Di queste ultime forse itale sponde
V’ha più vago paese? È quello il Faro,
Ove da le voragini profonde
Scilla e Cariddi fervono del paro
Rapacemente, e su pel mar cangiante
Quasi pinta ne appar l’ira estuante.
Ve’ come, onda sovr’onda esagitata,
Giù l’assidua marea si rompe e tuona,
E in improvvisi abissi or si dilata,
E d’improvvisi colli or s’incorona,
Terror de’ naviganti. Ecco lo Stretto
Di formidato ed ammirando aspetto!
L’interfuso Oceàn parte gli Etnei
Dal grembo del materno italo suolo:
Per questa proda genïal, cui dei
Preporre il singolar Bosforo solo,
Guidan danze le Grazie, e più gentile
Il puro aër balena al sol d’aprile.
Ove tu volga il piè, fiori qui premi:
Qui l’està sorridente obblia sua meta;
Qui di soavi e gravidi racemi
Avvolge Autunno la sua fronte lieta;
Da questi inverni temperati e brevi
Fugge remoto il gel, fuggon le nevi.
Mentre voli coll’alma innamorata
A l’Aretusio fonte, ecco le vette
De l’Etna! Ecco Messina! Ecco la Fata,
Che per sì varie guise i rai riflette
Del sol nascente, quando l’alba estiva
De le porpore sue veste la riva!
Pe’ concavi del mare e pe’ convessi
Specchi del ciel Morgana i rai sorgenti
Mesce e tempera sì, che, pinte in essi,
Salde dirai le imagini e viventi
Di Glauco afflitto che d’amor ragiona,
E di Zancle la bella, e di Catona.
Mira portenti! E noi l’Euripo, e noi
De l’Ermo aurato ammirïam la sponda,
E Corinto che specchia i merli suoi
Entro al duplice mar che la circonda,
E Delo illustre, e Pafo, e Tempe ombrosa,
Cullata da perenne aura odorosa?
Quanto all’Idaspe glorïoso, oh quanto
Questa proda sovrasta, e al cristallino
Pe’ recessi Pimplei fonte del canto,
Che da’ poeti ancor detto è divino!
Qui le più fresche rose intreccia, o Flora,
E dell’unica Reggio il vel ne indora!
Guarda siccome pe’ vicini clivi
L’alma città soavemente sale,
E de’ colori più sereni e vivi
La s’inghirlanda in maestà reale!
Ve’ con che vezzo le sue braccia aperte
A l’onda Ionia e al mar sican converte!
Ella somiglia a un arbore lucente
Che per l’aere spanda i rami d’oro,
Ed intorno al cui piè l’onda corrente
Volga in gelidi gorghi il suo tesoro;
Arbor che a tempo al provvido cultore
Renderà frutto di soave odore.
E mai non perde de le fronde il vezzo,
E gareggian di poma i suoi cederni,
Nè langue adusta de la state al mezzo,
Nè langue al gel de’ ricorrenti inverni;
Che se pur l’austro violento e diro
Ne rompe l’aër col suo rauco spiro,
Unqua di Borea non estingue il gelo
Le sue lascivïenti aure amorose.
E quando il suol sotto quest’aureo cielo
Al novo april s’imporpora di rose,
L’arancio in fior, che tutte empie le sponde,
Da le nivee corolle incensi effonde.
Qui la villa gentil di Musitano,
Che a nessun’altra invidiar potria,
Fiori approdati da paese estrano,
O schiusi a questa dolce aura natia,
De la innata beltà sorvanza il segno
Per le industrie dell’arte e dell’ingegno.
O Villa di Valerio, o Bagno ameno,
O caro ostello, ed a le muse amico!
O Leucopètra, o trarupato seno,
Indizio ancor di cataclismo antico,
Tu gl’immertati ignivomi furori
Del fulmineo gigante anche deplori!
O nepoti di Roma, o voi che molte
Glorie v’imprometteste oltre l’avita,
De la villa Valeria a le insepolte
Reliquie or date nuovo lustro e vita,
E a l’appia via che tanto suol rigava,
Ed a’ sacri di Roma atrii piegava.
O Terra avventurata! O d’ogni bene,
O di tutti i tesor colma da Dio!
Paolo, che a le fatali itale arene
Primo i portenti de la fede aprio,
Terra felice, a’ figli tuoi primiero
Temprò l’ingegno ne l’eterno vero;
Quando le truci per crüor materno
D’Oreste ei ruppe espïatorie tede,
Ed una luce, cui dal ciel superno
Per forza ei trasse de la nuova fede,
Sovra colonna, ornai vetusta, ei mise,
Ed ogni cor maravigliando arrise.
Ed or qui l’eco di consorti squille
Suol ne la notte rammentar la morte
Con cento tocchi a le dormenti ville;
Ed allor che il meriggio arde più forte
Con altrettanti da le torri invita
Del pasto usato a confortar la vita.
E quivi, ond’oggi supplici concenti
Da serafico chiostro ergonsi a Dio,
Divorato dall’impeto de’ venti
Un solingo cipresso un dì fiorio,
A cui le genti ivan piegando intorno
Innanzi all’ira barbaresca un giorno.
Ma già di sangue inespïato oscure
L’arme di que’ terribili corsari,
Quasi trofeo di belliche venture,
Pendon da’ templi e da’ tranquilli altari...
Eterno Iddio! Tu, la cui man rinserra
I destini del cielo e de la terra,
Cure, affanni, ed ogni altra opra nefanda
Da questa bella regïon rimuovi;
Sì che quanto la terra e il mar le manda
In tutta pace rifruir le giovi:
Tu fra le spire di miglior catena
Il suo vicino Encelado raffrena,
Perchè di nuovo questo suol beato
Non balzi a l’urto del terribil piede!...
D’ogni bell’opra il fior guarda rinato
In questo popol di Giapeto erede;
Ed un’età, cui nè proposto audace,
Nè demenza maggior turbò la pace,
Di sua mitezza esulterà fra poco,
E de’ veggenti il provvido pensiero
Securo passerà di loco in loco
Degli ardui studi ad allargar l’impero,
E l’abbondanza verserà maggiori
Su le bruzie campagne i suoi tesori.