca spalla il zapponcello e ’l rastro,
Ne l’orto entrò, cui diligente intorno
Di prun contesta avea spinosa siepe
Ove parte spargendo i semi, parte
Svellendo dal terren l’erbe nocive,
Parte i solchi nettando, e parte d’acque
Empiendo largo vaso, onde la sera
Innaffiar ne potesse i fiori e l’erbe,
Tanta dimora fè, che non s’avvide
Tre il sol già di que’ spazi aver trascorso,
Onde i giorni e le notti egli misura.
E tal de l’opra sua prendea diletto,
Che tempo assai più lungo ito vi fora,
Se ’l natural desio, che mai non dorme
In uom, che neghittoso il dì non mena
Desto in lui non avesse altro pensiero.
Per pagar dunque il solito tributo
Al famelico ventre ed importuno
Entrato nel tugurio, e giù deposte
Le lucid’arme sue, tutto si diede
A prepararsi il consueto cibo.
E prima col fucil la dura selce
Spesso ripercotendo, il seme ardente
De la fiamma ne trasse, e lo raccolse
In arido fomento: e perchè pigro
Gli pareva e languente, il proprio fiato
Oprò per eccitarlo, e di frondosi
Nutrillo aridi rami: e quando vide
Che in tutto appreso avvalorossi ed arse,
Cinto d’un bianco lino, ambe le braccia
Spogliossi fino al cubito, e lavato
Che dal sudore ei s’ebbe e dalla polve
Le dure mani entro stagnato vaso
Che terso di splendor vincea l’argento,
Alquanto d’onda infuse, ed a la fiamma
Sovra a un punto locollo, ove tre piedi
Di ferro sostenean di ferro un cerchio:
Gittovvi poi, quando l’umor gli parve
Tepido, tanto sal, quanto a condirlo
Fosse bastante, e per non stare indarno,
Mentre l’onda bollia, per fissa tela
Fece passar di setole contesta
Di Cerere il tesor che in bianca polve
Ridotto avea sotto il pesante gro
De la volubil pietra: indi partendo
Con tagliente coltel rotonda forma
Di grasso cacio, che da topi ingordi
Ei difendea entro fiscella appesa
Al negro colmo, col forato ed aspro
Ferro tritollo, e cominciando omai
L’acqua d’intorno a l’infiammato fianco
Del vaso a gorgogliare a poco a poco
S’adattò con la destra a spargervi entro
La purgata farina non cessando
Con la sinistra intanto a mescer sempre
La farina e l’umor con saldo legno.
Quando poi tutta di sudor la fronte
Aspersa egli ebbe, e ’l bianco e molle corpe
Cominciò a diventar pallido e duro:
Aggiunse forza a l’opra e con la destra
A la sinistra man porgendo aita,
Per lo fondo del vaso il legno intorno
Fece volar con più veloci giri,
Finchè vedendo omai quella mistura
Nulla bisogno aver più di Vulcano,
Preso un bianco taglier di bianco faggio,
Fecene sovra quel rotondo massa:
E ratto corso là dov’egli avea
Molti vasi disposti in lunghe schiere,
Un piatto sopra tutti ampio e capace
Indi tolse, ed il terse con un filo
Ritroncando la massa in molte parti,
Il piano ne colmò, di trito cacio
Aspergendolo sempre a suolo a suolo.
E per non tralasciar cosa che d’uopo
Fosse per farla delicata e cara;
Mentre fumava ancor, sovra v’infuse
Di butirro gran copia, che dal caldo
Liquefatto stillante a poco a poco
Penetrò tutto il penetrabil corpo.
Condotta alfin quest’opra, e posto il vase
Così saldo com’era appresso al foco,
Provido ad altro attese: e volto il piede
Là v’egli larga pietra eretta avea
Sotto una grande e tortuosa vite
Che copria con le fronde un vicin fonte,
D’un panno la coperse in guisa bianco,
Che l’odor del bucato ancor serbava.
Quinci il picciol vasel sovra vi pose
Ove il sal si conserva, e’l pan che dolce
Gli era e soave, ancor che negro e vile
Di molte erbe odorate e molti frutti
Careolla al fin, che l’orticel cortese
Ognor dispensa: e da l’armario tolse
La ciotola capace, e ’l vaso antico
Del vin, cui logro avea l’uso frequente
Il manico ritondo, e rotto in parte
Le somme labbra onde il liquor si versa.
Preparato già il tutto, ed omai stanco
Del lungo faticar, poi che le mani
Tornato fu di nuovo a rilavarsi:
Accostossi a la mensa, e tutto lieto
Cominciò con gran gusto a scacciar lunge
Da se l’ingorda fame e l’importuna
Sete, e spesso temprando il vin con l’onda
Che dal fonte scorrea gelida e pura:
E già sazio era il ventre, e già il palato
Da lui più non chiedea bevanda od esca
Quando dietro la fame in lui serpendo
Queila stanchezza entrò, che dolce suole
Gli occhi gravar, mentre veloce il caldo
Vital sen corre al cibo, e lascia pigre
Le ristaurate membra: ond’egli, a cui
Il dì passar dormendo unqua non piacque,
Per non dar loco al sonno, in queste voci
Cominciando fra se, ruppe il silenzio.
