Atto primo
Scena prima.
Atrio corrispondente al palazzo del Commendatore. Notte.
Leporello, indi Don Giovanni e Donn’Anna,
ed in ultimo il Commendatore.
(Leporello entrando dal lato destro con lanterna in mano s’avanza cauto e circospetto)
Notte e giorno faticar
Per chi nulla sa gradir;
Pioggia e vento sopportar.
Mangiar male e non dormir!
Voglio fare il gentiluomo,
E non voglio più servir.
Oh che caro galantuomo
Vuol star dentro con la bella
Ed io far la sentinella!...
Voglio fare il gentiluomo.
E non voglio più servir...
Ma mi par che venga gente...
Non mi voglio far sentir. (si ritira).
(Don Gio. dal palazzo del Comm. inseguito da Donn’Anna; cerca coprirsi il viso, ed è involto in un lungo mantello)
Non sperar, se non mi uccidi, (trattenendo D. Gio.)
Ch’io ti lasci fuggir mai.
Donna folle! indarno gridi:
Chi son io tu non saprai.
(Che tumulto!... Oh ciel! che gridi!)
Il padron in nuovi guai!... (Avanzandosi)
Gente!... servi!... al traditore!...
Taci o trema al mio furore.
Scellerato!
Sconsigliata!
(Questa furia disperata
Mi vuol far precipitar)
Come furia disperata
Ti saprò Perseguitar
Sta a veder che il malandrino
Mi farà precipitar.
Lasciala indegno!
(con spada e lume. Anna, udendo la voce del padre, lascia Gio. ed entra in casa)
Battiti meco.
Va: non mi degno
Di pugnar teco.
Così pretendi
Da me fuggir?
(Potessi almeno
Di qua partir)
Misero! attendi
Se vuoi morir. (si battono. Il Commend. è ferito.)
Ah soccorso!... son tradito...
L’assassino m’ha ferito...
E dal seno palpitante...
Sento l’anima partir...
Ah! già cade il sciagurato...
Affannosa e agonizzante
Già dal seno palpitante
Veggo l’anima partir. (il Comm. muore)
(Qual misfatto, qual eccesso!
Entro il sen, dallo spavento,
Palpitar il cor mi sento,
E non so che far, che dir.)
Leporello, ove sei? (sottovoce)
Son qui, per mia disgrazia. E voi?
Son qui,
Chi è morto? voi o il vecchio?
Che domanda da bestia! il vecchio.
Bravo!
Due imprese leggiadre:
Tentar la figlia, ed ammazzare il padre.
L’ha voluto: suo danno.
Ma donn’Anna...
Non mi seccar. Vien meco, se non vuoi
Qualche cosa ancor tu.
Non vo’ nulla, signor; non parlo più.
(Alzando da terra la lanterna ed il mantello) (partono)
Scena ii.
Duca Ottavio, Donn’Anna, e Servi con lumi.
Ah! del padre in periglio
In soccorso voliam.
Tutto il mio sangue
Verserò se bisogna:
Ma dov’è il scellerato?
In questo luogo.
Ah! qual mai s’offre o Dei, (Vede il cadavere)
Spettacolo funesto, agli occhi miei!
Il padre!... padre mio!... mio caro padre!...
(cade quasi svenuta sul corpo del padre)
Signora...
Ah! l’assassino
Me ’l trucidò... Quel sangue...
Quella piaga... quel volto
Tinto e coperto del color di morte...
Ei non respira più... fredde ah le membra...
Padre mio!... caro padre!... io manco... io moro...
Ah! soccorrete, amici, il mio tesoro. (sviene)
Cercatemi, recatemi
Qualche odor, qualche spirito... Ah! non tardate.
(partono due servi
Donn’Anna!... sposa!... amica!.. Il duolo estremo
La meschinella uccide!
Ahi!
Già rinviene.
Datele nuovi aiuti. (ritornano i servi)
Padre mio!
Celate, allontanate agli occhi suoi
Quell’oggetto d’orrore. (viene portato via il
Anima mia, consolati fa core! cadavere)
Fuggi, crudele. Fuggi!
Lascia che mora anch’io
Ora ch’è morto, oh Dio!
Chi a me la vita diè.
Senti, cor mio, deh! senti
Guardami un solo istante:
Ti parla il core amante
Che vive sol per te.
Tu sei! perdon mio bene.
L’affanno mio.. le pene...
Ah! il padre mio dov’è?
Il padre.. lascia, o cara,
La rimembranza amara:
Hai sposo e padre in me.
Ah! vendicar, se il puoi
Giura quel sangue ognor.
Lo giuro agli occhi tuoi
Lo giuro al nostro amor.
Che giuramento, oh Dio!
Che barbaro tormento!
Fra cento affetti e cento
Vammi ondeggiando il cor.
(Anna parte coi servi)
Scena iii.
Ottavio solo.
Come mai creder deggio,
Di delitto sì nero
Capace un cavaliere
Ah! di scoprir il vero
Ogni mezzo si cerchi. Io sento in petto
E di sposo e d’amico il dover che mi parla:
Disingannarla io voglio e vendicarla.
Dalla sua pace la mia dipende,
Quel che a lei piace vita mi rende,
Quel che le incresce morte mi dà.
S’ella sospira sospiro anch’io,
È mia quel’ira quel pianto è mio,
E non ho bene s’ella non l’ha. (parte)
Scena iv.
Recinto d’antico castello con veduta d'una locanda (Alba.)
Don Giovanni e Leporello.
Orsù, spicciati presto. Cosa vuoi?
L’affar di cui si tratta
È importante.
Lo credo.
È importantissimo.
Meglio ancora! finiscila.
Giurate.
Di non andar in collera.
Lo giuro sul mio onore.
Purché non parli del Commendatore.
Siamo soli.
Lo vedo.
Nessun ci sente.
Via.
Vi posso dire
Tutto liberamente...
Sì.
Dunque, quand’è così,
Caro signor padrone,
La vita che menate è da briccone.
Temerario! in tal guisa?...
E il giuramento?
Non so di giuramento. Taci, o ch’io...
Non parlo più, non fiato, o padron mio.
Così saremo amici. Or odi un poco:
Sai tu perchè son qui?
Non ne so nulla.
Ma, essendo l’alba chiara, non sarebbe
Qualche nuova conquista?
Io lo devo saper per porla in lista.
Va là, che sei il grand’uomo! Sappi ch’io sono
Innamorato d’una bella dama,
E son certo che m’ama.
La vidi, le parlai; meco al casino
Questa notte verrà... Zitto: mi pare
Sentir odor di femmina..
Cospetto...
Che odorato perfetto!
All’aria mi par bella.
(Che occhio, dico!)
Ritiriamoci un poco.
E scopriamo terren.
(Già prese foco), (vanno in disparte)
Scena v.
Donna Elvira dalla locanda.
Ah! chi mi dice mai
Quel barbaro dov’è,
Che per mio scorno amai,
Che mi mancò di fé?
Ah! se ritrovo l’empio.
E a me non torna ancor,
Vo’ farne orrendo scempio.
Vo’ trapassargli il cor.
Udisti? qualche bella (piano a Lep.)
Dal vago abbandonata... Poverina!
Cerchiara di consolare il suo tormento, (avanzandosi)
(Così ne consolò mille e ottocento.)
Signorina...
Chi è là?
Stelle! che vedo!
(Oh bella! Donna Elvira!)
(Don Giovanni!...)
Sei qui, mostro, fellon, nido d’inganni!...
(Che titoli cruscanti! Manco male
Che lo conosce bene!)
Ah! cara Donn’Elvira
Calmate quella collera... sentite...
Lasciatemi parlar...
Cosa può dire
Dopo azion si nera? In casa mia
Entri furtivamente. A forza d’arte.
Di giuramenti e di lusinghe, arrivi,
A sedurre il cor mio;
M’innamori o crudele!
Mi dichiari tua sposa. E poi, mancando
Della terra e del ciel al santo dritto,
Con enorme delitto
Dopo tre dì da Burgos t’allontani,
M’abbandoni, mi fuggi, e lasci in preda
Al rimorso ed al pianto
Per pena forse che l’ami cotanto.
