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Angelo Mai · Romanticismo

Ad Angelo Mai

italiano

Italo ardito, a che giammai non posi

di svegliar dalle tombe

i nostri padri? ed a parlar gli meni

a questo secol morto, al quale incombe

.mw-parser-output .numeroriga{float:right;color:var(--color-subtle,#666);font-size:70%;user-select:none}5tanta nebbia di tedio? E come or vieni

sí forte a’ nostri orecchi e sí frequente,

voce antica de’ nostri,

muta sí lunga etade? e perché tanti

risorgimenti? In un balen feconde

10venner le carte; alla stagion presente

i polverosi chiostri

serbaro occulti i generosi e santi

detti degli avi. E che valor t’infonde,

italo egregio, il fato? O con l’umano

15valor forse contrasta il fato invano?

Certo senza de’ numi alto consiglio

non è ch’ove piú lento

e grave è il nostro disperato obblio,

a percoter ne rieda ogni momento

20novo grido de’ padri. Ancora è pio

dunque all’Italia il cielo; anco si cura

di noi qualche immortale:

ch’essendo questa o nessun’altra poi

l’ora da ripor mano alla virtude

25rugginosa dell’itala natura,

veggiam che tanto e tale

è il clamor de’ sepolti, e che gli eroi

dimenticati il suol quasi dischiude,

a ricercar s’a questa etá si tarda

30anco ti giovi, o patria, esser codarda.

Di noi serbate, o gloriosi, ancora

qualche speranza? in tutto

non siam periti? A voi forse il futuro

conoscer non si toglie. Io son distrutto

35né schermo alcuno ho dal dolor, che scuro

m’è l’avvenire, e tutto quanto io scerno

è tal che sogno e fola

fa parer la speranza. Anime prodi,

ai tetti vostri inonorata, immonda

40plebe successe; al vostro sangue è scherno

e d’opra e di parola

ogni valor; di vostre eterne lodi

né rossor piú né invidia; ozio circonda

i monumenti vostri; e di viltade

45siam fatti esempio alla futura etade.

Bennato ingegno, or quando altrui non cale

de’ nostri alti parenti,

a te ne caglia, a te cui fato aspira

benigno sí che per tua man presenti

50paion que’ giorni allor che dalla dira

obblivione antica ergean la chioma,

con gli studi sepolti,

i vetusti divini, a cui natura

parlò senza svelarsi, onde i riposi

55magnanimi allegrâr d’Atene e Roma.

Oh tempi, oh tempi avvolti

in sonno eterno! Allora anco immatura

la ruina d’Italia, anco sdegnosi

eravam d’ozio turpe, e l’aura a volo

60piú faville rapia da questo suolo.

Eran calde le tue ceneri sante,

non domito nemico

della fortuna, al cui sdegno e dolore

fu piú l’averno che la terra amico.

65L’averno: e qual non è parte migliore

di questa nostra? E le tue dolci corde

susurravano ancora

dal tocco di tua destra, o sfortunato

amante. Ahi dal dolor comincia e nasce

70l’italo canto. E pur men grava e morde

il mal che n’addolora

del tedio che n’affoga. Oh te beato,

a cui fu vita il pianto! A noi le fasce

cinse il fastidio; a noi presso la culla

75immoto siede, e su la tomba, il nulla.

Ma tua vita era allor con gli astri e il mare,

ligure ardita prole,

quand’oltre alle colonne, ed oltre ai liti

cui strider l’onde all’attuffar del sole

80parve udir su la sera, agl’infiniti

flutti commesso, ritrovasti il raggio

del Sol caduto, e il giorno

che nasce allor ch’ai nostri è giunto al fondo;

e rotto di natura ogni contrasto,

85ignota immensa terra al tuo viaggio

fu gloria, e del ritorno

ai rischi. Ahi ahi, ma conosciuto il mondo

non cresce, anzi si scema, e assai piú vasto

l’etra sonante e l’alma terra e il mare

90al fanciullin, che non al saggio, appare.

