CADA PIEZA VIVE EN UNA DIRECCIÓN · NADA VIVE EN UNA SOLA SALA  

PoetósferaLa BibliotecaNicola Sole

Nicola Sole · Romanticismo

Amenità di Reggio

italiano

Di queste ultime forse itale sponde

V’ha più vago paese? È quello il Faro,

Ove da le voragini profonde

Scilla e Cariddi fervono del paro

Rapacemente, e su pel mar cangiante

Quasi pinta ne appar l’ira estuante.

Ve’ come, onda sovr’onda esagitata,

Giù l’assidua marea si rompe e tuona,

E in improvvisi abissi or si dilata,

E d’improvvisi colli or s’incorona,

Terror de’ naviganti. Ecco lo Stretto

Di formidato ed ammirando aspetto!

L’interfuso Oceàn parte gli Etnei

Dal grembo del materno italo suolo:

Per questa proda genïal, cui dei

Preporre il singolar Bosforo solo,

Guidan danze le Grazie, e più gentile

Il puro aër balena al sol d’aprile.

Ove tu volga il piè, fiori qui premi:

Qui l’està sorridente obblia sua meta;

Qui di soavi e gravidi racemi

Avvolge Autunno la sua fronte lieta;

Da questi inverni temperati e brevi

Fugge remoto il gel, fuggon le nevi.

Mentre voli coll’alma innamorata

A l’Aretusio fonte, ecco le vette

De l’Etna! Ecco Messina! Ecco la Fata,

Che per sì varie guise i rai riflette

Del sol nascente, quando l’alba estiva

De le porpore sue veste la riva!

Pe’ concavi del mare e pe’ convessi

Specchi del ciel Morgana i rai sorgenti

Mesce e tempera sì, che, pinte in essi,

Salde dirai le imagini e viventi

Di Glauco afflitto che d’amor ragiona,

E di Zancle la bella, e di Catona.

Mira portenti! E noi l’Euripo, e noi

De l’Ermo aurato ammirïam la sponda,

E Corinto che specchia i merli suoi

Entro al duplice mar che la circonda,

E Delo illustre, e Pafo, e Tempe ombrosa,

Cullata da perenne aura odorosa?

Quanto all’Idaspe glorïoso, oh quanto

Questa proda sovrasta, e al cristallino

Pe’ recessi Pimplei fonte del canto,

Che da’ poeti ancor detto è divino!

Qui le più fresche rose intreccia, o Flora,

E dell’unica Reggio il vel ne indora!

Guarda siccome pe’ vicini clivi

L’alma città soavemente sale,

E de’ colori più sereni e vivi

La s’inghirlanda in maestà reale!

Ve’ con che vezzo le sue braccia aperte

A l’onda Ionia e al mar sican converte!

Ella somiglia a un arbore lucente

Che per l’aere spanda i rami d’oro,

Ed intorno al cui piè l’onda corrente

Volga in gelidi gorghi il suo tesoro;

Arbor che a tempo al provvido cultore

Renderà frutto di soave odore.

E mai non perde de le fronde il vezzo,

E gareggian di poma i suoi cederni,

Nè langue adusta de la state al mezzo,

Nè langue al gel de’ ricorrenti inverni;

Che se pur l’austro violento e diro

Ne rompe l’aër col suo rauco spiro,

Unqua di Borea non estingue il gelo

Le sue lascivïenti aure amorose.

E quando il suol sotto quest’aureo cielo

Al novo april s’imporpora di rose,

L’arancio in fior, che tutte empie le sponde,

Da le nivee corolle incensi effonde.

Qui la villa gentil di Musitano,

Che a nessun’altra invidiar potria,

Fiori approdati da paese estrano,

O schiusi a questa dolce aura natia,

De la innata beltà sorvanza il segno

Per le industrie dell’arte e dell’ingegno.

O Villa di Valerio, o Bagno ameno,

O caro ostello, ed a le muse amico!

O Leucopètra, o trarupato seno,

Indizio ancor di cataclismo antico,

Tu gl’immertati ignivomi furori

Del fulmineo gigante anche deplori!

O nepoti di Roma, o voi che molte

Glorie v’imprometteste oltre l’avita,

De la villa Valeria a le insepolte

Reliquie or date nuovo lustro e vita,

E a l’appia via che tanto suol rigava,

Ed a’ sacri di Roma atrii piegava.

O Terra avventurata! O d’ogni bene,

O di tutti i tesor colma da Dio!

Paolo, che a le fatali itale arene

Primo i portenti de la fede aprio,

Terra felice, a’ figli tuoi primiero

Temprò l’ingegno ne l’eterno vero;

Quando le truci per crüor materno

D’Oreste ei ruppe espïatorie tede,

Ed una luce, cui dal ciel superno

Per forza ei trasse de la nuova fede,

Sovra colonna, ornai vetusta, ei mise,

Ed ogni cor maravigliando arrise.

Ed or qui l’eco di consorti squille

Suol ne la notte rammentar la morte

Con cento tocchi a le dormenti ville;

Ed allor che il meriggio arde più forte

Con altrettanti da le torri invita

Del pasto usato a confortar la vita.

E quivi, ond’oggi supplici concenti

Da serafico chiostro ergonsi a Dio,

Divorato dall’impeto de’ venti

Un solingo cipresso un dì fiorio,

A cui le genti ivan piegando intorno

Innanzi all’ira barbaresca un giorno.

Ma già di sangue inespïato oscure

L’arme di que’ terribili corsari,

Quasi trofeo di belliche venture,

Pendon da’ templi e da’ tranquilli altari...

Eterno Iddio! Tu, la cui man rinserra

I destini del cielo e de la terra,

Cure, affanni, ed ogni altra opra nefanda

Da questa bella regïon rimuovi;

Sì che quanto la terra e il mar le manda

In tutta pace rifruir le giovi:

Tu fra le spire di miglior catena

Il suo vicino Encelado raffrena,

Perchè di nuovo questo suol beato

Non balzi a l’urto del terribil piede!...

D’ogni bell’opra il fior guarda rinato

In questo popol di Giapeto erede;

Ed un’età, cui nè proposto audace,

Nè demenza maggior turbò la pace,

Di sua mitezza esulterà fra poco,

E de’ veggenti il provvido pensiero

Securo passerà di loco in loco

Degli ardui studi ad allargar l’impero,

E l’abbondanza verserà maggiori

Su le bruzie campagne i suoi tesori.

Sigue explorando

Por su autor
Nicola Sole · 1 pieza más en la casa
Dónde vive
La Biblioteca

Canti (Sole) →

Expediente

Autor
Nicola Sole
Título
Amenità di Reggio
Lengua
italiano
Época
Romanticismo
Sala
La Biblioteca
Identificador
ws-it-amenita-di-reggio--nicola-sole-2ecae9
Cita recomendada
Nicola Sole, «Amenità di Reggio», Poetósfera, poetosfera.com/p/ws-it-amenita-di-reggio--nicola-sole-2ecae9.html

Las obras de dominio público se reproducen íntegras, con atribución y en la ortografía de su impreso. ¿Ves una errata o conoces una fuente mejor? Escríbenos desde Sobre la casa.