(Pare un libro stampato?)
In quanto a questo
Ebbi le mie ragioni!
(a Lep. ironicamente) È vero!
Lep È vero.
E che ragioni forti!
E qual sono.
Se non la tua perfidia,
La leggerezza tua? Ma il giusto cielo
Volle ch’io ti trovassi
Per far le sue, le mie vendette.
Siate più ragionevole... (Mi pone
A cimento costei). Se non credete
Al labbro mio, credete
A questo galantuomo.
(Salvo il vero).
Via, dille un poco,..
(sottovoce a Gio.) E cosa devo dirle?
Sì sì. dille pur tutto. (parte non visto da Elv.)
Ebben, fa presto.
Madama... veramente... questo mondo...
Conciossiacosaquandofossechè
Il quadro non è tondo...
Sciagurato!
Così del mio dolor giuoco ti prendi?
Ah! voi!... Stelle! l’iniquo (verso Gio. che non crede partito)
Fuggì!... misera me!... Dove? in qual parte?
Eh! lasciate che vada. Egli non merta
Che su di lui pensiate.
Scellerato!
M’ingannò, mi tradi...
Eh! consolatevi;
Non siete voi, non foste e non sarete
Né la prima nè l’ultima. Guardate
Questa non piccol lista; è tutta piena
De’ nomi di sue belle.
Ogni villa, ogni borgo, ogni paese
È testimon di sue donnesche imprese.
Madamina, il catalogo è questo
Delle belle che amò il padron mio:
Un catalogo egli è che ho fatt’io;
Osservate leggete con me.
In Italia seicento e quaranta.
In Germania duegento e trentuna.
Cento In Francia, in Turchia novantuna.
Ma in Ispagna son già mille e tre.
V’han fra queste contadine,
Cameriere, cittadine,
V’han contesse, baronesse,
Marchesine, principesse,
E v’han donne d’ogni grado,
D’ogni forma, d’ogni età.
Nella bionda egli ha l’usanza
Di lodar la gentilezza;
Nella bruna, la costanza;
Nella bianca, la dolcezza;
Vuol d’inverno la grassetta
Vuol d’estate la magrotta
E la grande maestosa,
La piccina ognor vezzosa;
Delle vecchie fa conquista
Pel piacere di porle in lista.
Ma passion predominante;
E la giovin principiante;
Non si picca se sia ricca,
Se sia brutta, se sia bella;
Purchè porti la gonnella,
Ogni donna per lui fa.
(parte)
Scena vi.
Elvira sola.
In questa forma dunque
Mi tradì il scellerato? È questo il premio,
Che quel barbaro rende all’amor mio?
Ah! vendicar vogl’io
L’ingannato mio cor. Pria ch’ei mi fugga
tfi ricorra... si vada... Io sento in petto
Sol vendetta parlar, rabbia e dispetto.
In quali eccessi, o Numi! in quai misfatti
Orribili, tremendi,
È avvolto il sciagurato!
Ah no. non può tardar l’ira del cielo,
La giustizia tarda. Sentir già parmi
La fatale saetta,
Che gli piomba sul capo! Aperto veggio
Il baratro mortal. Misera Elvira!
Che contrasto d’affetti in sen ti nasce!
Perchè questi sospiri e queste ambasce?
Mi tradì quell’alma ingrata,
Infelice, o Dio! mi fa.
Ma tradita e abbandonata
Provo ancor per lui pietà,
Quando sento il mio tormento
Di vendetta il cor favella,
Ma se guardo il suo cimento
Palpitante il cor mi va.
(parte)
Scena vii.
Zerlina, Masetto e Coro di contadini d’ambo i sessi che cantano, suonano e ballano.
Giovinette, che fate all’amore.
Non lasciate che passi l’età:
Se nel seno vi brulica il core,
Il rimedio vedetelo qua.
La ra la, la ra la, la ra la.
Che piacer! che piacer che sarà!
La rà la, ecc.
Giovinetti, leggeri di testa,
Non andate girando qua e ià:
Poco dura de’ matti la festa,
Ma per me cominciato non ha.
La ra la, la ra la, la ra la.
Che piacer! che piacer che sarà!
La ra la. ecc.
Vieni, vieni, carinoa, godiamo,
E cantiamo e balliamo o suoniamo.
Vieni, vieni, carinoa, godiamo,
Che piacere! che piacer che sarà!
Scena viii.
Don Giovanni, Leporello e Detta
Manco male e partita... Oh guarda, guarda
Che bella gioventù, che belle donne!
(Fra tante, per mia fè,
Vi sarà qualche cosa anche per me).
Cari amici, buon giorno. Seguitate
A stare allegramente.
Seguitate a suonar, o buona gente.
C’è qualche sposalizio?
Sì, signore,
E la sposa son io.
Me ne consolo.
Lo sposo?
Io, per servirla.
O bravo! per servirmi; questo è vero
Parlar da galantuomo.
Che eccellente marito!
Oh! il mio Masetto
È un uom d’ottimo core.
Anch’io, vedete.
Voglio che siamo amici. Il vostro nome?
E il tuo?
Oh, caro il mio Masetto!
Cara la mia Zerlina! ti esebisco
Le mia protezione... Leporello?...
Cosa fai li, birbone?... (a Lep., che fa scherzi alle
altre Contadine)
Anch’io, caro padrone,
Esebisco la mia protezione.
Presto: va con costor: nel mio palazzo
Conducili sul fatto; ordina che abbiano
Cioccolata, Caffè, vini, pvesciutti;
Cerca divertir tutti,
Mostra loro il giardino,
La galleria, le Camere: in effetto
Fa che resti contento il mio Masetto.
Hai capito?
Ho capito. Andiam. (ai villani)
Signor...
Cosa c’è?
La Zerlina
Senza me non può star.
In vostro loco
Ci sarà sua eccellenza, e saprà bene
Fare le vostre parti,
Oh! la Zerlina
È in man d’un cavalier. Va pur: fra poco
Ella meco verrà,
Va, non temere:
Nelle mani son io d’un Cavaliere.
E per questo...
E per questo
Non c’è da dubitar...
Ed io, cospetto!...
Olà, finiam le dispute; se subito.
Senz’altro replicar, non te ne vai, (mostrandogli la spada)
Masetto, guarda ben, ti pentirai.
Ho capito, signor si!(a Don Gio.)
Chino il capo, e me ne vo.
Giacché piace a voi così.
Altre repliche non fo.
Cavalier voi siete già,
Dubitar non posso affè,
Me lo dice la bontà
Che volete aver per me.
Bricconaccia, malandrina, (a Zer. a parte)
Fosti ognor la mia ruìna.
Vengo, vengo! (a Lep.) Resta, resta! (a Zer.)
È una cosa molto onesta,
Faccia il nostro cavaliere
Cavaliere ancora te.
(Masetto parte con Leporello ed i Contadini).
Scena ix.
Don Giovanni e Zerlina.
Alfin siamo liberati,
Zerlinetta gentil, da quel scioccone.
Che ne dite, mio ben, so far pulito?
Signore, è mio marito...
Chi! colui?
Vi par che un onest’uomo,
Un nobil cavalier, com’io mi vanto.
Possa soffrir che quel visetto d’oro,
Quel viso inzuccherato
Da un bifolcaccio vil sia strapazzato?
Ma, signore, io gli diedi
Parola di sposarlo.
Tal parola
Non vale un zero, Voi non siete fatta
Per esser paesana; un’altra sorte
Vi procuran quegli occhi bricconcelli,
Que’labbretti sì belli,
Quelle ditucce candide e odorose:
Parmi toccar giuncata e fiutar rose.
Ah!... non vorrei...
Glo. Che non vorreste?
Alfine
Ingannata restar, lo so che rado
Colle donne voi altri cavalieri
Siete onesti e sinceri.
È un’impostura
Della gente plebea. La nobiltà
Ha dipinta negli occhi l’onestà.
Orsù, non perdiam tempo; in questo istante
Io vi voglio sposar.
Voi!
Certo, io.
Quel casinetto è mio; soli saremo,
E là, gioiello mio, ci sposeremo.