Nostri sogni leggiadri ove son giti

dell’ignoto ricetto

d’ignoti abitatori, o del diurno

degli astri albergo, e del rimoto letto

95della giovane Aurora, e del notturno

occulto sonno del maggior pianeta?

Ecco svaniro a un punto,

e figurato è il mondo in breve carta;

ecco tutto è simile, e discoprendo,

100solo il nulla s’accresce. A noi ti vieta

il vero appena è giunto,

o caro immaginar; da te s’apparta

nostra mente in eterno; allo stupendo

poter tuo primo ne sottraggon gli anni;

105e il conforto perí de’ nostri affanni.

Nascevi ai dolci sogni intanto, e il primo

sole splendeati in vista,

cantor vago dell’arme e degli amori,

che in etá della nostra assai men trista

110empiêr la vita di felici errori:

nova speme d’Italia. O torri, o celle,

o donne, o cavalieri,

o giardini, o palagi! a voi pensando,

in mille vane amenitá si perde

115la mente mia. Di vanitá, di belle

fole e strani pensieri

si componea l’umana vita: in bando

li cacciammo: or che resta? or poi che il verde

è spogliato alle cose? Il certo e solo

120veder che tutto è vano altro che il duolo.

O Torquato, o Torquato, a noi l’eccelsa

tua mente allora, il pianto

a te, non altro, preparava il cielo.

Oh misero Torquato! il dolce canto

125non valse a consolarti o a sciorre il gelo

onde l’alma t’avean, ch’era sí calda,

cinta l’odio e l’immondo

livor privato e de’ tiranni. Amore,

amor, di nostra vita ultimo inganno,

130t’abbandonava. Ombra reale e salda

ti parve il nulla, e il mondo

inabitata piaggia. Al tardo onore

non sorser gli occhi tuoi; mercé, non danno,

l’ora estrema ti fu. Morte domanda

135chi nostro mal conobbe, e non ghirlanda.

Torna torna fra noi, sorgi dal muto

e sconsolato avello,

se d’angoscia sei vago, o miserando

esemplo di sciagura. Assai da quello

140che ti parve sí mesto e sí nefando,

è peggiorato il viver nostro. O caro,

chi ti compiangerla,

se, fuor che di se stesso, altri non cura?

chi stolto non direbbe il tuo mortale

145affanno anche oggidí, se il grande e il raro

ha nome di follia;

né livor piú, ma ben di lui piú dura

la noncuranza avviene ai sommi? o quale,

se piú de’ carmi, il computar s’ascolta,

150ti appresterebbe il lauro un’altra volta?

Da te fino a quest’ora uom non è sorto,

o sventurato ingegno,

pari all’italo nome, altro ch’un solo,

solo di sua codarda etate indegno

155allobrogo feroce, a cui dal polo

maschia virtú, non giá da questa mia

stanca ed arida terra,

venne nel petto; onde privato, inerme,

(memorando ardimento) in su la scena

160mosse guerra a’ tiranni: almen si dia

questa misera guerra

e questo vano campo all’ire inferme

del mondo. Ei primo e sol dentro all’arena

scese, e nullo il seguí, che l’ozio e il brutto

165silenzio or preme ai nostri innanzi a tutto.

Disdegnando e fremendo, immacolata

trasse la vita intera,

e morte lo scampò dal veder peggio.

Vittorio mio, questa per te non era

170etá né suolo. Altri anni ed altro seggio

conviene agli alti ingegni. Or di riposo

paghi viviamo, e scorti

da mediocritá: sceso il sapiente

e salita è la turba a un sol confine,

175che il mondo agguaglia. O scopritor famoso,

segui; risveglia i morti,

poi che dormono i vivi; arma le spente

lingue de’ prischi eroi; tanto che in fine

questo secol di fango o vita agogni

180e sorga ad atti illustri, o si vergogni.

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Angelo Mai
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Autor
Angelo Mai
Título
Ad Angelo Mai
Lengua
italiano
Época
Romanticismo
Sala
La Biblioteca
Identificador
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Cita recomendada
Angelo Mai, «Ad Angelo Mai», Poetósfera, poetosfera.com/p/ws-it-ad-angelo-mai--angelo-mai-9d5dc8.html

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