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Dante Alighieri · Medieval

LXVII - E' m'incresce di me sì duramente

italiano

E’ m’incresce di me sì duramente,

ch’altrettanto di doglia

mi reca la pietà quanto 'l martirio,

lasso, però che dolorosamente

5sento contro mia voglia

raccoglier l’aire del sezza’ sospiro

entro ’n quel cor che i belli occhi feriro

quando li aperse Amor con le sue mani

per conducermi al tempo che mi sface.

10Oimè, quanto piani,

soavi e dolci ver me si levaro,

quand’elli incominciaro

la morte mia, che tanto mi dispiace,

dicendo "Nostro lume porta pace"!

15"Noi darem pace al core, a voi diletto"

diceano a li occhi miei

quei de la bella donna alcuna volta;

ma poi che sepper di loro intelletto

che per forza di lei

20m’era la mente già ben tutta tolta,

con le insegne d’Amor dieder la volta;

sì che la lor vittoriosa vista

poi non si vide pur una fiata:

ond’è rimasa trista

25l’anima mia che n’attendea conforto,

e ora quasi morto

vede lo core a cui era sposata,

e partir la convene innamorata.

Innamorata se ne va piangendo

30fora di questa vita

la sconsolata, ché la caccia Amore.

Ella si move qinci sì dolendo,

ch’anzi la sua partita

l’ascolta con pietate il suo fattore.

35Ristretta s’è entro il mezzo del core

con quella vita che rimane spenta

solo in quel punto ch’ella si va via;

e ivi si lamenta

d’Amor, che fuor d’esto mondo la caccia;

40e spessamente abbraccia

li spiriti che piangon tuttavia,

però che perdon la lor compagnia.

L’imagine di questa donna siede

su ne la mente ancora,

45là ’ve la pose quei che fu sua guida;

e non le pesa del mal ch’ella vede,

anzi vie più bella ora

che mai e vie più lieta par che rida;

e alza li occhi micidiali, e grida

50sopra colei che piange il suo partire:

"Vanne, misera, fuor, vattene omai!".

Questo grida il desire

che mi combatte così come sole,

avvegna che men dole,

55però che ’l mio sentire è meno assai

ed è più presso al terminar de’ guai.

Lo giorno che costei nel mondo venne,

secondo che si trova

nel libro de la mente che vien meno,

60la mia persona pargola sostenne

una passion nova,

tal ch’io rimasi di paura pieno;

ch’a tutte mie virtù fu posto un freno

subitamente, sì ch’io caddi in terra,

65per una luce che nel cuor percosse:

e se ’l libro non erra,

lo spirito maggior tremò sì forte,

che parve ben che morte

per lui in questo mondo giunta fosse:

70ma or ne incresce a quei che questo mosse.

Quando m’apparve poi la gran biltate

che sì mi fa dolere,

donne gentili a cu’ i’ ho parlato,

quella virtù che ha più nobilitate,

75mirando nel piacere,

s’accorse ben che ’l suo male era nato;

e conobbe ’l disio ch’era creato

per lo mirare intento ch’ella fece;

sì che piangendo disse a l’altre poi:

"Qui giugnerà, in vece

80d’una ch’io vidi, la bella figura,

che già mi fa paura;

che sarà donna sopra tutte noi,

tosto che fia piacer de li occhi suoi".

85Io ho parlato a voi, giovani donne,

che avete li occhi di bellezze ornati

e la mente d’amor vinta e pensosa,

perché raccomandati

vi sian li detti miei ovunque sono;

90e ’nnanzi a voi perdono

la morte mia a quella bella cosa

che me n’ha colpa e mai non fu pietosa.

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Autor
Dante Alighieri (1265–1321) · Wikidata Q1067
Título
LXVII - E' m'incresce di me sì duramente
Lengua
italiano
Época
Medieval
Fuente
it.wikisource Rime (Dante)
Sala
La Biblioteca
Identificador
lxvii-e-m-incresce-di-me-si-duramente--alighieri
Cita recomendada
Dante Alighieri, «LXVII - E' m'incresce di me sì duramente», Poetósfera, poetosfera.com/p/lxvii-e-m-incresce-di-me-si-duramente--alighieri.html

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