Là ci darem la mano.
Là mi dirai di sì,
Vedi non è lontano:
Partiam, ben mio, di qui.
(Vorrei, e non vorrei...
Mi trema un poco il cor..
felice, è ver, sarei;
Ma può burlarmi ancor).
Vieni, mio bel diletto!
Zar. (Mi fa pietà Masetto;.
Io cangerò tua sorte.
Presto... non son più forte.
Andiamo, andiam mio bene
A ristorar le pene
D’un innocente amor!
(s’incamminano verso il casino)
Scena x.
Donna Elvira e detti.
Fermati, scellerato! il ciel mi fece
Udir le tue perfidie. Io sono a tempo
Di salvar questa misera innocente
Dal tuo barbaro artiglio.
Meschina! cosa sento!
(Amor, consiglia).
Idol mio, non vedete (piano a D. Elvira)
Ch’io voglio divertirmi?
Divertirti,
È vero? divertirti... io so, crudele,
Come tu ti diverti.
Ma, signor cavaliere,
È ver quello ch’ella dice?
La povera infelice (piano a Zer.)
È di me innamorata,
E per pietà degg’io fingere amore,
Ch’io son: per mia disgrazia, uom di buon cuore.
Ah, fuggi il traditor!
Non lo lasciar più dir:
Il labbro è mentitor,
Fallace il ciglio.
Da’miei tormenti impara
A credere a quel cor,
E nasca il tuo timor
Dal mio periglio
(parte conducendo via Zerlina)
Scena xi.
Don Giovanni, poi Don Ottavio e Donn’Anna vestita a lutto.
Mi par ch’oggi il demonio si diverta
D’opporsi a’ miei piacevoli progressi;
Vanno mal tutti quanti.
Ahi ch’ora, idolo mio, son vani i pianti, (a D. Anna)
Di vendetta si parli... Oh don Giovanni!
(Mancava questo in ver!)
Amico! a tempo
Vi ritroviam, avete core, avete
Anima generosa?
(Sta a vedere.
Che il diavolo le ha detto qualche cosa).
Qual domanda! perchè?
Bisogno abbiamo
Della vostra amicizia;
(Mi torna il fiato in corpo). Comandate...
I congiunti, i parenti,
Questa man, questo ferro, i beni, il sangue
Spenderò per servirvi.
Ma voi, bella donn’Anna,
Perchè così piangete?
II crudele chi fu che osò la calma
Turbar del viver vostro...
Scena xii.
Don Elvira e Detti.
Ah! ti ritrovo ancor, perfido mostro! (a D. Gio.)
Non ti fidar, o misera (a D. Au.)
Di quel ribaldo cor:
Me già tradì quel barbaro,
Te vuol tradire ancor.
A. O. (Cielo, che aspetto nobile!
Che dolce maestà!
Il suo dolor, le lagrime.
M’empiono di pietà).
La povera ragazza
È pazza, amici miei:
Lasciatemi con lei;
Forse si calmerà.
Ah! non credete al perfido
Restate, oh Dei, restate...
È pazza non badate...
A chi si crederà?
(Certo moto - d’ignoto - tormento
Dentro l’alma girare mi sento,
Che mi dice - per quella infelice"
Cento cose che intender non sai.
(Sdegno, rabbia, dispetto, spavento
Dentro l’alma girare mi sento,
Che mi dice di quel traditore
Cento cose che intender non sa).
Io di qua non vado via (ad Anna)
Se non so com’è l’affar;
Anna. Non ha l’aria di pazzia (ad Ott.)
Il suo volto, il suo parlar.
(Se me ’n vado, si potria
Qualche cosa sospettar).
Ah! dal ceffo si potria (ad Anna e ad Ott.)
La ner’alma giudicar.
Dunque quella?... (a Gio.)
È pazzarella...
Anna. Dunque quegli?...
È un traditore.
Infelice!
Mentitore!
Incomincio a dubitar, (passano dei Contadini)
Zitto, zitto, che la gente (piano ad Elv.)
Si raduna a noi d’intorno:
Siate un poco più prudente;
Vi farete criticar.
Non sperarlo, o scellerato:
Ho perduto la prudenza.
Le tue colpe ed il mio stato
Voglio a tutti palesar.
DONNA ANNA, DON OTTAVIO.
(Quegli accenti sì sommessi, Quel cangiarsi di colore, Son indizi troppo espressi Che mi fa determinar. (Elv. parte)
Povera sventurata! i passi suoi
Voglio seguir, non voglio
Che faccia un precipizio:
Perdonate bellissima, donn’Anna:
Se servirvi poss’io,
In mia casa v’aspetto: amici, addio!
(parte frettoloso)
Scena xiii.
Donn’Anna e Duca Ottavio.
Don Ottavio... son morta!
Cos’è stato
Per pietà, soccorretemi..,
Mio bene,
Fate coraggio.
Anna. Oh Dei! quegli è il carnefice
Del padre mio,..
Che dite?
Non dubitate più. Gli ultimi accenti,
Che l’empio proferì, tutta la voce
Richiamar nel cor mio di quell’indegno
Che nel mio appartamento...
Oh ciel possibile
Che sotto il sacro patto d’amicizia?...
Ma, come fu narratemi.
Lo strano avvenimento,
Era già alquanto
Avanzata la notte,
Quando nelle mie stanze, ove soletta
Mi trovai per sventura, entrar io vidi
In un mantello avvolto
Un uomo che al primo istante
Avea preso per voi;
Ma riconobbi poi
Che un inganno era il mio...
Stelle seguite.
Tacito a me s’appressa,
E mi vuole abbracciar: sciogliermi cerco,
Ei più mi stringe: grido:
Non vien alcun; con una mano tenta
D’impedirmi la voce.
E coll’altra m’afferra
Stretta così, che già mi credo vinta.
Perfido!... alfin?...
Alfin il duol, l’orrore
Dell’infame attentato
Accrebbe sì la lena mia, che a forza
Di svincolarmi, torcermi e piegarmi,
Da lui mi sciolsi.
Ohimè! respiro
Allora
Rinforzo i stridi miei, chiamo soccorso.
Fugge il fellon; arditamente il seguo
Fin nella strada per fermarlo, e sono
Assalitrice ed assalita: il padre
V’accorre; vuol conoscerlo, e l’iniquo.
Che del povero vecchio era più forte,
Compie il misfatto suo col dargli morte.
Or sai chi l’onore
Rapire a me volse;
Chi fu il traditore’
Che il padre’ mi tolse;
Vendetta ti chieggio,
La chiede il tuo cor.
Rammenta la piaga
Del misero seno:
Rimira di sangue
Coperto il terreno.
Se l’ira in te languc
D’un giusto furor.
(partono)
Scena xiv.
Leporello, poi Don Giovanni.
Io deggio, ad ogni patto,
Per sempre abbandonar questo bel matto.
Eccolo qui: guardate
Con quale indifferenza se ne viene!
Oh Leporello mio! va tutto bene.
Don Giovannino mio! va tutto male.
Come va tutto male?
Vado a casa.
Come voi m’ordinaste,
Con tutta quella gente.
Bravo!
A forza
Di chiacchiere, di vezzi e di bugie.
Che ho imparato si bene a star con voi.
Cerco di trattenerli...
Bravo!
Dico
Mille cose a Masetto per placarlo,
Per torgli dal pensier la gelosia...
Bravo, in coscienza mia
Faccio che bevano
E gli uomini e le donne:
Son già mezzo ubbriachi,
Altri canta, altri scherza,
Altri seguita a ber... In sul più bello.
Chi credete che capiti?
Zerlina?
Bravo! e con lei chi venne?
Donn’Elvira?
Bravo! e disse di voi?...
Tutto quel mal che in bocca le venia?
Bravo, in coscienza mia!
E tu cosa facesti?
Tacqui.
Ed ella?
Seguì a gridar.
E tu?
Quando mi parve
Che già fosse sfogata, dolcemente
Fuor dell’orto la trassi, e con bell’arte,
Chiusa la porta a chiave,
Io di là mi cavai,
E su la via soletta la lasciai.
Bravo! bravo! arcibravo!
