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PoetósferaLa BibliotecaGiosuè Carducci

Giosuè Carducci · Modernismo

Canzone di Legnano

italiano

Sta Federico imperatore in Como.

Ed ecco un messaggero entra in Milano

Da Porta Nova a briglie abbandonate.

“Popolo di Milano,„ ei passa e chiede,

.mw-parser-output .numeroriga{float:right;color:var(--color-subtle,#666);font-size:70%;user-select:none}5“Fatemi scorta al console Gherardo„.

Il consolo era in mezzo de la piazza,

E il messagger piegato in su l’arcione

Parlò brevi parole e spronò via.

Allor fe’ cenno il console Gherardo,

10E squillaron le trombe a parlamento.

Squillarono le trombe a parlamento:

Ché non anche risurto era il palagio

Su’ gran pilastri, né l’arengo v’era,

Né torre v’era, né a la torre in cima

15La campana. Fra i ruderi che neri

Verdeggiavan di spine, fra le basse

Case di legno, ne la breve piazza

I milanesi tenner parlamento

Al sol di maggio. Da finestre e porte

20Le donne riguardavano e i fanciulli.

“Signori milanesi,„ il consol dice,

“La primavera in fior mena tedeschi

Pur come d’uso. Fanno pasqua i lurchi

Ne le lor tane, e poi calano a valle.

25Per l’Engadina due scomunicati

Arcivescovi trassero lo sforzo.

Trasse la bionda imperatrice al sire

Il cuor fido e un esercito novello.

Como è coi forti, e abbandonò la lega.„

30Il popol grida: “L’esterminio a Como.„

“Signori milanesi,„ il consol dice,

“L’imperator, fatto lo stuolo in Como,

Move l’oste a raggiungere il marchese

Di Monferrato ed i pavesi. Quale

35Volete, milanesi? od aspettare

Da l’argin novo riguardando in arme,

O mandar messi a Cesare, o affrontare

A lancia e spada il Barbarossa in campo?„

“A lancia e spada,„ tona il parlamento,

40“A lancia e spada, il Barbarossa, in campo.„

Or si fa innanzi Alberto di Giussano.

Di ben tutta la spalla egli soverchia

Gli accolti in piedi al console d’intorno.

Ne la gran possa de la sua persona

45Torreggia in mezzo al parlamento: ha in mano

La barbuta: la bruna capelliera

Il lato collo e l’ampie spalle inonda.

Batte il sol ne la chiara onesta faccia,

Ne le chiome e ne gli occhi risfavilla.

50È la sua voce come tuon di maggio.

“Milanesi, fratelli popol mio!

Vi sovvien„ dice Alberto di Giussano

"Calen di marzo? I consoli sparuti

Cavalcarono a Lodi, e con le spade

55Nude in man gli giurar l’obedïenza.

Cavalcammo trecento al quarto giorno.

Ed a i piedi, baciando, gli ponemmo

I nostri belli trentasei stendardi.

Mastro Guitelmo gli offerì le chiavi

60Di Milano affamata. E non fu nulla.„

“Vi sovvien„ dice Alberto di Giussano

“Il dí sesto di marzo? A i piedi ei volle

Tutti i fanti ed il popolo e le insegne.

Gli abitanti venian de le tre porte,

65Il carroccio venía parato a guerra;

Gran tratta poi di popolo, e le croci

Teneano in mano. Innanzi a lui le trombe

Del carroccio mandar gli ultimi squilli,

Innanzi a lui l’antenna del carroccio

70Inchinò il gonfalone. Ei toccò i lembi.„

“Vi sovvien?„ dice Alberto di Giussano:

“Vestiti i sacchi de la penitenza,

Co’ piedi scalzi, con le corde al collo,

Sparsi i capi di cenere, nel fango

75C’inginocchiammo, e tendevam le braccia,

E chiamavam misericordia. Tutti

Lacrimavan, signori e cavalieri,

A lui d’intorno. Ei, dritto, in piedi, presso

Lo scudo imperïal, ci riguardava.

80Muto, col suo dïamantino sguardo.„

“Vi sovvien,„ dice Alberto di Giussano,

“Che tornando a l’obbrobrio la dimane

Scorgemmo da la via l’imperatrice

Da i cancelli a guardarci? E pe’ i cancelli

85Noi gittammo le croci a lei gridando

— O bionda, o bella imperatrice, o fida,

O pia, mercé, mercé di nostre donne! —

Ella trassesi indietro. Egli c’impose

Porte e muro atterrar de le due cinte

90Tanto ch’ei con schierata oste passasse.„

“Vi sovvien?„ dice Alberto di Giussano:

“Nove giorni aspettammo; e si partiro

L’arcivescovo i conti e i valvassori,

Venne al decimo il bando — Uscite, o tristi,

95Con le donne co i figli e con le robe:

Otto giorni vi dà l’imperatore — .

E noi corremmo urlando a Sant’Ambrogio,

Ci abbracciammo a gli altari ed a i sepolcri.

Via da la chiesa, con le donne e i figli,

100Via ci cacciaron come can tignosi.„

“Vi sovvien„ dice Alberto di Giussano

“La domenica triste de gli ulivi?

Ahi passïon di Cristo e di Milano!

Da i quattro Corpi santi ad una ad una

105Crosciar vedemmo le trecento torri

De la cerchia; ed al fin per la ruina

Polverosa ci apparvero le case

Spezzate, smozzicate, sgretolate;

Parean file di scheltri in cimitero.

110Di sotto, l’ossa ardean de’ nostri morti.„

Cosí dicendo Alberto di Giussano

Con tutt’e due le man copriasi gli occhi,

E singhiozzava: in mezzo al parlamento

Singhiozzava e piangea come un fanciullo.

115Ed allora per tutto il parlamento

Trascorse quasi un fremito di belve.

Da le porte le donne e da i veroni,

Pallide, scarmigliate, con le braccia

Tese e gli occhi sbarrati al parlamento,

120Urlavano — Uccidete il Barbarossa — .

“Or ecco,„ dice Alberto di Giussano,

“Ecco, io non piango più. Venne il dí nostro,

O milanesi, e vincere bisogna.

Ecco: io m’asciugo gli occhi, e a te guardando,

125O bel sole di Dio, fo sacramento:

Diman da sera i nostri morti avranno

Una dolce novella in purgatorio:

E la rechi pur io!„ Ma il popol dice:

“Fia meglio i messi imperïali.„ Il sole

130Ridea calando dietro il Resegone.

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Autor
Giosuè Carducci (1835–1907) · Wikidata Q43440
Título
Canzone di Legnano
Lengua
italiano
Época
Modernismo
Sala
La Biblioteca
Identificador
ws-it-canzone-di-legnano--giosue-carducci-8741e4
Cita recomendada
Giosuè Carducci, «Canzone di Legnano», Poetósfera, poetosfera.com/p/ws-it-canzone-di-legnano--giosue-carducci-8741e4.html

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