O beato colui, che in pace vive
Questa vita mortal misera e breve;
La qual benchè sì bella appaia in vista,
Tosto langue però qual fiore in prato
O da falce o da piè pesto o reciso.
Ma infelice colui, che sempre in guerra
Seco col suo pensier mai non s’affronta;
Quel che da cure ambiziose avare
Tormentato mai sempre, un’ora, un punto
Di tranquillo non prova, e non sa quanto
Di gran lunga trapassi ogni tesoro
La cara povertà giusta innocente.
Abbiansi le cittadi, abbiansi pure
L’arti, onde nascon gli agi, e ’l viver molle;
Ch’a noi sommo piacer, sommo diletto
Fia ’l contemplar or verdi or biancheggianti
Le seminate biade in rimirando
L’antiche selve, le sassosse grotte,
L’opache valli, i monti, i vivi laghi,
L’acque stagnanti, e i mobili cristalli,
Il sentir lieti a l’ora mattutina
Disciolti al canto ir gorgheggiando a gara
Le vaghe lodolette, e gli ussignuoli:
De le tortore udir, de le colombe
I gemiti e i sussorri, e da gli arbusti
Di rugiada pasciute le cicale
Roco doppiar sul mezzo giorno il canto.
Pochi san quanto giovi i membri lassi
Gittar talor dormendo in qualche piaggia
Fresca erbosa fiorita appresso un rivo,
Che mormorando col garrir s’accordi
De gli augelli, de l’aure e de le frondi.
Ma qual piacer s’agguaglia a quel ch’io prendo
Solamente da te, mio picciol orto,
Da te, ch’a me città, palazzo, e loggia,
A me sei vigna e campo e selva e prato.
Tu di salubri erbette ognor fecondo
Porgi a la mensa mia non compro cibo,
Tu l’ozio da me scacci, e da te viene,
Che benchè già canute aggia le tempie,
Di robustezza a giovane non ceda.
Tu dal mio petto le noiose cure
Longe sbandisci, e ’n vece lor v’induci
Piacer, letizia e pace, e sei cagione
Ch’io non invidi l’aurea verga, e ’l manto,
E le ricchezze che dal mondo avaro
Fanno ammirar gl’Imperadori e i Regi.
Qual si trova piacer, che tu non abbia?
Qual hai piacer, che d’util non sia misto?
O qual utile è ’l tuo, che da l’onesto
Si veggia, come molti, esser discorde?
Tu l’occhio pasci, se dell’erbe mira
I nativi smeraldi e i vaghi fiori
Godon per te gli orecchi in ascoltando
Il grato sussurrar de l’api industri,
Mentre predando vanno ai primi albori
Da’ fior le dolci rugiadose stille
Senso non ha chi l’odor tuo non sente,
Odor che la viola il croco e ’l giglio
Il narciso, la rosa intorno sparge.
Piaccion le gemme a gli occhi, e piace l’oro,
Ma non ne gode il gusto: il gusto poi
D’altre cose piacer talora sente,
Di cui nulla il veder diletto prende.
E così avviene a te, poi che non meno
L’occhio mi pasci tu di quel che faccia
Il gusto ed ogni senso: io se desio
L’oro veder, del già maturo cedro
La spoglia miro, che s’assembra a l’oro;
Se l’oro poi che di rubin sia carco,
A la siepe mi volgo ove il granato
Maturo e mezzo aperto i suoi tesori
Mi scopre, se veder gli altri lapilli
Chieggio, ecco l’uve di color mature
Pendenti giù da pampinosi rami
Ma qual altro diletto a quel s’agguaglia,
Che dà il veder sovra un medesimo tronco,
Sovra un medesimo ramo il pero il pomo
E la mandola e ’l pesco e ’l fico e ’l pruno:
Ed una sola pianta a sì diversi
Figli somministrar madre cortese
Con nuovo modo il nutrimento e ’l latte?
Taccio tante altre gioie e tanti beni,
Che mi vengon da te, caro orticello;
Ed a voi mi rivolgo, o Dei, ch’avete
De gli orti cura, e di chi agli orti attende.
Fa dunque, Clori, tu che mai non manchi
Al mio verde terren copia di fiori.
Tu fa, Pomona, che de’ frutti loro
Non sian de gli arbor mai vedovi i rami.
E tu che tante e sì diverse forme
Prendi, Vertunno, il culto mio difendi
Or con la spada se soldato sei,
Or col pungente stimolo se i buoi,
Giunger ti piace al giogo: e tu, Priapo,
S’unqua gli altari tuoi di fiori ornai
Con la gran falce e con l’altre arme orrende
Spaventa i ladri che notturni vanno
Predando ingiusti le fatiche altrui;
Crescete, erbette e fior, crescete lieti,
Se ’l ciel benigno a voi giammai non neghi
Tepidi soli e temperata pioggia.
Sì dicea seco il povero Celeo
Ne la sua povertà felice a pieno,
Quand’io, cui men di lui l’ozio non piace,
Per non perdere il tempo a dir m’accinsi
Come industre nocchier quel legno formi
Ch’e’ dee guidar per non segnate vie.