L’affar non può andar meglio. Incominciasti,
Io saprò terminar; troppo mi premono
Queste contadinotte:
Le voglio divertir finchè vien notte.
Finchè dal vino
Calda han la testa
Una gran festa
Fa preparar.
Se trovi in piazza,
Qualche ragazza,
Teco ancor quella
Cerca menar.
Senza alcun ordine
La danza sia:
Chi ’l minuetto,
Chi la follia,
Chi l’alemanna
Farai ballar.
Ed io frattanto
Dall’altro canto
Con questa e quella
Vo’amoreggiar.
Ah! la mia lista
Doman mattina
D’una diecina
Devi aumentar. (partono)
Scena Xv.
Giardino e casino di Don Giovanni.
Zerlina, Masetto e Contadini.
Masetto... senti un po’.. Masetto, dico...
Non mi toccar.
Perchè?
Perchè, mi chiedi?
Perfida! il tutto sopportar dovrei
Da una mano infedele?
Ah! no! taci, crudele!
Io non merto da te tal trattamento.
Come! ed hai l’ardimento di scusarti?
Star sola con un uom! abbandonarmi
Il dì delle mie nozze porre in fronte
Ad un villan d’onore
Questa marca d’infamia!... Ah! se non fosse,.
Se non fosse lo scandalo, vorrei...
Ma se colpa io non ho: ma se da lui
Ingannata rimasi; e poi, che temi?
Tranquillati, mia vita,
Non mi toccò la punta delle dita.
Non me lo credi?... Ingrato!
Vien qui, sfogati, ammazzami, fa tutto
Di me quel che ti piace,
Ma poi, Masetto mio, ma poi fa pace
Batti, batti, o bel Masetto
La tua povera Zerlina:
Starò qui come agnellina
Le tue botte ad aspettar.
Lascerò straziarmi il crine,
Lascerò cavarmi gli occhi;
E le care tue manine
Lieta poi saprò baciar.
Ah! lo vedo, non hai core;
Pace, pace, o vita mia!
In contenti ed allegria
Notte e dì vogliam passar.
(parte)
Scena xvi.
Masetto, poi Don Giovanni, di dentro e di nuovo Zerlina.
Guarda un po’ come seppe
Questa strega sedurmi! Siamo pure
I deboli di testa!
Sia preparato il tutto a una gran festa.
Ah! Masetto, Masetto, odi la voce
Del monsù. cavaliero!...
Ebben, che c’è?
Verrà...
Lascia, che venga.
Ah! se vi fosse
Un buco da fuggir...
Di cosa temi?
Perchè diventi pallida?... Ah! capisco:
Capisco, bricconcella.
Hai timor ch’io comprenda
Com’è tra voi passata la faccenda.
Presto, presto... pria che venga,
Por mi vo da questo lato...
C’è una nicchia... qui celato
Cheto, cheto mi vo’ star.
Senti, senti... dove vai?
Non t’oscondere, Masetto.
Se ti trova, poveretto.
Tu no sai quelche può far.
Faccia, dica quel che vuole.
Ah no giova le parole... (sottovoce)
Parla forte, e qui t’arresta.
Che capriccio hai nella testa!
(Capirò se m’è fedele,
E in qual modo andò l’affar.) (si nasconde)
Quel ingrato, quel crudele
Oggi vuol precipitar)
Scena xvii.
Don Giovanni, Contadini e Servi.
Zerlina, e Masetto nascosto.
Su, svegliatevi: da bravi!
Su, coraggio, o buona gente.
Vogliam stare allegramente,
Vogliam ridere e scherzar.
Su, svegliatevi, ecc.
Alla stanza - della danza
Conducete tutti quanti, (a servi.)
Ed a tutti in abbondanza
Gran rinfreschi, fate dar.
Su svegliamoci, ecc. (partendo coi servi)
Scena xviii.
Don Giovanni, Contadini, Zerlina, e Masetto nascosto.
Tra questi alberi celata
Si può dar che non mi veda, (vuol nascondersi)
Zerlinetta mia garbata.
Ti ho già vista, non scappar, (la prende)
Ah! lasciatemi andar via...
No, no, resta, gioia mia!
Se pietade avete in core!...
Idol mio! son tutto amore...
Vieni un poco in questo loco
Fortunata io ti vo far,
(Ah! se vede il sposo mio,
So ben io quel che può far.)
Masetto! (Gio. scuopre Masetto)
Sì, Masetto
E ascoso lá, perchè?
La bella tua Zerlina
Non puote, poverina!
Più star senza di te.
Capisco, sì signore. (iron.)
Adesso fate core.
I suonatori udite:
Venite omai con me.
Sì sì facciamo core,
Ed a ballar cogli altri
Andiamo tutti tre. (partono)
Scena xix.
(Si va facendo notte)
Duca Ottavio, Donn’Anna e Donna Elvira in bautta; poi Leporello e don Giovanni alla finestra
Bisogna aver coraggio,
O cari amici miei,
E i suoi misfatti rei
Scoprir potremo allor
L’amica dice ben:
Coraggio aver conviene.
Di scaccia, o vita mia (ad’A.)
L’affanno ed il timor.
Il passo e periglioso,
Può nascer qualche imbroglio
Temo pel caro sposo,
E per voi temo ancor (ad’E)
Signor guardate un poco
Che maschere galanti!
Falle passare avanti,
Di che ci fanno onor,
DONNA ANNA, DON OTTAVIO.
(Al volto ed alla voce
Si scopre il traditor.
Psi, psi, Signore maschere
psi, psi...
Via rispondete.
Psi... psi... (ad Ottavio)
Cosa chiedete?
Al ballo, se vi piace,
V’invita il mio signore.
Grazie di tant’onore.
Andiam compagne belle.
(L’amico anche su quelle
Prova farà d’amor.)
(Entra e chiude la finestra)
A. Ot. Protegga il giusto cielo
Il zelo del mio cor.
Vendichi il giusto cielo
Il mio tradito amor. (entrano)
Scena xx.
(Sala nella casa di Don Giovanni.)
Don Giovanni, Leporello, Zerlina, Masetto,
villani e villane.
Riposate, vezzose ragazze.
Rinfrescatevi, bei giovinotti.
Tornerete a far presto le pazze,
Tornerete a scherzare, a ballar.
Ehi! caffè.
Cioccolata.
Sorbetti.
Ah! Zerlina, giudizio! (piano a Zerlina)
Confetti.
Troppo dolce comincia la scena,
In amaro potria terminar.
(vengono portati e distribuiti i rinfreschi)
Sei pur vaga e brillante, Zerlina! (prendendola per mano)
Sua bontà.
(La briccona fa festa.)
Sei pur cara, Giannotta, Sandrina! (imitando D.Gio.)
(Tocca pur; che ti cada la testa) (Guardando Gio.)
(Quel Masetto mi par stralunato.
Brutto brutto si fa quest’affar.)
DON GIOVANNI, LEPORELLO.
(Quel Masetto mi par stralunato, Qui bisogna cervello adoprar.) Scena xxi. Duca Ottavio, Donn’Anna, Donna Elvira, e Detti.
Venite pur avanti.
Vezzose mascherette.
È aperto a tutti quanti.
Viva la libertà!
Siam grati a tanti segni
e Elv. Di generosità.
Ricominciate il suono.
Tu accoppio i ballerini. (a Lep.)
Meco tu dei ballare,
Zerlina, vien pur qua.
Da bravi, via ballate. (ballando)
Quella è la contadina. (ad Anna)
Io moro! (ad Ottavio)
Simulate!
Va bene in verità! (con ironia)
A bada tien Masetto. (a Lep.)
Il tuo compagno io sono,
Zerlina, vien pur qua..
Non balli, poveretto?
Vien qua, Masetto caro,
Facciam quel ch’altri fa (fa ballare a forza Mas.)
No, no, ballar non voglio.
Eh! balla, amico mio.
Resister non poss’io! (ad Ott.)
Fingete, per pietà. (ad Anna)
Vieni con me, mi vita... (ballando conduce via Zer.)
Oh Numi! son tradita!..,
Lasciami... Ah... no... Zerlina?
(entra sciogliendosi da Lep.)
(Qui nasce una ruina.) (entra)
L’iniquo da se stesso
Nel laccio se ne va. (fra loro)
Gente!... aiuto!... aiuto! gente?
Soccorriamo l’innocente... (i suonatori partono)
Ah! Zerlina!...
Scellerato! (di dentro)
Ora grida da quel lato...
Ah! gettiamo giù la porta...
Soccorretemi, o son morta!...
e Mas.
Siam qui noti per tua difesa.
(esce colla spada in mano, conducendo per un braccio
Lep., e finge di non poterla sguainare per ferirlo)
Ecco il birbo che t’ha offesa,
Ma da me la pena avrà.
Mori iniquo!
Lep Ah! cosa fate?...
Mori, dico....
(cavando una pistola) No ’l sperate...
DONNA ANNA, DON OTTAVIO, DONNA ELVIRA.
(L’empio crede con tal frode Di nasconder l’empietà.) (si cavano la maschera
Donn’Elvira!
Sì, malvagio!
Don Ottavio!
Sì, signore!
Ah! credete.,.. (Ad Anna)
Traditorei
Tutto, tutto già si sa.
Tutti, fuorchè Gio. e Lep.
Trema, trema, o scellerato.
Saprà tosto il mondo intero
Il misfatto orrendo e nero.
La tua fiera crudeltà,
Odi il tuon della vendetta
Che ti fischia intorno intorno:
Sul tuo capo in questo giorno
Il suo fulmine cadrà.
Non so / sa più quel ch’io mi / ei si faccia
È confusa la mia / sua testa,
E un’orrìbile tempesta
Minacciando già mi / lo va!
Ma non manca in me / lui coraggio.
Non mi perdo / si perde o mi confondo: / si confonde:
Se cadesse ancora il mondo,
Nulla mai temer mi / lo fa.
Atto secondo
Scena prima.
Recinto d’antico castello come nell’atto primo.
Don Giovanni, con un mandolino in mano e Leporello.
Eh via, buffon, non mi seccar.
No, no, padrone, non vo’ restar.
Sentimi, amico...
Vo’ andar, vi dico...
Ah, che ti ho fatto - che vuoi lasciarmi?
Oh, niente affatto! - quasi ammazzarmi.
Va che sei matto, - fu per burlar.
Ed io non burlo, - ma voglio andar.
Signore.
Vien qui, facciamo pace. Prendi...
Cosa?
Quattro doppie. (gli da del denaro)
Oh! sentite:
Per questa volta ancora
La cerimonia accetto;
Ma non vi ci avvezzate; non credete
Di sedurre i miei pari, (Prendendo la borsa)
Come le donne, a forza di danari.
Non parliam più di ciò. Ti basta l’animo
Di far quel ch’io ti dico?
Purché lasciam le donne,
Lasciar le donne? Sai ch’elle per me
Son necessarie più del pan che mangio,
Più dell’aria che spiro?
E avete core
D’ingannarle poi tutte?
È tutto amore.
Chi a una sola è fedele,
Verso l’altre è crudele.
Io che in me sento.
Sì esteso sentimento,
Vo’ bene a tutte quante.
Le donne poi, che calcolar non sanno,
il mio buon natural chiaman inganno.
Non ho veduto mai
Naturale più vasto e più benigno.
Orsù, cosa vorreste?
Odi. Vedi tu la cameriera
Di donn’Elvira?
Io no
Non hai veduto
Qualche cosa di bello,
Caro il mio Leporello! Or io con lei
Vo’ tentar la mia sorte, ed ho pensato,
Giacchè siam verso sera.
Per aguzzarle meglio l’appetito
Di presentarmi a lei col tuo vestito.
E perché non potreste
Presentarvi col vostro?
Han poco credito
Con gente di tal rango
Gli abiti signorili. (si cava il mantello)
Sbrigati, via.
Signor, per più ragioni...
Finiscila, non soffro opposizioni.
(fanno cambio del mantello e del cappello)
Scena ii.
Don Giovanni, Leporello e Donna Elvira alla finestra della locanda
Ah! taci, ingiusto core,
Non palpitarmi in seno.
È un empio, un traditore
È colpa aver pietà.
Zitto... di donn’Elvira,
Signor, la voce io sento.
Cogliere io vo’ il nomento.(come sopra)
Tu fermati un po’ là..
Elvira, idolo mio!...
Non e costui l’ingrato?
Sì, vita mia, son io.(Gio. si mette dietro a
e parla ad Elv.)
E chieggo carità.
(Numi, che strano affetto
Mi si risveglia in petto!)
(State a veder la pazza,
Che ancor gli crederà!)
Discendi, gioia bella!
Vedrai che tu sei quella
Che adora l’alma mia:
Pentito io son già.
No, non ti credo, o barbaro.
O credemi, o m’uccido.
Se seguitate, io rido. (sottovoce)
Idolo mio! vien qua.
(Dei, che cimento è questo!
Non so s’io vado o resto....
Ah! proteggete, o numi,.
La mia credulità.)(entra)
(Spero che cada presto;
Che bel colpetto è questo!
Più fertile talento
Del mio, no, non si dà.)
Già quel mendace labbro
Torna a sedur costei.
Deh! proteggete, o Dei,
La sua credulità.)
Amico, che ti par?
Mi par che abbiate
Un’anima di bronzo.
Va là che se’ il gran gonzo. - Ascolta bene:
Quando costei se’ viene,
Tu corri ad abbracciarla.
Falle quattro carezze,
Fingi la voce mia; poi con bell’arte,
Cerca teco condurla in altra parte,
Ma, signor...
Non più repliche.
Ma se poi mi conosce?
Non ti conoscerà, se tu non vuoi.
Zitto: ell’apre; giudizio. (va in disparte)
Scena iii.
Donna Elvira, e detti.
Eccomi a voi.
(Veggiamo che farà.)
(Che bell’imbroglio)
Dunque creder potrò che i pianti miei
Abbian vinto quel cor? Dunque pentito,.
L’amato don Giovanni al suo dovere
E all’amor mio ritorna?
(alterando sempre la voce) Sì, carina!
Crudele! se sapeste
Quante lacrime e quanti
Sospir voi mi costaste!
Io? vita mia!
Voi.
Poverina, quanto mi dispiace!
Mi fuggirete più?
No, muso bello!
Sarete sempre mio!
Sempre.
Carissimo!
Carissima! (La burla mi dà gusto.)
Mio tesoro!
Mia Venere!
Son per voi tutta foco.
Io tutto cenere.
(Il birbo si riscalda.)
E non mi ingannerete?
No, sicuro.
Giuratelo.
Lo Giuro a questa mano.
Che bacio con trasporto, a que’ bei lumi
(fingendo di uccidere qualcheduno)
Ah! eh! ih! ah! ih! ah! sei morto...
(fuggendo con Lep.) Oh Numi!
Ih! ah! Par che la sorto (ridendo)
Mi secondi. Veggiamo:
Le finestre son queste. Ora cantiamo. (canta,
accompagnandosi col mandolino)
Deh! vieni alla finestra, o mio tesoro,
Deh! vieni a consolar il pianto mio.
Se nieghi a me di dar qualche ristoro,
Davanti agli occhi tuoi morir vogl’io.
Tu che ai la bocca dolce più del miele
Tu che il zucchero porti in mezzo al core,
Non esser, gioia mia, con me crudele,
Lasciati almen veder, mio bell’amore!
V’è gente alla finestra. Forse è dessa...
Psi, psi...
Scena. iv.
Masetto e Contadini armati di fucili e Bastoni; Don Giovanni.
Non ci stanchiamo, amici. Il cor mi dice
Che trovarlo dobbiam.
(qualchuno parla)
Fermatevi: mi pare (ai contadini)
Che alcuno qui si muova.
(Se non fallo è Masetto.)
Chi va la?... Non risponde. (ai suoi)
Animo, schioppo al muso
Chi va là?
(Non è solo:
Ci vuol giudizio.) Amico, (cerca di imitare la voce
(Non mi voglio scoprir,) Sei tu Masetto? di Leporello)
Appunto quello. E tu? (in collera)
Non mi conosci? Il servo
Son io di don Giovanni.
Leporello!
Servo di quell’indegno cavaliere!
Certo di quel briccone
Di quell’uom senza onore! Ah dimmi un poco
Dove possinm trovarlo?
Lo cerco con costor per trucidarlo
(Bagattelle! Bravissimo Masetto!
Anch’io con voi m’unisco.
Per fargliela a quel birbo di padrone.
Ma udite un po’ qual è la mia intenzione.
Metà di voi qua vadano.
E gli altri vadan là.
E pian pianin lo cerchino,
Lontan non sta di qua.
Se un uom e una ragazza
Passeggian per la piazza
Se sotto a una finestra
Fare all’amor sentite,
Ferite pur, ferite,
Il mio padron sarà!
In testa ha un gran cappello
Con candidi pennacchi,
Addosso un gran mantello,
E spada al fianco egli ha
Andate fate presto! (al contad.)
Tu sol verrai con me (a Mas.)
Noi far dobbiamo il resto,
E già vedrai cos’è.
(partono i contadini da opposte vie)
Scena v.
Don Giovanni e Masetto.
Zitto.. Lascia ch'io senta... Ottimamente, (essendosi
assicurato che i contadini sono già lontani)
Dunque dobbiam ucciderlo?
Sicuro.
E non ti basterà rompergli l'ossa,
Fracassarli le spalle?
No, no; voglio ammazzarlo,
Vo farlo in cento brani,
Hai buon’arme?
Cospetto,
Ho pria questo moschetto,
E poi questa pistola.
(disarmandolo) E poi?
Non basta?
Oh! basta, certo. Or prendi: (bastonandolo)
Questa, per la pistola;
Questa, per il moschetto...
Ahi! ahi!.... la testa mia!...
Taci, o t’uccido...
Questa, per ammazzarlo,
Questa, per farlo in brani,
Villano! mascalzon! ceffo da cani! (Masetto cade, e
parte)
Scena vi.
Masetto, indi Zerlina con lanterna.
Ahi! ahi! la testa mia!
Ahi! ahi! le spalle e il petto.!
Mi par sentir la voce di Masetto.
Oh Dio! Zerlina... oh Dio!
mia, soccorso.
Cosa è stato?
L’iniquo, il scellerato
Mi ruppe l'ossa e i nervi.
Oh poveretta me! chi?
O qualche diavol che somiglia a lui.
Crudel! non te ’l diss’io.
Che con questa tua pazza gelosia
Ti ridurresti a qualche brutto passo?
Dove ti duole?
Qui.
E poi?
Qui ancora.
E poi non ti duole altro?
Duolmi un poco
Questo pie, questo braccio, e questa mano.
Via, via, non è gran mal, se il resto è sano
Vientene meco a casa:
Purché tu mi prometta
D’essere men geloso,
Io, ti guarirò, caro il mio sposo.
Vedrai, carino,
Se sei tuonino,
Che bel rimedio
Ti voglio dar.
E naturale,
Non da disgusto,
E lo speziale
Non lo sa far.
E un certo balsamo,
Che porto addosso,
Dare te ’l posso
Se ’l vuoi provar.
Saper vorresti
Dove mi sta:
Sentilo battere,
Toccami qua.
(gli fa toccare il cuore, poi partono)
Scena vii.
Atrio come nell’atto primo.
Donna Elvira e Leporello.
Di molte faci il lume (fingendo la voce del padrone)
S’avvicina, o mio ben, stiamo qui un poco
Finché da noi si scosta.
Ma che temi
Adorato mio sposo?
Ah! non lasciarmi.
Certi riguardi... lo vo’ veder se il lume
È già lontano. (Come
Da costei liberarmi?)
Rimani, anima mia...
Ah! non lasciarmi.
Sola, sola, in buio loco,
Palpitare il cor mi sento,
E m’assale un tal spavento
Che mi sembra di morir
(Più che cerco, men ritrovo (andando a
Questa porta sciagurata tentone)
Piano, piano, l’ho trovata:
Ecco il tempo di fuggir.) (sbaglia l’uscita)
Scena viii.
Donn’Anna, Duca Ottavio, Servi con lumi e Detti.
al venir de’ lumi si ritira in un angolo, e Lep.
in un’altro)
Tergi il ciglio, o vita mia.
E dà calma al tuo dolore.
L’ombra omai del genitore
Più non vuole il tuo martir.
Lascia almeno alla mia pena
Questo piccolo ristoro.
Sol la morte, o mio tesoro,
Il mio pianto può finir!
(Ah! dovè lo sposo mio?) (senza esser vista)
(Se mi trovan son perduto.)
Ma la porta là vegg’io.
Chetao chetao io vo’ partir.
(Lep. nell’uscir s’incontra con Mas. e Zer.
Scena ix.
con bastone Zerlina e Detti
Ferma, briccone! Dove te ’n vai? (Lep. s’asconde
Ecco il fellone... la faccia)
Com’era qua!
Ah! mora il perfido che m’ha tradito.
È mio marito... Pietà! pietà!..
e Mas.
È donn’Elvira quella ch’io vedo?
Appena il credo... No no, morrà.
Perdon, perdono - signori miei;
Quello non sono - sbaglia costei...
Viver lasciatemi per carità?
Gli altri Dei! Leporello!... Che inganno è questo?
Stupidoa resto! - che mai sarà?
(Mille torbidi pensieri
Mi s’aggiran per la testa...
Se mi salvo in tal tempesta
E un prodigio in verità.)
Gli altri (Mille torbidi pensieri
Mi s’aggiran per la testa..
Che giornata, ho cielo, e questa!
Che impensata novità!) (Anna parte)
Dunque quello sei tu che il mio Masetto (a Lep. con
Poco fa crudelmente maltrattasti? furia)
Dunque tu m’ingannasti, o scellerato,
Spacciandoti con me per don Giovanni?
Dunque tu in questi panni
Venisti qui per qualche tradimento!
A me tocca punirti.
Anzi a me.
Tocca a me.
Accoppatelo meco tutti tre.
Ah! pietà, signori miei
Do ragione a voi.., a lei...
Ma il delitto mio non è.
Del padron la prepotenza
L’innocenza mi rubò
Donna Elvira! compatite,
Voi capite come andò.
Di Masetto non so nulla,
Vel dirà questa fanciulla.
È un’oretta incirca incirca
Che con lei girando vo.
A voi, signore! non dico niente...
Certo timore... certo accidente...
Di fuori chiaro... di dentro oscuro...
Non e’ è riparo... la porta, il muro...
Io me ne vado verso quel lato...
Poi qui celato, l’affar si sa...,
Ma, s’io sapeva, fuggia per qua!...
(fugge disperatamente)
Scena x
Duca Ottavio, Donna Elvira, Zerlina e Masetto
Ferma, perfido! ferma...
Il birbo ha l’ali a’ piedi...
Con qual arte
Si sottrasse l’iniquo!
Amici miei!
Dopo eccessi sì enormi,
Dubitar non possiam che Don Giovanni
Non sia l’empio uccisore
Del padre di donn’Anna. In questa casa
Per poche ore fermatevi: un ricorso
Vo’ far a chi si deve, e in pochi istanti
Vendicarvi prometto;
Così vuole il dover, pietade e affetto.
Il mio tesoro intanto
Andate a consolar
E dal bel ciglio il pianto
Cercate d’asciugar.
Ditele che i suoi torti
A vendicar io vado;
Che sol di stragi e morti
Nunzio vogl’io tornar, (part.)
Scena xi
Zerlina nel partire s’incontra in Leporello.
Restati qua. (lo ferma, pel vestito)
Per carità, Zerlina.
Eh! non c’è carità pei pari tuoi!
Dunque cavar mi vuoi?,..
I capelli, la testa, il core e gli occhi!
Senti, carina mia.!
Guai se mi tocchi!
Vedrai, schiuma de’ birbi,
Qual premio n’ha chi le ragazze ingiuria,
(Liberatemi, o Dei, da questa furia!)
Masetto, olà, Masetto! (chiama verso la scena)
Dove diavolo è ito... servi, gente.
Nessun vien.... nessun sente.
Fa piano per pietà, non strascinarmi
A coda di cavallo.
Vedrai, vedrai, come finisce il ballo!
Presto quà quella sedia.
Eccola!
Siedi
Stanco non son.
(tira fuori dalla saccoccia un rasoio)
Siedi, o con queste mani
Ti strappo il cor, e poi lo getto ai cani.
Siedo, ma tu di grazia
Metti giù quel rasoio:
Mi vuoi forse sbarbar?
Sì, mascalzone,
Io ti vo’senza sapone.
Eterni Dei!
Dammi la man! (Lep. esita
La mano.
L’altra. (minacciandolo)
Ma che vuoi farmi?
Voglio far... voglio far quello che parmi!
Per queste tue manine
Candide e tenerelle,
Per questa fresca pelle,
Abbi pietà di me!
Non v’è pietà briccone,
Son una tigre irata,
Un aspide, un leone,
No, no, non v’è pietá.
Ah! di fuggir si provi...
Sei morto se ti muovi.
Barbari ingiusti dei!
In mano di costei
Chi capitar mi fè!
Barbaro traditore! (lo lega con una corda sulla sedia)
Del tuo padrone il core
Avessi qui con te.
L. Deh! non mi stringer tanto,
L’anima mia sen va.
Z. Sen vada o resti, intanto
Non partirai di qua!
L. Che strette, o Dei,che botte!
È giorno ovver è notte?
Che scosse di tremuoto!
Che buia oscurità!
Di gioia e di diletto
Sento brillarmi il petto,
Così, così, cogli uomini,
Così, così si fa. (parte)
Scena xii.
leporello seduto e legato.
(ad un contadino che passa in fondo della scena)
Amico, per pietà, un po’d’acqua fresca,
O ch’io mi moro! Guarda come stretto
Mi legò l’assassina!
Se mi potessi liberar coi denti...
Venga il diavolo a disfar questi gruppi!
Io vo’ veder di rompere la corda...
Come è forte! Paura della morte,
E tu Mercurio, protettor de’ladri,
Proteggi un galantuom.
Coraggio! (fa sforzi per sciogliersi, ma non vi riesce
Bravo! Pria che costei ritorni del tutto)
Bisogna dar di sprone alle calcagna,
E strascinar se occorre una montagna.
(corre via trascinando seco la sedia)
Scena xiii.
Donna Elvira e Zerlina
Signora, andiam. Vedrete in qual maniera
Ha concio il scellerato.
Ah! sopra lui si sfoghi il mio furor.
Stelle! in qual modo si salvò il briccone?
L’avrà sottratto l’empio suo padrone.
Fu desso senza fallo: anche di questo
Informiam don Ottavio: a lui si aspetta
Fa per noi tutti, o domandar vendetta. (partono)
Scena xiv
Recinto con statua del Commendatore, Don Giovanni poi Leporello.
Ah! ah! ah! questa è buona! (ridendo)
Or lasciala cercar. Che bella notte!
È più chiara del giorno; sembra fatta
Per gire a zonzo a caccia di ragazze.
È tardi. Oh! ancor non sono (guarda l’orologio)
Due della notte. Avrei
Voglia un po’ di saper com’è finito
L’affar tra Leporello e donn’Elvira.
S’egli ha avuto giudizio...
Alfin vuole ch’io faccia un precipizio.
(È desso.) Leporello!
Chi mi chiama?
Non conosci il padrone?
Così no ’l conoscessi!
Come, birbo?
Ah! siete voi scusate.
Cos’è stato?
Per cagion vostra io fui quasi accoppato.
Ebben non era questo
Un onore per te?
Signor, ve ’l dono.
Via, via, vien qua. Che bella
Cosa ti deggio dire!
Ma cosa fate qui?
Vieni, e 11 saprai,
Di tante storielle.
Che accadute mi son da che partisti,
Ti dirò un’altra volta: or la più bella
Ti vo’ solo narrar.
Donnesca al certo.
(rende il cappello ed il mantello al padrone e riprende
quelli che aveva seco cambiato)
C’è dubbio? una fanciulla
Bella, giovin, galante
Per la strada incontrai; le vado appresso,
La prendo per la man; fuggir mi vuole,
Dico poche parole: ella mi piglia
Sai per chi?
Non lo so.
Per Leporello.
Per me?
Per te.
Va bene,
Per la mano
Essa allora mi prende.
Ancora meglio
M’accarezza, m’abbraccia.
Caro il mio Leporello!
Leporello mio caro!... Allor m’accorsi
Ch’era qualche tua bella.
(Oh maledetto!)
Dell’inganno approfitto; non so come
Mi riconosce: grida; sento gente,
A fuggire mi metto, e, pronto pronto,
Per quel muretto in questo loco io monto
E mi dite la cosa
Con tale indifferenza?’
Perchè no?
Ma se fosse
Costei stata mia moglie?
(ridendo forte) Meglio ancora!
Di rider finirai pria dell’aurora.
Chi ha parlato? (a Lep.)
(estremamente impaurito) Ah! qualche anima
Sarà dall’altro mondo.
Che vi conosce a fondo.
Taci, sciocco!
Chi va là? chi va la? (mette mano alla spada)
Ribaldo audace
Lascia a’ morti la pace.
(tremando) Ve l’ho detto?...
Sarà qualcun di fuori,.
Che si burla di noi...
Ehi? del Commendatore
Non è questa la statua? Leggi un poco
Quella iscrizion.
Scusate...
Non ho imparato a leggere
A’ raggi della luna.
Leggi, dico.
Dell’empio, che mi trasse (leggendo)
Al duro Passo estremo
Qui Attendo la vendetta.... Udiste?... Io tremo:
Oh, vecchio buffonissimo!
Digli che questa sera
L’attendo a cena meco.
Che pazzia! Ma vi par... Oh Dei! mirate
Che terribili occhiate egli ci da....
Par vivo... par che senta...
E che voglia parlar...
Orsù, va là.
O qui t’ammazzo: e poi ti seppellisco.
Piano... piano... signore... ora ubbidisco.
O statua gentilissima
Del gran Commendatore...
Padron... mi trema il core,,.
Non pos....so... ter...mi...nar...
Finiscila, o nel petto
Ti metto - quest’acciar.
(Che gusto! che spassetto!
Lo voglio far tremar.)
Che impiccio! - che capriccio!
Io sentomi gelar!
O statua gentilissima.
Benchè di marmo siate...
Ah! padron mio... mirate...
Che seguita... a guardar... ’
Morì...
No, no... attendete...
Signor, il padron mio...
Badate ben... non io...
Vorria con voi cenar...
Ahi! ahi! che scena e questa!...
Oh ciel!... chinò la testa...
Va la che sei un baffone...
Guardate ancor, padrone...
E che degg’io guardar?
Colla marmorea testa
Ei fa... così.... così...
(Colla marmorea testa
Ei fa così... così...)
Parlate, se potete: (verso la statua)
Verrete a cena?
Sì
Mover... mi... posso appena...
Mi manca, oh Dio!., la lena...
Per carità... partiamo...
Andiamo - via di qua.
Bizzarra è inver la scena!
Verrà il buon vecchio a cena!
A prepararla andiamo:
Partiamo - via di qua. (partono)
Scena xv.
Appartamenti in casa di donn’Anna
Duca Ottavio e Donn’Anna
Calmatevi, idol mio di quel ribaldo
Vedrera Puniti in breve i grandi eccessi:
Vendicati sarem.
Ma il padre, oh Dio!
Convien chinare il ciglio
A’ voleri del ciel, Respira, o cara!
Di tua perdita amara
Fia domani, se vuoi, dolce compenso
Questo cor, questa mano.
Che il mio tenero amor...
Oh Dei! che dite?
In sì tristi momenti..
E che! vorresti,
Con indugi novelli.
Accrescer le mie pene?
Ah! crudele!
Crudele?
Ah no! giammai, mio ben! troppo mi spiace
Allontanarti un ben che lungamente
La nostr’alma desia... Ma il mondo, ho Dio!..
Non sedur la costanza
Del sensibil mio core:
Abbastanza per te mi parla amore.
Non mi dir, bell’idol mio.
Che son io crudel con te!
Tu ben sai - quant’io t’amai,
Tu conosci la mia fè.
Calma, calma il tuo tormento.
Se di duol non vuoi ch’io mora:
Forse un giorno il cielo ancora
Sentirà pietà di me. (parte)
Si seguono i suoi passi: io vo’ con lei
Dividere i martiri.
Saranno meno gravi i suoi sospiri. (parte)
Scena xvi.
Sala in, casa di Don Giovanni.
Don Giovanni e Leporello, Servi alcuni Suonatori
una mensa imbandita.
Già la mensa è preparata:
Voi suonate, amici cari.
Già che spendo i miei danari.
Io mi voglio divertir. (siede a mensa)
Leporello, presto in tavola.
Son prontissimo a servire. (si suona)
Bravi! Bravi! Cosa rara
(alludendo ad un pezzo di musica dell’opera (La Cosa rara)
Che ti par del bel concerto?
E conforme al vostro merto.
Oh che piatto saporito!
(Oh che barbaro appetito! (mangia di nascosto)
Che bocconi da gigante!
Mi par proprio di svenir.)
Piatto.
Servo (muta il piatto)
Versa il vino, (i suonatori cangiano la musica)
Fra i due Litiganti.
(alludendo ad altr’opera di questo titolo)
(Eccellente marzimino? (bevendo e mangiando
Questo pezzo di fagiano di nascosto)
Piano, piano vo’ inghiottir,)
(Sta mangiando quel marrano,
Fingerò di non capir.)
Questa poi ben la conosco. (ai suonatori, che
Leporello! di nuovo cangiano motivo)
Padron mio.) (col boccone in gola)
Parla schietto, o mascalzone.
Non mi lascia una flussione
Le parole proferir
Mentre io mangio, fischia un poco.
Non so far.
Cos’è?
Scusate. (mangiando)
Sì eccellente è il vostro cuoco.
Che lo volli anch’io provar.
(Sì eccellente è il cuoco mio,
Che lo volle anch’ei provar.)
Scena xvii.
Donna Elvira, e detti.
L’ultima prova
Dell’amor mio
Ancor vogl’io
Fare con te.
Più non rammento
Gl’inganni tuoi;
Pietade io sento (s inginocchia)
Cos’e? cos’è?
Da te non chiede
Quest’alma oppressa
Della sua fede
Qualche mercè
mi meraviglio!
Cosa volete? (per beffarla s’inginocchia)
Se non sorgete,
Non resto in piè.
Ah! non deridere
Gli affanni miei.
(Quasi da piangere
Mi fa costei.)
Io te deridere! (alzandosi)
Cielo! e perchè?
Che vuoi, mio bene? (con affettata tenerezza)
Che vita cangi.
Brava!(beffandola)
Cor perfido!
Lascia ch’io mangi;
E, se ti piace,
Mangia con me.
Restati, barbaro!
Nel lezzo immondo,
Esempio orribile
D’iniquità. (parte)
(Se non si muove
Al suo dolore.
Di sasso ha il core,
O cor non ha.)
Vivan le femmine!
Viva il buon vino!
Sostegno e gloria
D’umanità.
Ah! (di dentro: poi traversando la scena fuggendo
Che grido è questo mai!esce da un’altra parte)
Va a veder che cos’è stato.
Ah! (di dentro, e tornando impaurito)
Che grido indiavolato!
Leporello, che cos’è? (i suonatori partono in fretta)
Ah!... signor... per carità.,.
Non an...da...te fuor... di qua...
L’uom... di... sasso... l’uomo... bianco...
Ah padron... io gelo... io... manco...
Se vedeste... che... figura...
Se... sentiste... come... fa...
Ta ta tà ta ta ta ta. (imitando i passi del Com.)
Non capisco niente affatto;
Tu sei matto in verità (si batte alla porta)
Ahi sentite?
Qualcun batte.
Apri.
Io tremo...
Apri, ti dico.
Ah!
Per togliermi d’intrico
Ad aprire io stesso andrò, (prende il lume e la
spada sguainata, e va ad aprire)
(Non vo’ più veder l’amico:
Pian pianin m’asconderò (si cela sotto la tavola)
Scena xviii.
Il Commendatore e detti.
Don Giovanni, a cenar teco
M’invitasti, e son venuto.
Non l’avrei giammai creduto
Ma farò quel che potrò.
Leporello, un’altra cena
Fa che subito si porti
Ah! padron.. Siam tutti morti... (facendo capolino di
sotto alla tavola)
Vanne dico. (tirandolo fuori)
Ferma un po’, (a Lep. ch’è in atto di partire)
Non si pasce di cibo mortale
Chi si pasce di cibo celeste
Altre cure più gravi di queste,
Altra brama quaggiù mi guidò
(La terzana d’avere mi sembra...
E le membra - fermar più non so.)
Parla dunque: che chiedi? che vuoi?
Parlo, ascolta più tempo non ho.
Parla, parla: ascoltando ti sto.
Tu m’invitasti a cena:
Il tuo dovere or sai
Rispondimi: verrai
Tu a cenar meco?.
Oibò!
Tempo non ha.. scusate
(da lontano sempre tremando)
A torto di viltate
Tacciato mai sarò.
Risolvi.
Ho già risolto.
Verrai?
Dite di no.
Ho fermo il core in petto:
Non ho timor, verrò.
Dammi la mano in pegno.
Eccola... Ohimè!...
Cos’hai?
Che gelo è questo mai!
Pentiti, cangia vita:
È l’ultimo momento.
No, no, ch’io non mi pento...
(vuole sciogliersi, ma invano.
Vanne lontan da me.
Pentiti, scellerato.
No, vecchio infatuato.
Pentiti.
No.
Sì.
No.
Ah! tempo più non v’è.
(fuoco da diverse parti; il Comm. sparisce, e s’apre
una voragine)
Da quel tremore insolito:..
Sento... assalir gli spiriti!...
D’onde escono que vortici
Di foco... Ohimè; che orror!...
Tutto a tue colpe è poco: (sotto terra)
Vieni; c’è mal peggior.
Chi l’anima mi lacera!...
Chi m’agitale viscere!...
Che strazio! ohimè! che smania!
Che inferno! che terrori...
(Che ceffo disperato!...
Che gesti da dannato!...
Che grida! che lamenti!
Come mi fa terror!...)
Tutto a tue colpe è poco:
Vieni! C’è un mal peggior
(cresce il fuoco, compariscono diverse furie,
s’impossessano di Giovanni, e seco lui sprofondano)
Scena ultima
Donna Elvira, Donn’Anna, Zerlina, Duca Ottavio, Masetto entrano in scena; e Leporello spaventato.
(meno Donn’Anna e Leporello)
Ah! dov’è il perfido?
Dov’è l’indegno?
Tutto il mio sdegno
Sfogar io vo..
Solo mirandolo
Stretto in catene,
Alle mie pene
Calma darò.
Più non sperate
Di ritrovarlo...
Più non cercate...
Lontano andò.
Cos’è? favella. Via presto sbrigati!
Venne un colosso... – ma se non posso....
Tra fumo e foco... – badate un poco...
L’uomo di sasso... – fermate il passo...
Giusto là sotto.. – diede il gran botto.!.
Giusto là il diavolo - sel trangugiò.
Stelle che sento!
Vero è l’evento.
Di certo è l’ombra - che m’incontrò.
Or che tutti, o mio tesoro!
Vendicati siam dal cielo,
Porgi, porgi a me un ristoro.
Non mi far languire ancor.
Lascia, o caro, un anno ancora
Allo sfogo del mio cor.
Al desio di chi t’adora
Ceder deve un fido amor
Io men vado in un ritiro
A finir la vita mia.
Noi, Zerlina / Masetto, a casa andiamo)
A cenar in compagnia.
Ed io vado all’osteria
A trovar padron miglior.
Resti dunque quel birbone,
Con Proserpina e Pluton.
E noi tutti, buona gente
Ripetiam allegramente
L’antichissima canzon:
Questo è il fin di chi fa mal!
E de’ perfidi la morte
Alla vita è sempre ugual.
— fine—